Più dell’hantavirus dovrebbe preoccuparci il disturbo da stress post-pandemico da cui siamo tutti affetti

Nel modo con cui stiamo reagendo alle notizie sull'hantavirus si vedono le conseguenze sociali e culturali della pandemia, di un trauma che non abbiamo mai davvero elaborato e che non riusciamo a superare.

13 Maggio 2026

Si chiama hantatracking.com, è un sito reader-supported e ad-free che aggrega dati da nove fonti ufficiali – i CDC americani, il WHO Disease Outbreak News, l’Ufficio federale della sanità pubblica svizzero, l’ECDC, la rete PAHO, ProMED-mail, CIDRAP dell’Università del Minnesota, il GDELT 2.0 e la dashboard ArcGIS ANDV Hantavirus 2026 curata dal gruppo GISAG – e nel momento in cui scrivo, il 13 maggio 2026, registra undici casi confermati e novantasei sospetti in venti paesi, con tre decessi e un tasso di letalità del 27,3 per cento. Le cifre, va detto subito, divergono da quelle delle agenzie sanitarie internazionali: nello stesso momento, l’OMS conta nove casi totali, di cui sette confermati, e tre decessi, mentre l’ECDC parla di otto casi confermati. La discrepanza non è un errore di una delle due parti: è il punto. Il tracker indipendente conta più del doppio dei casi confermati perché conta i sospetti, e i sospetti – come si vedrà – sono il vero contenuto di questa storia. È solo il più completo di una piccola costellazione di tracker indipendenti spuntati nelle ultime due settimane attorno al focolaio della MV Hondius: hanno tutti la stessa estetica funzionale, gli stessi grigi istituzionali, le stesse colonne laterali con i contatori dei decessi dimensionate per cifre a sei posti che però restano a una sola, ostinatamente, come una vetrina natalizia ancora illuminata a febbraio. La mappa del mondo è quasi tutta vuota: i Paesi Bassi con tre casi confermati, il Sudafrica con due, gli Stati Uniti con uno e venticinque sospetti, l’Italia ormai con sei sospetti distribuiti fra Lazio, Lombardia, Calabria e Sicilia. La piattaforma di geomappatura è ArcGIS – la stessa che la Johns Hopkins University aveva usato nel 2020 per costruire la dashboard del Covid, e che ora migra di emergenza in emergenza come un set teatrale che si ricicla per la stagione successiva.

L’8 maggio l’account di analisi finanziaria @Mr_Derivatives – uno di quelli che postano grafici tecnici di azioni quotate a Wall Street per professione – ha pubblicato su X il grafico Google Trends della ricerca hantavirus commentandolo, con un certo divertimento di settore, come more parabolic than $SNDK or $INTC: più parabolico, cioè, dei titoli SanDisk e Intel, che in quegli stessi giorni stavano segnando i loro picchi storici. Il giorno dopo, l’economista Riccardo Puglisi ha pubblicato il confronto a livello globale fra le ricerche per hantavirus e per Iran: nella settimana precedente, mentre il Medio Oriente attraversava una delle sue fasi più tese degli ultimi vent’anni, la curva dell’hantavirus aveva sorpassato quella dell’Iran. Tre decessi avevano battuto, sul motore di ricerca più usato al mondo, una guerra che ne minacciava un milione.

Il dispositivo destinato a sorvegliare l’epidemia esiste già prima dell’epidemia, e con ogni probabilità – se l’epidemia non arriverà, come pare – gli sopravviverà. Non è il sintomo a essere virale, è la nostra disponibilità a sorvegliarlo. Da qui in poi, qualsiasi cosa si dirà sull’hantavirus parlerà in realtà di noi: di come abbiamo arredato la stanza in cui dovremmo aspettare la prossima pandemia, e di quanto poco siamo disposti a uscirne, dato che è una delle poche in cui, dal 2020 a oggi, ci siamo sentiti tutti dentro la stessa cosa. È la società del rischio: una società in cui il pericolo non è più un evento che accade ma una categoria amministrativa permanente, qualcosa che si calcola, si misura, si cartografa anche quando non c’è – e che proprio per questo finisce per esistere lo stesso. I tracker non riflettono l’epidemia, la istituiscono. In meno di 12 ore, fra la sera dell’11 e quella del 12 maggio, i casi sospetti italiani sono passati da quattro a sei: due in più, nessun positivo accertato, e già una geografia – Roma, Messina, la Calabria, Milano – che sembra disegnata per coprire la penisola in modo bilanciato, come una mappa scolastica.

