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Uno studio ha dimostrato che interessarsi all’arte e alla cultura rallenta l’invecchiamento e migliora la salute Addirittura più dell'esercizio fisico: dedicarsi alle arti almeno una volta alla settimana riduce l'invecchiamento biologico di un anno.
L’invasione dei pavoni di Punta Marina è diventata una notizia di portata internazionale È stata ripresa nientemeno che da Ap News, cioè da Associated Press, con un video pubblicato sul loro sito.
È in lavorazione un film sulla storia di C’era una volta in America di Sergio Leone «È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
L’Unione europea ha finalmente approvato delle sanzioni contro i coloni israeliani Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio. Sono state approvate grazie alla rimozione del veto fin qui imposto dall'Ungheria.
È uscito il primo trailer di Tony, “l’antibiopic” che racconta un anno della vita di Anthony Bourdain prima che diventasse Anthony Bourdain Il film, prodotto da A24, è ambientato nell'estate del 1975 a Provincetown (Massachusetts), in un momento che si rivelò formativo per il futuro chef.
La comunità scientifica continua a dire che sta arrivando un evento climatico catastrofico ma nessuno le dà ascolto né fa niente Si chiama El Niño, è un innalzamento della temperatura dell'oceano e potrebbe avere conseguenze apocalittiche in tutto il mondo.
Ci sono Alice Rohrwacher e Josh O’Connor che presentano La chimera in una biblioteca di Stromboli E ha rivelato che all'inizio il film lei avrebbe voluto girarlo proprio a Stromboli, ma fu costretta a ripensarci per questioni di tempi e di logistica.

Costruire la moda di una città

Come la fashion week di Tbilisi, al di là dei riferimenti al "suo" Demna Gvasalia, racconta la vivacità culturale di un Paese che sta riscoprendo se stesso.

25 Maggio 2017

A voler individuare un colore e un capo di abbigliamento che rappresentino bene lo stile e lo spirito di Tbilisi, la bella e singolare capitale della Georgia, questi sarebbero sicuramente la punta più grave di nero, onnipresente in tutte le collezioni, e un capospalla dalle linee austere, a metà fra l’abito di un prete ortodosso e un chokha, ovvero il cappotto di lana con il porta-cartucce ornamentale indossato tradizionalmente dagli uomini georgiani, la cui silhouette aveva affascinato anche Rei Kawakubo. Il chocka, assieme alla manodopera specializzata nel realizzarlo, sembrava essere destinato a scomparire in epoca sovietica, ma negli anni Novanta, quando la Georgia si è dichiarata indipendente, è diventato quasi un simbolo di orgoglio nazionale, all’interno del più ampio e doloroso percorso di ricostruzione di un’identità nazionale intrapreso dal piccolo Paese caucasico, che si avviava così a distaccarsi progressivamente dall’influenza di Mosca.

Tbilisi, che oggi conta quasi un milione e duecentomila abitanti (l’intera popolazione georgiana non arriva ai cinque milioni), nelle ultime stagioni è diventata uno degli appuntamenti più interessanti fra quelle settimane della moda, sponsorizzate da Mercedes Benz, che si svolgono in diversi momenti dell’anno in giro per il mondo. Ciò è dovuto a una singolare coincidenza di ragioni, tutte meritevoli di approfondimento: il successo di Demna Gvasalia, tanto per cominciare, a capo del collettivo Vetements e direttore artistico di Balenciaga, che ha acceso l’interesse internazionale nei confronti dei designer georgiani, e il parallelo affermarsi di un look specifico che, accettandone almeno in parte la semplicistica generalizzazione, potremmo definire come “est europeo” e “post sovietico”. Ne ha scritto anche, non troppo tempo fa, Alexander Fury in una bella storia sul T Magazine, quando ha paragonato le due (solo apparentemente distanti) storie di successo di Gvasalia e Alessandro Michele, riconoscendo a entrambi autorialità, senso del business e straordinaria capacità di elaborare lo zeitgeist contemporaneo, ugualmente affamato di controculture e passatismo. Il look del momento, dicevamo.

Fabrika

Certo, Gvasalia ha lasciato Tbilisi con la sua famiglia alla fine degli anni Ottanta, ha studiato ad Anversa e ha scelto Parigi come base per lanciare il suo marchio, che guida insieme al fratello Guram, puntando chiaramente al mercato globale. Il suo è un caso eccezionale, esattamente come lo è quello di Michele, ma sarebbe ingiusto bollare tout court  in maniera negativa il citazionismo che pure dilaga fra le collezioni di questa quinta edizione della fashion week di Tbilisi, svoltasi agli inizi di maggio. Questo perché, al di là dei più ovvi e spesso non necessari riferimenti all’illustre connazionale, la capitale georgiana può certamente vantare una propria identità stilistica, di cui l’estetica Vetements pure si è nutrita, frutto di una rinnovata vivacità creativa e culturale di un Paese che sta riscoprendo se stesso. La curatrice Sofia Tckonia, che per prima ha creduto nelle potenzialità di una moda made in Georgia, fondatrice dell’evento di Mercedes Benz e del concorso per giovani talenti Be Next, così ha riassunto a Business of Fashion le peculiarità dei suoi connazionali: «I nostri stilisti sono sempre un po’ dark, un po’ nostalgici e un po’ drammatici. Raramente la moda è “solo divertimento” per loro». Una sorta di dignitoso rigore degli antenati che la moda ha trasformato nella nuova ossessione del lusso.

