Mark Zuckerberg in collegamento con la Commissione antitrust, 29 luglio 2020. Foto di Graeme Jennings-Pool/Getty Images

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Big Tech a processo

L'audizione all'antitrust di Jeff Bezos, Tim Cook, Mark Zuckerberg e Sundar Pichai segna un cambio di passo rispetto al passato, ma la strada verso un reale cambiamento è ancora lunga.

di Federico Gennari Santori

Sei ore di interrogatorio. Ben 217 domande. Oltre un milione di “prove”. 4 persone contro 13: da una parte, connessi in videoconferenza dai loro uffici, gli uomini più potenti del mondo, dall’altra i membri della sottocommissione antitrust della Camera dei Rappresentanti statunitense. “Grilled” (“grigliati”), si dice oltreoceano, e stavolta non ci sarebbe termine più appropriato per descrivere l’audizione che ha messo sotto torchio gli amministratori delegati di Amazon, Apple, Facebook e Google sulla loro posizione dominante nel digitale. L’occasione può senza dubbio essere definita storica. I temi sono certamente caldi. È guardando agli esiti che, nonostante il grande passo in avanti, le certezze ancora vacillano.

Partiamo dalle cose semplici. Primo: non si è trattato di un processo ma di un’audizione, significa che non c’è un’accusa formale ma soltanto un’indagine in corso con funzioni di indirizzo. Secondo: Microsoft, il grande assente. A meno che non se ne voglia attribuire il merito all’ennesimo complotto ordito da Bill Gates, il motivo di questa esclusione è semplicemente che l’azienda di Redmond ha assunto connotati assai diversi dalle altre quattro: il suo sistema operativo mobile è stato un fiasco, il motore di ricerca Bing ha dimensioni ridotte, LinkedIn (acquisito nel 2016) non può essere paragonato ad atri social network, Ebay è ormai un e-commerce come tanti. La sua presenza sul web è contenuta e il modello di business si basa soprattutto sulla fornitura di servizi ad altre aziende più che a consumatori finali. Insomma, Microsoft è grande, anche più di Facebook e Google, ma è un’altra cosa, senza contare che è già finita sul banco dell’antitrust nel lontanissimo 2000. Chiarito l’equivoco.

Jeff Bezos, Tim Cook, Mark Zuckerberg e Sundar Pichai non escono benissimo dalla grande audizione: a parte i discorsi iniziali in cui hanno ripercorso la loro storia personale e quella della società all’insegna dei valori americani, non erano preparati su una serie di punti e varie volte hanno dato risposte vaghe. Ma, per quanto alcuni possano rallegrarsene e molti lo stiano sottolineando, non c’è davvero niente di nuovo: nelle precedenti audizioni in cui sono stati coinvolti, tutti tranne Bezos, la figura che hanno fatto è stata quella di chi cade dalle nuvole e abbassa lo sguardo di fronte alle ammonizioni. E dopo? Nulla, perché nulla, di fatto, è accaduto dopo gli altri interrogatori, se non una multa di 5 miliardi di dollari imposta a Facebook, che non ha intaccato in alcun modo il modello di business suo e delle altre grandi aziende hi-tech. La vera novità portata dal lavoro svolto dai rappresentanti della commissione antitrust potrebbe proprio essere che qualcosa, una buona volta, accada davvero.

«L’udienza mi ha chiarito un fatto: queste aziende, così come sono oggi, hanno il potere di un monopolio. Alcune devono essere sembrate, tutte devono essere adeguatamente regolate e ritenute responsabili». «Dobbiamo garantire che le leggi antitrust scritte per la prima volta più di un secolo fa funzionino nell’era digitale». Ecco, raramente si sono sentite parole lapidarie come queste, con cui David Cicilline, rappresentante democratico di Rhode Island e presidente della commissione, ha tirato le somme dei lavori annunciando un rapporto dettagliato. Ma stavolta non si tratta di illazioni e rimproveri da parte di chi si è svegliato una mattina e ha deciso di occuparsi di tecnologia, almeno non soltanto.

Jeff Bezos in collegamento con la Commissione antitrust, 29 luglio 2020. Foto di Graeme Jennings-Pool/Getty Images

Era il 3 giugno 2019 quando proprio Cicilline annunciava «indagini a tappeto» sui giganti della tecnologia statunitensi, forse volendo anche tracciare una linea di demarcazione tra questa iniziativa e le altre – quasi ridicole – messe in campo fino ad allora. Oltre un anno di indagini si è tradotto in un salto di qualità notevole rispetto al passato: i rappresentanti hanno fatto domande anche tecniche e basate su documenti esclusivi che hanno già fatto scalpore. Tra questi c’è uno scambio di mail privato del 2012 tra Zuckerberg e l’allora direttore finanziario di Facebook, David Ebersman, in cui si discute di Instagram. L’app viene definita disruptive, capace di «danneggiare» Facebook e potenziale competitor da «neutralizzare», valutazioni a cui sarebbe seguita nello stesso anno l’acquisizione per un miliardo di dollari.