I numeri, il copione che fa più pena

Il 2 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un focolaio di malattia respiratoria acuta a bordo della MV Hondius, nave da crociera partita da Ushuaia, in Argentina, e diretta – secondo un itinerario che combina con qualche eleganza la vocazione coloniale e quella escatologica del turismo contemporaneo – verso il continente antartico e poi verso Capo Verde, con centoquarantasette persone a bordo fra passeggeri ed equipaggio. Un uomo di 69 anni si è sentito male, è morto. Otto giorni dopo, l’8 maggio, l’Istituto Superiore di Sanità contava otto casi e tre decessi, e il primo bollettino OMS dichiarava un tasso di letalità del 38 per cento. Il virus è stato identificato: hantavirus delle Ande, ANDV, l’unica variante di hantavirus per cui sia documentata, da qualche studio peraltro tutt’altro che maggioritario e da uno solo veramente accreditato, una trasmissione interumana confinata a una finestra di contagiosità di circa ventiquattro ore. La letalità della sindrome polmonare, quando si manifesta, oscilla fra il 20 e il 40 per cento – un numero alto. Ma di hantavirus polmonare, in tutto il continente americano dal 1993 a oggi, si sono registrati poco più di 2 mila casi: una sessantina all’anno per un miliardo di persone. Solo in Italia, per dire, dove di persone ne vivono 59 milioni, ogni anno ne muoiono 50 per un boccone andato di traverso.

L’OMS classifica il rischio per la popolazione globale come “basso”. L’ECDC, per l’Europa, parla di rischio “molto basso”. Quotidiano Sanità, il 9 maggio, ricordava peraltro che la stessa modalità di trasmissione aerea su cui si regge buona parte della grammatica del panico è oggetto di un dibattito scientifico aperto, e che i protocolli sanitari spagnoli hanno disposto le FFP2 per il personale dell’Unità Militare di Emergenze a Tenerife in via puramente cautelativa, in assenza di evidenze. In Italia, secondo la comunicazione del Ministero della Salute, i casi sospetti sono saliti a sei nel giro di poche ore: ai quattro passeggeri del volo KLM che aveva fatto scalo a Roma – tutti asintomatici, tutti in quarantena fiduciaria – si sono aggiunti, nella serata del 12 maggio, una turista argentina partita il 30 aprile da Buenos Aires e ricoverata per una polmonite a Messina, con il campione spedito dai NAS allo Spallanzani di Roma, e un marittimo calabrese di 25 anni in isolamento fiduciario in attesa dei risultati. Nessun caso confermato. Nello stesso giorno, su segnalazione del governo britannico, il Ministero ha rintracciato a Milano un turista inglese che aveva viaggiato sul volo Sant’Elena-Johannesburg insieme alla moglie della prima vittima della Hondius, e lo ha trasferito in quarantena precauzionale all’ospedale Sacco – la stessa struttura che nella memoria collettiva italiana è il luogo dove, nel febbraio 2020, vennero isolati i primi casi di Covid, e dove operavano Massimo Galli e Maria Rita Gismondo, due dei volti più riconoscibili – e più contrapposti – della liturgia pandemica televisiva. La direttrice del dipartimento prevenzione del Ministero, Maria Rosaria Campitiello, ripete in ogni dichiarazione la formula che è già diventata la più ascoltata della settimana: “Nessun allarmismo”. La ripete così tante volte, in conferenza e fuori, che a un certo punto verrebbe da domandarle, garbatamente, se non sia stata lei la prima ad allarmarsi.

