Nel modo con cui stiamo reagendo alle notizie sull'hantavirus si vedono le conseguenze sociali e culturali della pandemia, di un trauma che non abbiamo mai davvero elaborato e che non riusciamo a superare.
Una volta, c’era il fit check, la versione digitale della domanda “Come sto?”. Per i pochi che ancora non masticano il linguaggio virtuale, i fit check nascono come contenuti brevi, visivi, pensati per scatenare una reazione immediata – un like, una condivisione o un commento. Possiamo concordare abbastanza pacificamente che il fit check sia l’antesignano dei format di moda online. Innanzitutto perché è una modalità di condivisione semplice: non richiede particolari abilità di videomaking e può essere realizzata con qualsiasi oggetto, indipendentemente dal suo valore. Poi perché i fit check sono contenuti di tutti, la zona franca delle community, spesso sollecitate a battere un cinque virtuale ai creator stessi. La loro accessibilità li ha resi un format in cui chiunque poteva ritagliarsi cinque minuti di notorietà. Ed è forse anche per questo che oggi questo formato sente il bisogno di occupare nuovi territori.
Oltre la cameretta: il fit check invade nuovi spazi
Nemmeno i fit check sono riusciti a sfuggire alla morsa diabolica dell’economia dell’attenzione e a una modalità di fruizione ormai bulimica. Per molto tempo, il fit check è stato un gesto privato travestito da contenuto. Uno specchio, una camera da letto, la luce naturale che entra dalla finestra: la grammatica visiva della moda sui social si è costruita così, in uno spazio domestico che prometteva intimità e autenticità. Filmare i propri contenuti per strada, con i passanti puntualmente dietro l’angolo pronti ad interrompere la sacralità del rito, sembrava già un atto rivoluzionario.
Negli ultimi tempi, c’è stato un ulteriore – e letterale – spostamento. Il fit check ha iniziato a uscire di casa, invadendo ambienti che fino a poco fa sembravano incompatibili con l’autocelebrazione fashion. La più virale, e forse precorritrice di questo approccio creativo, è @katfromfinance. Content creator dall’identità segreta, di lei sappiamo che lavora nel settore della finanza, ha 100 mila follower su TikTok ed è specializzata in outfit da lavoro che oscillano dalla femminilità delle romcom anni ’90 al power dressing in stile Matrix. Oggi ha trasferito il proprio set fotografico nel suo nuovo ufficio, ma tutto è partito dai bagni aziendali. Similmente, nel 2023, Alina-Mariia Hodz (@alinarolling), tech product designer di origini ucraine con base ad Helsinki, ha iniziato a scattare i propri look direttamente nella sede di lavoro. Il suo format è naturale — quello di un influencer che si è ritrovata per caso con una community di oltre 200K persone solo su Instagram — e il suo stile è estroso e carismatico.
All’interno di un laboratorio di ricerca, troviamo Vivian Li (sui social @vivianyrl), una sorta di Hannah Montana della moda: dottoranda in Biologia di giorno; fashion content creator e collaboratrice esterna di Marie Claire, di notte. She gets the best of both worlds, letteralmente. Dulcis in fundo, Ursula Kim (@ursula_kim), fitness creator con quasi 98K follower su Instagram, si esibisce in trazioni alla sbarra con una gonna di Alaïa in vinile e tacchi YSL, trasformando la palestra pubblica in una passerella improbabile.
In tutti questi casi, lo specchio – reale o metaforico – non appartiene più solo a chi crea il contenuto. È condiviso, attraversato, a volte tollerato. E questo dettaglio cambia tutto. Il fit check non è più un momento intimo offerto allo sguardo altrui, ma un’azione che si impone in spazi abitati da altre persone, altri corpi, altre routine. Cambia anche la pratica stessa: scattarsi una foto diventa un gesto calcolato, attento a evitare intrusioni, mentre il contenuto continua a nutrirsi proprio della possibilità che quell’intrusione avvenga. Prevedere lo sguardo altrui significa mettersi in posa preventivamente, scegliere il momento giusto e, in definitiva, rinunciare a qualsiasi forma di intimità non mediata.
Da “Come sto?” a “Guardami!”
Non è solo una questione di location più originali: è un cambio di statuto del formato stesso, che da gesto spontaneo diventa sempre più consapevolmente spettacolare. Significa riportare ad un livello elitario un format nato per rompere gli schemi, scavalcando i gatekeepers, i designers naturalmente cool e gli esclusivi media tradizionali per accogliere qualsiasi corpo, genere, estetica. L’asticella è stata spostata più in alto, il cui il successo si misura più in performance, che contenuto.
Questo slittamento non è un salto nel vuoto. In un sistema moda che chiede costantemente di più — più visibilità, più viralità, più profitti — anche il fit check cambia funzione. Mostrare il proprio look in un TikTok di pochi secondi, girato in un luogo inusuale assumendo pose da modelle sembra il risultato di un’oscillazione continua tra due poli: da un lato, la spinta a sforzarsi di più, uscendo dai naturali confini della propria creatività; dall’altro, il ritorno a un’estetica più patinata e meno spontanea, dove anche le possibili interferenze possono assumere un valore narrativo. Il formato continua a promettere autenticità, ma la ottiene solo attraverso una messa in scena sempre più accurata.
Forse il problema non è dove avviene il fit check, ma cosa pretende. Non più uno specchio che chiede conferma, ma un palcoscenico che esige un’esibizione. Inseguendo luoghi sempre più improbabili, il formato ha smesso di domandare “come sto?” e ha iniziato a imporre “guardami”. Così, mentre il raggio d’azione del fit check si espande – negli uffici, nelle palestre, nei laboratori – ciò che si restringe è lo spazio di un gesto che non debba performare. Ed è forse lì che questo formato, nato per chiedere “come sto?”, smetterà definitivamente di ascoltare la risposta.
Nel modo con cui stiamo reagendo alle notizie sull'hantavirus si vedono le conseguenze sociali e culturali della pandemia, di un trauma che non abbiamo mai davvero elaborato e che non riusciamo a superare.
Anche per pochi giorni, in un posto vicino, spendendo il minimo indispensabile. L'importante è allontanarsi dal lavoro più spesso di quanto facciamo adesso.
Si parla della variante Andina, l'unica che si trasmette da uomo a uomo tramite gocce di saliva e che ha contagiato alcuni passeggeri della nave da crociera MV Hondius.
