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Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Femministe col burqa

Il New York Times scopre che la first lady egiziana è brutta. Vuoi vedere che gli islamisti avevano ragione?

04 Luglio 2012

A me piace chiamarle “le femministe col burqa”. Anche se quasi nessuna porta il burqa, optando per una versione molto più soft del velo islamico, e alcune non indossano neppure quello. Banalmente, è un termine con cui, per mera comodità e necessità di sintesi, mi riferisco a tutto un filone di pensiero secondo cui il velo – e, più in generale, uno stile di abbigliamento modesto, con i centimetri di pelle esposta ridotti al minimo indispensabile – è una forma di liberazione della donna, non un simbolo della sua oppressione.

Ribadisco: è una sintesi estrema, che non fa giustizia alla complessità di una scuola di pensiero assai variegata, zeppa di distinguo, sfumature e dibattiti interni. C’è chi identifica nel velo uno strumento di ribellione davanti a un mondo, tutto maschile, che vede le femmine come un bene di consumo – qualcuno ricorderà la vignetta, divenuta un meme lo scorso anno, in cui una ragazza in bikini e occhiali da sole incrociava una con il niqab, o velo integrale: “Poverina, è tutta coperta tranne gli occhi, che orrenda cultura maschilista!”, pensava la prima; “Poverina, è tutta scoperta tranne gli occhi, che orrenda cultura maschilista!”, pensava la seconda. Poi ci sono teorie più sofisticate. Per esempio quella di Lila Abu-Lughod, celebre antropologa americana di origine palestinese (l’ultima volta che ho controllato, non indossava alcun copricapo e si vestiva come una qualsiasi professoressa universitaria), che ha scritto che il burqa è uno strumento di autoaffermazione per le donne afgane, in quanto forma di “isolamento portatile.” La spiegazione? Visto che la separazione netta tra i sessi (purdah, in hindi/urdu) è parte integrante della cultura locale, se non altro il burqa permette alle donne di uscire di casa, mentre se non ci fosse sarebbero relegate in casa.

Ora, con tutto il rispetto – e, in alcuni casi, anche ammirazione intellettuale – nei confronti di donne come Abu-Lughod, non mi hanno mai convinto. Non ho particolari idiosincrasie nei confronti velo islamico e non lo considero necessariamente uno strumento di oppressione. Però quando sento teorie sull’abbigliamento occidentale che sarebbe una forma di umiliazione femminile, non posso fare a meno di pensare che c’è qualcosa che non va. Mentre scrivo questo articolo, in redazione, ho una camicetta senza maniche: la cosa non mi fa sentire un “burattino del patriarcato”, a Milano fa un caldo pazzesco, punto. E, sofismi a parte, sfido chiunque a dimostrarmi che le donne in Afghanistan se la passano meglio che a Saint-Tropez. Suvvia.

È più forte di me: tutta questa storia mi sa un po’ di slogan orwelliano, del tipo “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.

Tutto questo, per dirvi che i casi in cui mi è capitato di domandarmi se le “femministe col burqa” avessero ragione sono estremamente rari, ma proprio tanto (e alla, comunque, fine mi rispondo: no).

Esistono circostanze, tuttavia, in cui non ho potuto fare a meno di chiedermelo. Come, per esempio, la scorsa settimana. Quando ho letto sul New York Times un profilo della nuova first lady egiziana.

Per chi non seguisse le vicende mediorientali: in giugno l’Egitto ha eletto, per la prima volta in modo democratico, un nuovo presidente; è Mohamed Morsi, legato al gruppo islamista dei Fratelli Musulmani, prima c’era Hosni Mubarak, che era un dittatore, nonché laico. La moglie di Mubarak, Suzanne, veste all’occidentale (sua madre era occidentale, gallese per la precisione), con tailleur di buon taglio, gioielli, ed è sempre truccata: insomma, si tiene bene. Per contrasto la moglie di Morsi – Naglaa Ali Mahmoud, che non ha preso il cognome del marito e rifiuta il titolo di first lady – indossa il khimar, una variante del velo islamico piuttosto severa, lungo fino alle ginocchia. Porta grandi occhiali fuori moda, nemmeno un velo di fondotinta e, bestemmia!, si è fatta fotografare con un orribile foruncolo e i pori dilatati bene in vista.

La sto mettendo giù un po’ pesante, ma una delle considerazioni che emergono dal ritratto del New York Times (ok, non l’unica), è: la moglie di Morsi è proprio brutta, non si sa tenere, potrà fare la first lady? Del resto che cosa ci si poteva aspettare dalla moglie del candidato dei Fratelli Musulmani, gruppo che non brilla certo per il rispetto delle donne…

Rileggo il pezzo una seconda volta, per assicurarmi che davvero vada a parare lì. Non sono l’unica ad averlo notato, su Twitter c’è già qualcuno che sta protestando. E questi qui vorrebbero dare lezioni sul rispetto delle donne? Con un articolo che insinua che una tizia potrebbe essere inadatta a ricoprire una carica pubblica in quanto, be’, bruttina? Cacchio, mi sono detta, quasi quasi sono meglio i Fratelli Musulmani. La cosa tra l’altro mi ha ricordato un’orrida puntata di The Young Turks, lo show filo-Democrat, che sfotteva Ahmadinejad perché sua moglie era coperta da capo a piedi. Ma soltanto dopo un breve dibattito sul tema “Hillary Clinton è scopabile?”. Chapeau, questo sì che è il modo migliore per demolire l’ayatollah-pensiero secondo cui non appena una donna mostra un centimetro di pelle viene percepita come un trancio di cotechino. (Prima o poi seguirà articolo sul tema: The Young Turks in realtà è il prodotto di un genio del male prezzolato dal Grand Old Party per spostare voti a destra).

Poi mi sono ricordata che alcuni membri dei Fratelli Musulmani sostengonopromuovono attivamente la mutilazione genitale femminile (anche se l’organizzazione non si è mai pronunciata ufficialmente su questa pratica, che peraltro non ha basi coraniche e in Egitto è diffusa anche tra i cristiani), e ho pensato che menomare con un coltello da cucina il corpicino di una bimba è infinitamente più odioso che scrivere un articolo un po’ maschilista.

Ok, i Fratelli Musulmani sono molto peggio del New York Times, scoperta dell’acqua calda. Ma per un momento, e soltanto per un momento, leggere quel ritratto della first lady egiziana mi ha spinto a domandarmi se le femministe col burqa non avessero in qualche modo ragione a sostenere che gli islamisti hanno più rispetto delle donne. Con o senza pori dilatati.

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