Il meme è arrivato prima del virus, e ne sapeva di più

Il 5 maggio, mentre la MV Hondius galleggiava ancora in attesa di un porto che l’accogliesse, un utente di TikTok di nome @teeshzs ha pubblicato un video di cinque secondi in cui pronuncia, con la calma di chi enuncia una verità incontestabile, tre parole: stay on that boat. Restate su quella barca. La caption recita: and we’re DEFINITELY not tolerating any more lockdowns, thank you. Il video, in meno di 24 ore, accumula un milione e 700 mila visualizzazioni e 397 mila like. Il maiuscolo e il “grazie” finale valgono più di mille editoriali sulla polarizzazione politica della sanità pubblica: la frase è già una dichiarazione di guerra preventiva contro misure che nessuno ha proposto, contro un’emergenza che nessuno ha dichiarato, contro un’autorità sanitaria che, a leggere i bollettini, sta facendo letteralmente l’opposto, cioè minimizzare. Lo stesso giorno, un altro video sullo stesso tono firmato @eumiexx – i’m sorry but pls don’t get off that ship – ne raccoglie un milione e mezzo. Quel che colpisce, sotto la battuta, è la freddezza utilitaria con cui si pronuncia la condanna: restate lì a morire perché chi sta a terra non debba rivivere marzo 2020 è, in cinque secondi e con un cuore rosso da un milione e mezzo di estranei, la versione applicata del problema del carrello – lo stesso bene-più-grande che pretende il sacrificio del bene-più-piccolo che da Il pianeta delle scimmie a Contagion, passando per La peste di Camus e Cecità di Saramago, mezzo cinema e mezza letteratura del Novecento avevano isolato come il bug più antico e meglio documentato dell’essere umano: la disponibilità a sacrificare chi non si vede, di cui non si conosce il nome, di cui si suppone soltanto che, trovandosi sull’altra sponda della disgrazia, meriti una quota minore di protezione. La differenza, rispetto ai romanzi e ai film, è che lì qualcuno si chiede ancora se sia giusto; nel video su TikTok, no.

Nel frattempo, su Solana, un meme coin di nome HANTA ha guadagnato il 315 per cento in ventiquattr’ore, secondo i dati riportati da Yahoo Finance e CryptoPotato; ha toccato una capitalizzazione di diciotto milioni di dollari prima di assestarsi sui nove. Il numero dei suoi possessori è salito da 2.640 a 17.589 nell’arco di un giorno solo. Ne sono spuntati altri quattro o cinque, con varianti chiamate Hanta-Kun (+261 per cento), e cloni piazzati su piattaforme di liquidità decentralizzata che hanno guadagnato il 399 e il 246 per cento. È il capitalismo che monetizza l’ansia in tempo reale, prima ancora che l’ansia abbia un oggetto verificato – un riflesso pavloviano in valuta digitale.

Sempre il 5 maggio, qualcuno ha riesumato un tweet del giugno 2022 di un account chiamato @iamasoothsayer, che aveva pubblicato in tutto quattro post prima di sparire, e che il giorno 11 di quel mese aveva scritto: 2023: Corona ended / 2026: Hantavirus. Il tweet, nel giro di poche ore, è diventato una specie di Nostradamus tascabile, condiviso con la convinzione tiepida e divertita di chi non ci crede ma intanto lo condivide. Snopes, il sito di fact-checking americano, ha verificato che la data del tweet è autentica e che il post è stato effettivamente pubblicato nel 2022, dato che X non consente di modificare retroattivamente i timestamp. 143mila retweet, 255mila like al momento dell’accertamento.

Tutto questo, prima ancora che il Ministero della Salute italiano emanasse la sua circolare. La cultura visiva e linguistica del contagio è arrivata prima del contagio, lo ha preceduto, lo ha addomesticato, lo ha vestito da cosa nota. Il meme non è un commento marginale al reale: è un dispositivo di desensibilizzazione preventiva, una scarica di tensione anticipatoria, e in questo senso un sintomo perfetto di quella anticipatory anxiety che le metanalisi pubblicate dopo il 2022 hanno mostrato significativamente elevata, nella popolazione generale, rispetto ai livelli pre-pandemici. Ridere prima per non dover piangere dopo, certo, ma anche – ed è la cosa interessante – ridere al posto di piangere. Lockdown nostalgia, l’ha chiamata l’8 maggio l’Express Tribune pakistano in un pezzo che osservava nei meme della Generation Z la traccia di un rimpianto difficilmente confessabile: un sintagma che meriterebbe un articolo a sé. Tutto questo, del resto, lo aveva visto con quarant’anni di anticipo Don DeLillo, che in Rumore bianco – il romanzo del 1985 che resta forse il testo più lucido mai scritto sull’epidemiologia delle emozioni di massa – aveva immaginato una nube tossica fluttuante sopra una cittadina americana, the airborne toxic event, e i suoi protagonisti che ne verificavano i sintomi guardando il telegiornale, non il cielo. Il referente mediatico aveva già sostituito l’oggetto reale, e nessuno se ne era accorto.