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Questo non significa che Tbilisi sia noiosa, anzi: c’è una piacevole atmosfera all’insegna del Diy (ovvero del fare da soli) nei giorni in cui la moda è in città, lontana degli isterismi di Milano o Parigi, ma ugualmente indaffarata: tutti si aiutano l’un altro, non è raro che i designer siedano in prima fila alla sfilata dei colleghi o diano una mano nel backstage, le modelle possono essere anche stylist o proprietarie del negozio dove i marchi sfilano, il team di produzione si divide tra l’accoglienza degli ospiti e l’organizzazione delle sfilate. Gli show iniziano in tarda mattinata e si concludono spesso dopo le dieci di sera: il programma è serrato e conta per questa edizione più di trenta marchi, perlopiù georgiani, ma anche ucraini e russi, un italiano (TL-180) e un guest designer spagnolo. La location principale è il museo delle Arti Moderne (Moma) che si affaccia sulla trafficatissima Kvali Street, dove all’uscita dei sottopassaggi di attraversamento anziane signore vendono spezie e cimeli dell’epoca sovietica, anche se il comune vorrebbe regolamentare meglio questo tipo di commercio, nel più vasto progetto di riqualificazione urbana che ha investito la città negli ultimi anni. Poco male se alcuni degli stop preferiti dai turisti modaioli siano proprio il mercatino delle pulci, dove si trovano cianfrusaglie di ogni tipo, e il mitologico Lilo Mall, che Liana Satenstein ha raccontato per Vogue US, dove i falsi delle grandi griffe rasentano l’ironia della performance artistica. Che l’idea della famigerata borsa Ikea sia partita proprio da qui?

Molte delle strutture più interessanti in città sono quelle che hanno saputo riconvertire intelligentemente gli spazi, come Fabrika, sulla riva sinistra del fiume Mtkvari, ostello ricavato da un’ex manifattura tessile sovietica Per questa stagione, Tckonia e il suo giovane team sono riusciti a inaugurare anche altre location oltre al Moma, dalla splendida funicolare per Anouki all’Università di Stato dove Djaba Diamissadze ha presentato la sua demi-couture, fino ai concept store come Chaos o Pierrot Le Fou, dove hanno sfilato rispettivamente George Keburia e Gola Damian. E proprio questo tipo di negozi, la cui selezione raccoglie per affinità estetiche a prova di Instagram creazioni di designer locali a brand ricercati come J.W. Anderson e Martiniano, è un ottimo esempio dell’approccio dei creativi di Tbilisi, che dimostrano di volersi confrontare con l’estero e, allo stesso tempo, di sapersi valorizzare. Molte delle strutture più interessanti in città, d’altronde, sono quelle che hanno saputo riconvertire intelligentemente gli spazi, come il Rooms, hotel che ha sede in un’ex tipografia e ospita alcuni degli show, oppure ancora Fabrika, sulla riva sinistra del fiume Mtkvari, ostello e “hotspot” urbano ricavato da un’ex manifattura tessile sovietica, che si trova in uno dei pochi quartieri che hanno mantenuto l’aspetto originario di quel periodo. «La prima volta che sono arrivato a Tbilisi, sette anni fa, mi aveva subito affascinato la sua bellezza decadente» mi dice Giovanni Ottonello, art director dello Ied che frequenta la fashion week dalla sua prima edizione «Alcune strade sembravano surreali, sorrette da infinite impalcature alla Salvador Dalì. Un fascino che Tbilisi ha saputo mantenere anche attraverso la studiata pianificazione che ha trasformato la città negli ultimi anni». E a proposito delle sfilate: «Ci sono due elementi caratteristici della moda georgiana: una forte personalità, quasi una “rabbia” interna che viene comunicata attraverso l’uso del nero e una propensione per gli accessori, soprattutto le scarpe. Da sempre il loro modo di pensare e realizzare scarpe è straordinario».

