Nel modo con cui stiamo reagendo alle notizie sull'hantavirus si vedono le conseguenze sociali e culturali della pandemia, di un trauma che non abbiamo mai davvero elaborato e che non riusciamo a superare.
Uno dei più gravi problemi con questa variante di hantavirus è che su di essa è stata fatta una sola ricerca in tutta la storia della medicina
Si parla della variante Andina, l'unica che si trasmette da uomo a uomo tramite gocce di saliva e che ha contagiato alcuni passeggeri della nave da crociera MV Hondius.
In questi giorni, le notizie dei contagi da Hantavirus verificatisi sulla nave da crociera MV Hondius, in viaggio tra l’Antartide e l’Oceano Atlantico meridionale, ha risvegliato nel mondo un’ansia che non si viveva dal Covid-19. Ma per capire perché la situazione è così complessa e delicata da gestire è importante sapere che, come per tutti i virus, non esiste solo un hantavirus. L’OMS divide questa categoria di virus in due: quelli del “Vecchio Mondo”, che circolano in Europa, Asia e Africa (e hanno un tasso di mortalità del 15 per cento nei pazienti che li contraggono), e quelli del “Nuovo Mondo”, che circolano principalmente nelle Americhe, causano gravi insufficienze respiratorie e hanno un tasso di mortalità del 40 per cento. Il virus che ha contagiato i X passeggeri della MV Hondius appartiene alla seconda categoria.
Mercoledì, come scrive LeMonde, il sequenziamento ha identificato la specie Andina (un ceppo di hantavirus del “Nuovo Mondo”, appunto) in tre pazienti della nave. Tra tutti gli hantavirus conosciuti fino ad oggi, solo quello della specie Andina, osservati esclusivamente in Argentina e Cile, sono in grado di trasmettersi da uomo a uomo tramite attraverso le gocce di saliva. Ciò significa che, dopo che il virus passa da un animale (in questo caso il topo, più precisamente le deiezioni del topo) a un essere umano può continuare a diffondersi indipendentemente dal suo ambiente originario. A rendere così complicata la gestione di questa emergenza sanitaria c’è anche il fatto che nella storia della medicina esiste una sola ricerca sulla variante andina dell’hantavirus, collegata ad un unico focolaio che ha portato a un’unica epidemia che ha provocato 34 casi e 11 decessi a Epuyen, un villaggio della Patagonia, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. La comunità scientifica, dunque, conosce molto bene l’hantavirus ma non altrettanto bene questa variante dello stesso.
Nella ricerca di cui sopra, pubblicata su The New England Journal of Medicine nel 2020, i ricercatori sono riusciti a determinare che molte trasmissioni erano avvenute esattamente lo stesso giorno in cui è comparsa la febbre nel paziente uno, nella persona da cui si ritiene fosse iniziato il contagio. Quest’ultimo, dunque, era già in corso prima ancora che nel paziente uno si sviluppassero altri sintomi specifici della malattia. Tra i pazienti, i periodi di incubazione variavano da nove a quaranta giorni e il tasso di mortalità era del 32 per cento. Inoltre, un paziente ha infettato prima 2, poi 12 persone, un tasso di riproduzione superiore a quello dell’influenza. Ma è ancora troppo presto per considerare un nuovo rischio di pandemia. «In questa fase, il rischio complessivo per la salute pubblica rimane basso», ha dichiarato il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Al momento, le certezze riguardanti i contagi di hantavirus sono queste. La MV Hondius è salpato l’1 aprile da Ushuaia, nel sud dell’Argentina, con circa 150 persone a bordo. Dieci giorni dopo un passeggero dei Paesi Bassi è morto a causa di una crisi respiratoria. Il 24 aprile il suo corpo è stato trasportato in aereo a Johannesburg, scortato dalla moglie, che è morta due giorni dopo in ospedale. Il 27 aprile un’altra persona è stata prelevata dalla nave e portata a Johannesburg, dove le è stata diagnosticata l’infezione da hantavirus e ha iniziato la terapia. Il 2 maggio una persona è morta a bordo della nave, che il giorno dopo è arrivata a Capo Verde. Il 6 maggio tre persone sono state fatte scendere dalla nave perché mostravano sintomi riconducibili all’infezione da hantavirus. Il 7 maggio un’assistente di volo della KLM è stata ricoverata ad Amsterdam, anche lei per una sospetta infezione da hantavirus. Il 25 aprile era entrata in contatto con la donna morta a Johannesburg, prima che venisse fatta scendere dall’aereo con cui avrebbe dovuto accompagnare la salma del marito nei Paesi Bassi. La donna aveva problemi respiratori, per questo le era stato impedito di proseguire il viaggio.
Stando alle informazioni fornite dall’OMS, i contagi finora confermati sono otto. Cinque sono certamente da variante andina del virus, per i restanti tre si attendono ancora conferme. Di questi, una persona aveva fatto una parte del viaggio a bordo della MV Hondius prima di rientrare in Svizzera, risultando poi positiva. Nel Regno Unito ci sono due persone che affermano di essersi messe in autoisolamento volontario: hanno anche loro fatto una parte del viaggio sulla nave ma al momento non mostrano sintomi. Le autorità sanitarie statunitensi hanno confermato di star tenendo sotto osservazione persone che hanno partecipato alla crociera. La MV Hondius è ora in viaggio verso le isole Canarie, dove i passeggeri riceveranno assistenza sanitaria.
Nel modo con cui stiamo reagendo alle notizie sull'hantavirus si vedono le conseguenze sociali e culturali della pandemia, di un trauma che non abbiamo mai davvero elaborato e che non riusciamo a superare.
Anche per pochi giorni, in un posto vicino, spendendo il minimo indispensabile. L'importante è allontanarsi dal lavoro più spesso di quanto facciamo adesso.