La rassicurazione che conferma, non smentisce

L’altra faccia della stessa moneta è il registro istituzionale, che ripete la formula della rassicurazione con una frequenza che, se misurata, fornirebbe un indicatore quantitativo dell’ansia che si vorrebbe placare. La dinamica è quella che lo psicologo clinico britannico Paul Salkovskis – uno dei padri della teoria cognitivo-comportamentale dell’ansia – ha descritto come reassurance seeking: il bisogno di rassicurazione, una volta soddisfatto, non si dissolve ma si autoalimenta, perché la rassicurazione conferma, retrospettivamente, che c’era qualcosa da rassicurare. Quando il ministro Schillaci, l’OMS, l’ECDC, la dottoressa Campitiello, i sindaci e gli assessori regionali ripetono in coro che il rischio è basso, che non c’è motivo di allarmarsi, che la situazione è sotto controllo, lo fanno per ragioni perfettamente comprensibili – l’errore opposto del 2020 fu, ricordiamolo, di sottostimare – ma il risultato comunicativo, paradossalmente, è di confermare al pubblico che esiste una ragione per cui qualcuno ha sentito il bisogno di parlare. Il fatto che la dichiarazione esista è già il contenuto: un metamessaggio che smentisce il messaggio. Una mano che si agita per dire fermi tutti, e proprio per quello fa muovere tutti. Nel frattempo, nella memoria poetica dell’italiano-tipo, si riattiva l’immagine di Attilio Fontana con la mascherina chirurgica a coprirgli tutta la faccia, delle penne lisce abbandonate nei supermercati, dei meme di amore e odio per Giuseppe Conte.

Su questa dinamica, comunque, l’evidenza clinica converge. Uno studio longitudinale condotto a Cipro fra il 2021 e il 2023, pubblicato nel 2024 su un campione di 1.128 persone, ha mostrato che a cinque mesi dalla revoca delle restrizioni Covid il 32,3 per cento del campione riportava sintomi d’ansia da moderati a gravi, il 16,4 per cento sintomi depressivi nella stessa fascia, e il 23 per cento sintomi compatibili con stress post-traumatico – dati rimasti, nei follow-up, sostanzialmente stabili nei due anni successivi. Le review longitudinali successive hanno proposto, per descrivere il fenomeno, la categoria di delayed pandemic impact: l’impatto psichico del Covid non si manifesterebbe durante l’evento, ma con anni di latenza, in modalità simili a quelle del PTSD classico, e la sua attivazione richiederebbe un trigger – un nuovo evento, una nuova notizia, una nuova mappa con i puntini rossi – che riproponga la struttura formale del trauma originario. Post-pandemic stress disorder, lo chiamano alcuni clinici, anche se la categoria non è codificata in alcun DSM: per ora è metafora utile più che diagnosi. Il Time, in un lungo pezzo dell’8 maggio firmato dalla redazione salute, ha intervistato Howard Markel, storico della medicina, che osserva come a sei anni dal Covid una parte significativa della popolazione mantenga ancora gesti rituali – il lavaggio frequente delle mani, la mascherina in certi contesti, l’istintivo recoil davanti alla notizia di un virus, seguito però dal click compulsivo per saperne di più. Dana Rose Garfin, psicologa dell’UCLA che studia i traumi collettivi, lo dice in modo più tecnico: eventi della portata del Covid sensibilizzano il sistema nervoso, modificando il modo in cui il cervello processa le minacce future. Sui forum di Reddit, in questi giorni, si scrive di non potercela fare un’altra volta, di non avere più gli strumenti per chiudersi in casa per mesi, di non poter riacquisire l’arte del distanziamento sociale. Non si parla dell’hantavirus: si parla di sé, della propria saturazione, in una grammatica condivisa che dal 2020 ha cliché, scansioni e formule fisse.