Dagli ensemble in pelle nera di Situationist, che ha anche sfilato al White di Milano e conta Bella Hadid tra le sue fan, ai cardigan iperdecorati di Lalo, passando per l’immagine fresca di marchi come George Keburia e Dalood, l’eleganza minimalista di Material by Aleksander Akhalkatsishvili e Bevza oppure quella iperfemminile di Eloshi, fino al guardaroba maschile firmato Aznauri: di cose da tenere d’occhio qui ce ne sono parecchie, anche se è legittimo chiedersi quanto possa funzionare, dal punto di vista degli affari, la moda georgiana. Intanto, non esiste una vera e propria filiera produttiva, che vada dall’ufficio stile alle maestranze specializzate, e mancano le scuole di formazione: non è un caso che Be Next dia la possibilità ai giovani talentuosi di studiare all’estero e acquisire così nuove competenze da spendere (preferibilmente) in patria. «Qui i designer sanno disegnare piuttosto bene, la vera difficoltà è reperire modellisti e materiali di alta qualità. La maggior parte delle aziende tessili del Paese nell’epoca sovietica sono state riconvertite in industrie di abbigliamento di massa» ha spiegato Tckonia a Harriet Quick su Wallpaper. La posizione periferica della capitale, poi, quasi “schiacciata” tra Europa, Medio oriente e Russia, rende ancora ancora oggi difficoltosi i rapporti commerciali. Me lo fa notare anche Fulvia Galbusera, buyer de La Rinascente: «I costi wholesale e retail nella maggior parte dei casi sono ingiustificatamente alti, perché non esiste un’economia di scala. Bisognerebbe poi al più presto trovare un accordo più conveniente per l’export di quello esistente, in modo da agevolare delle tariffe doganali sostenibili per l’Europa. Oggi importare dalla Georgia ha dei costi elevatissimi che purtroppo minano il successo di alcuni brand».

Concorda sulle difficoltà anche Paola Alvear, Group Director per l’Italia di Lambert + Associates, network di esperti di retail del lusso, che ha anche tenuto una conferenza sulle strategie di business nei giorni della Fashion Week. Alvear, però, è piuttosto convinta che Tbilisi possa diventare un punto di riferimento importante per l’area dell’Est Europa e dell’ex Unione Sovietica, dove d’altra parte la Georgia è già una meta turistica conosciuta e apprezzata per le sue montagne, le località sul mare come Batumi e la pregiata tradizione enogastronomica (se ve lo state chiedendo sì, si mangia bene: menzione speciale a khachapuri e churchkela). È dello stesso parere Aleksej Tilman, giornalista esperto di dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica, che sostiene anzi come la posizione periferica non sia poi, almeno nell’attuale contingenza storica, così d’impedimento allo sviluppo «L’essere relativamente “libera” e stabile sta attirando in Georgia sempre più turisti dall’Iran e dai Paesi del Golfo. Il Paese, poi, è anche al centro di un asse commerciale che va da est a ovest tra Azerbaijan e Turchia ed Europa e di uno che va da nord a sud tra Russia, Armenia e Iran: questo sta portando allo sviluppo di nuove infrastrutture ferroviarie, stradali ed energetiche che vanno a giovamento della popolazione e del turismo».

Sembra quasi strano, tanto più dalla bolla ottimistica della settimana della moda, ripensare agli incidenti del 13 maggio del 2013, quando a Tbilisi la Giornata mondiale contro l’omofobia si è trasformata in una spedizione punitiva di militanti dell’Opu (che sta per Orthodox Parents’ Union, un’associazione a sfondo religioso conosciuta per la sua aggressività) e di alcuni membri della Chiesa Ortodossa Georgiana nei confronti della comunità Lgbtq, che stava manifestando pacificamente. Anche qui l’omofobia è un problema serio, come hanno raccontato molti attivisti a Politico e come mi ha confermato Tilman: «Si tratta di un sentimento purtroppo molto diffuso in tutti i Paesi del Caucaso, dove l’omofobia è molto più forte che in Russia, nonostante Putin. Negli anni Novanta in Russia c’erano partiti schierati in difesa dei diritti Lgbtq, cosa che non era minimamente immaginabile in nessun altro Paese del Caucaso». Allo stesso tempo, però, basta ripensare all’estetica libera dai condizionamenti di genere di molta moda georgiana e all’atmosfera che si respira nel club semi-nascosto sotto lo stadio della città, il Bassiani, dove i ragazzi vanno a ballare il venerdì sera, per essere abbastanza sicuri di intravedere la lunga strada di resilienza che porterà Tbilisi ad abbracciare il suo futuro, che appare tutt’altro che nero.

In copertina: Aznauri Autunno/Inverno 2017-18, foto e styling di Grigor Devejiev; nella gallery: foto di sfilata di David Tchalidze; nel testo: la hall di Fabrika, photo courtesy Fabrika Tbilisi; un negozio di souvenir su Kvali Street e un ambulante all’entrata del Flea Market, foto dell’autrice.
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