Le trincee non sono mai state colmate

La dinamica più rivelatrice, tuttavia, non è il singolo meme né il singolo comunicato ministeriale: è la velocità con cui si sono ricomposti i due fronti politici della pandemia, in una guerra di posizione che si combatte su trincee scavate cinque anni fa e mai del tutto colmate. Da una parte, la frangia libertaria – istituzionalizzata negli Stati Uniti dall’amministrazione attuale e dai suoi referenti sanitari, e con rappresentanze parlamentari note anche in Italia – denuncia già un “lockdown 2.0” che nessuno, allo stato dei fatti, ha ipotizzato; dall’altra, una sinistra sanitaria che, traumatizzata dalla propria esitazione del 2020 e dal proprio successivo rigorismo, ondeggia fra il dovere di non sembrare allarmista e quello di non sembrare negazionista, e produce comunicati di una vaghezza commovente. Le due posizioni, viste da fuori, condividono una caratteristica che dovrebbe far riflettere: sono entrambe risposte a una pandemia che non c’è. Sono cioè reazioni a una memoria, non a un’osservazione.

Il sociologo britannico Frank Furedi, che lavora da decenni sull’antropologia politica della paura, ha sostenuto in più libri una tesi che taglia di netto il dibattito su queste vicende: nelle democrazie occidentali la paura non è più un’emozione, è un capitale politico. Politici, media, esperti, attivisti di ogni segno competono per essere riconosciuti come i custodi più affidabili della paura giusta, e il rischio smette di essere un fatto per diventare un asset narrativo da amministrare. L’opposizione di ieri e il governo di oggi, in questo senso, non si stanno contendendo la verità sull’hantavirus: si stanno contendendo chi ha più diritto di amministrarne la paura – e poiché entrambi hanno costruito buona parte della propria identità politica attuale nella stagione del Covid, nessuno dei due può permettersi di lasciar perdere la partita.

Hartmut Rosa, sociologo tedesco di Jena e autore di un lavoro decennale sull’accelerazione delle società tardo-moderne, ha mostrato come la velocità contemporanea non sia soltanto imposta dal capitalismo, ma anche richiesta dal soggetto stesso come prova continua della propria rilevanza sociale: chi non corre, non esiste; chi non è raggiungibile, non conta; chi non risponde alle email, scompare. In Risonanza e altrove, Rosa descrive questa condizione come una forma di alienazione strutturale dal proprio tempo, che il soggetto interiorizza fino a farne un dovere morale. È la chiave per capire perché restare in allarme, dopo il Covid, non è solo un sintomo: è una strategia. La paura collettiva è l’unico dispositivo socialmente legittimato che, negli ultimi vent’anni, abbia avuto il potere di sospendere temporaneamente il dovere di rilevanza. Restare in allarme è il modo in cui ci teniamo aperta la possibilità che quel dovere venga di nuovo sospeso. La pandemia, in altre parole, ci ha protetti da qualcosa che ci faceva più paura del virus, e che probabilmente è più scomodo da nominare.

Il complottismo, da parte sua, non è mai stato – almeno in Italia, come ha mostrato il collettivo bolognese Wu Ming nella Q di Qomplotto – una sottocultura marginale, ma una grammatica diffusa che si attiva nei momenti di sovraccarico informativo, e che ha la funzione di restituire una causalità là dove i fatti, semplicemente, sono troppi e troppo veloci. È la stessa grammatica con cui ci diciamo, dal 2020, che siamo spaventati, senza più dover dire perché.

La stessa paura, con cinque accenti diversi

La sindrome post-pandemica, se si vuole continuare a usare questa espressione con le cautele del caso, non si presenta allo stesso modo nei diversi paesi che la mettono in scena. Negli Stati Uniti, dove l’hantavirus ha già una storia mediatica recente – Betsy Arakawa, la moglie di Gene Hackman, è morta di hantavirosi nel febbraio 2025, e la notizia aveva avuto una visibilità sproporzionata rispetto alla rarità del caso – il virus arriva al focolaio Hondius già mitologizzato, già caricato di un significato che mescola la fragilità anagrafica delle élite culturali, il sospetto verso le istituzioni sanitarie federali drasticamente ridimensionate nell’ultimo anno, e una vena apocalittica che il cinema, prima della cronaca, aveva già fornito. Nel Regno Unito, dove la stampa tabloid coltiva una tradizione catastrofista che precede di decenni il Covid, Daily Mail e Sun hanno preparato titoli da prima pagina che, letti uno dopo l’altro, restituiscono il senso di una sceneggiatura riposta nel cassetto in attesa del prossimo turno – Killer virus reaches Europe, Britain on alert – con una prosa che il lettore italiano fatica a distinguere da quella della copertura del marzo 2020. In Germania e nei Paesi Bassi, dove la Hondius era stata noleggiata e dove l’opinione pubblica ha un rapporto storicamente più sobrio con le emergenze sanitarie, il registro è stato prevalentemente tecnico: bollettini, schede informative, comunicati del Robert Koch Institut e dell’RIVM, con un’enfasi sulla differenza fra hantavirus e coronavirus che in molti casi non è stata sentita come necessaria.

L’Italia, in mezzo, occupa una posizione peculiare e per certi versi imbarazzante. Il governo attuale, durante la pandemia, era all’opposizione, e ha costruito buona parte del proprio capitale politico sulla critica – talora ragionata, talora francamente delirante – della gestione sanitaria del Covid: oggi che si trova a gestire un’allerta sanitaria, sia pur minima, deve negoziare una contraddizione retorica notevole. Schillaci usa un linguaggio prudentissimo, Campitiello ripete il mantra dell’assenza di allarmismo, mentre alcuni esponenti della maggioranza, che cinque anni fa twittavano contro i “tecnici” e contro l’OMS, oggi si trovano nella scomoda posizione di dover prendere sul serio gli stessi tecnici e la stessa OMS senza ammetterlo. Il risultato è una comunicazione istituzionale curiosamente smorzata, che evita con accuratezza sia la parola “pandemia” sia la parola “rischio”, e che produce circolari ministeriali la cui prosa burocratica – preventiva, cautelativa, ma non allarmata – testimonia di un esercizio di equilibrismo politico più che sanitario. L’Italia, in questo senso, è il paese in cui la sindrome post-pandemica assume la forma più interessante per chi voglia studiarla: non perché qui sia più acuta che altrove, ma perché qui i suoi sintomi vanno a sovrapporsi a una memoria politica ancora calda, e i registri pubblici di reazione – i meme, le rassicurazioni, le proteste preventive – si mescolano alle posizioni di partito in modi che altrove sono meno visibili.

Nel giro di pochissimi giorni, intanto, sui siti europei specializzati in dispositivi sanitari sono comparse intere collezioni dedicate alle Mascherine Hantavirus: il rivenditore spagnolo Vetonek, fra i tanti, ne ha messa online una di FFP2 e FFP3 specificamente per la variante Andes, e i siti italiani non sono da meno, anche se più discreti nella titolazione. Cataloghi e-commerce dedicati prima ancora che esista una linea guida che li giustifichi: non è la curva del contagio, è la curva della memoria, che ha imparato a vendersi prima del bisogno.

L’unico evento collettivo degli ultimi dieci anni

Probabilmente l’hantavirus non sarà nulla. I sei sospetti italiani – i passeggeri del KLM, la turista argentina di Messina, il marittimo calabrese, il britannico al Sacco – torneranno alle loro case asintomatici, o quasi asintomatici, come ne sono usciti, la MV Hondius verrà disinfettata e rimessa in servizio, i meme coin HANTA crolleranno come crollano tutti i meme coin, e l’account @iamasoothsayer, profeta involontario di un’epidemia che non c’è stata, sparirà di nuovo. La dashboard di tracking, però, resterà online – il sito è reader-supported, il dominio è pagato, le nove fonti continueranno ad alimentarla. La colonna laterale con il contatore dei decessi resterà dimensionata per cifre a sei posti, e a un certo punto, fra qualche mese, qualcuno cambierà il nome del virus in homepage e ricomincerà tutto da capo: marburg, magari, oppure Nipah, oppure qualcosa che ancora non sappiamo nominare. Basta cambiare l’etichetta, perché la struttura è già pronta.

La domanda che il caso Hondius pone non è dunque se ci sarà un’altra pandemia, ma perché scegliamo di vivere come se ci fosse, anche quando non c’è. La risposta più ovvia – che siamo traumatizzati, che la memoria collettiva ci porta a sovrastimare il rischio, che il dispositivo mediatico amplifica un segnale debole – è anche la più rassicurante, perché ci colloca dalla parte delle vittime di un meccanismo che ci sovrasta. La risposta meno comoda è un’altra: che la pandemia, con tutto il suo orrore e tutti i suoi lutti, è stata anche, e per molti soprattutto, l’unico evento collettivo degli ultimi dieci anni; il solo in cui ci siamo sentiti, sia pure nello spavento, parte della stessa cosa; e il solo in cui ci è stato concesso di fermarci, di mancare a un appuntamento senza colpa, di non rispondere a un’email senza giustificazione, di restare in casa con un alibi che per la prima volta nella nostra vita produttiva non doveva essere negoziato con nessuno. Le strade vuote di Milano riprese dai droni con un’estetica involontariamente sacra, il pane fatto in casa, i flash mob sui balconi che adesso ricordiamo con un imbarazzo divertito ma che allora, dentro, ci raccontavamo come autentici: era l’unica pausa che ci fosse stata concessa per decreto, e di pause concesse per decreto non ce ne sarebbero state più.

Restare in allarme, dopo, è il modo in cui continuiamo a tenerci aperta la porta sull’unica forma di sospensione del mondo che ci sia stata fornita gratis. È una liturgia laica residua, e come tutte le liturgie ha bisogno di un altare: i tracker – con i loro puntini rossi sproporzionati ai morti, le loro fonti ufficiali, i loro grafici aggiornati ogni poche ore – sono quell’altare. Non li abbiamo smontati perché smontarli significherebbe ammettere che nel frattempo siamo tornati a essere soli, e che siamo tornati a correre senza più nessuno a dirci che è permesso fermarci. Il lockdown è stato un trauma. Ma è stato anche un alibi.

La comunità scientifica continua a dire che sta arrivando un evento climatico catastrofico ma nessuno le dà ascolto né fa niente

Si chiama El Niño, è un innalzamento della temperatura dell'oceano e potrebbe avere conseguenze apocalittiche in tutto il mondo.

Un festival cinematografico in Canada ha iniziato a proiettare film a velocità 1.5x per attirare la Gen Z

L'esperimento è iniziato con Amour Apocalypse di Anne Émond, che a velocità x1.5 dura 66 minuti invece di 100. Ben 34 minuti risparmiati.

Leggi anche ↓
La comunità scientifica continua a dire che sta arrivando un evento climatico catastrofico ma nessuno le dà ascolto né fa niente

Si chiama El Niño, è un innalzamento della temperatura dell'oceano e potrebbe avere conseguenze apocalittiche in tutto il mondo.

Un festival cinematografico in Canada ha iniziato a proiettare film a velocità 1.5x per attirare la Gen Z

L'esperimento è iniziato con Amour Apocalypse di Anne Émond, che a velocità x1.5 dura 66 minuti invece di 100. Ben 34 minuti risparmiati.

Alla donna francese ricoverata in condizioni gravissime a causa dell’hantavirus era stato detto che i suoi sintomi erano dovuti all’ansia

Nonostante i sintomi e il fatto che fosse letteralmente appena scesa dalla MV Hondius, la diagnosi dei medici è stata questa: stress misto ad ansia.

Secondo una ricerca scientifica dovremmo andare in ferie ogni due mesi per “guarire” davvero dalla stanchezza e dallo stress del lavoro

Anche per pochi giorni, in un posto vicino, spendendo il minimo indispensabile. L'importante è allontanarsi dal lavoro più spesso di quanto facciamo adesso.

Uno dei più gravi problemi con questa variante di hantavirus è che su di essa è stata fatta una sola ricerca in tutta la storia della medicina

Si parla della variante Andina, l'unica che si trasmette da uomo a uomo tramite gocce di saliva e che ha contagiato alcuni passeggeri della nave da crociera MV Hondius.

Per protestare contro una legge antirave, in Francia 40 mila persone sono andate a un rave in un campo minato vicino a una base militare abbandonata

Il free party si è tenuto l'1 maggio nei pressi di Bourges, città natale del Ministro dell'Interno francese, Laurent Nuñez. Se avete visto Sirat, sarete felici di sapere che tutti i raver sono tornati a casa sani e salvi.