Delle 217 domande poste, 62 sono andate a Zuckerberg, 61 a Pichai, 59 a Bezos e solo 35 a Cook. A ciascuna azienda sono stati grossomodo chiesti chiarimenti su un aspetto preciso della loro attività da un punto di vista chiaramente concorrenziale, lasciando poco spazio alle divagazioni a cui ci avevano abituato gli interrogatori su Cambridge Analytica, il caso che nel 2018 ha dato la sveglia ai politici di tutto il mondo. Di Facebook interessano le sue possibili pratiche per soffocare la concorrenza, copiandola o comprandola. Google era invece sul banco degli imputati per spiegare come traccia l’attività degli utenti attraverso i cookie e perché suo motore di ricerca starebbe premiando i risultati forniti dalla stessa Google a scapito di tutti gli altri. Ad Amazon è toccato spiegare se utilizza o meno i dati legati all’attività dei venditori esterni che si servono della sua piattaforma per fare previsioni sulla domanda e mettere in vendita propri beni per soddisfarla. Apple, infine, che ha potuto godere di ritmi ben più rilassati rispetto ai colleghi, si è trovata ad affrontare la questione di disponibilità e commissioni di applicazioni esterne all’interno dell’AppStore.

I tempi in cui Zuckerberg si trovava a dover spiegare le basi di Facebook ai politici che dovevano metterlo alle stette (passati alla storia i senatori Hatch e Wicker) sembrano lontani, almeno in parte. Va detto che i rappresentanti repubblicani non hanno contribuito granché alla discussione, investendo il loro tempo soprattutto per chiedere conto di una presunta penalizzazione dei contenuti online legati alle loro istanze. Momenti altissimi si sono toccati quando Greg Steube, della Florida, ha chiesto a Sundar Pichai perché il padre abbia trovato le sue email di campagna elettorale nello spam e quando James Sesenbremmer, del Winsconsin, ha provato a torchiare Zuckerberg per la sospensione dell’account di Donald Trump Jr., avvenuta su Twitter e non su Facebook. Questo per ricordare che usare come passerella un evento del genere può rivelarsi un boomerang.

Fortunatamente i democratici si sono comportati meglio, mettendo a segno richieste calzanti e interessanti. A distinguersi, oltre al presidente Cicilline, è stata in particolare la rappresentante Pramila Jayapal, di Washington, che ha tirato fuori lo scambio le mail di Zuckerberg a proposito di Instagram e chiesto espressamente al fondatore di Facebook se copia i suoi competitor, incassando di fatto un sì. Anche Joe Neguse, del Colorado, è emerso con alcune domande rivolte a Jeff Bezos, sollevando il tema ancora trascurato del possibile utilizzo dei dati delle aziende forniti nell’ambito dei servizi di cloud computing di Amazon Web Services.

A distinguersi, oltre al presidente Cicilline, è stata la rappresentante Pramila Jayapal, che ha tirato fuori lo scambio le mail di Zuckerberg a proposito di Instagram e chiesto espressamente al fondatore di Facebook se copia i suoi competitor, incassando un sì

Documenti, maggiore consapevolezza, grande attenzione mediatica. Dopo l’uscita dalla competizione elettorale di Elizabeth Warren, paladina dello scorporamento di Facebook, e l’affievolirsi del caso Cambridge Analytica, il dominio dei colossi tecnologici torna così sull’agenda politica. Il passo in avanti, come abbiamo detto, c’è ed è grande, e dalle valutazioni su questa prima audizione potrebbero scaturire degli interventi concreti. La domanda è quando. Oltre alle vicine elezioni presidenziali e all’attività di lobbying sempre più intensamente finanziata da Amazon, Apple, Facebook e Google, il tempo resta la variabile più grande. Sembra che l’antitrust si muova a una velocità che non tiene il passo con quella delle tecnologie e del mercato digitali. Ci è voluto un anno per raccogliere le informazioni necessarie per un’audizione sensata, ma non solo: molte delle domande rivolte ai capi delle quattro aziende riguardavano fatti ormai lontani, come l’acquisto di WhatsApp (2014) e Instagram (2012) da parte di Facebook o quello di DoubleClick (2008) e YouTube (2006) da parte di Google.

In generale le audizioni organizzate da una commissione non hanno necessariamente una conseguenza, tantomeno politica. Nel caso specifico poi, da qui all’avvio di un vero procedimento antitrust per lo smembramento di una o più di queste società, passerebbero mesi, anni, e lo scenario potrebbe cambiare nuovamente. Non bisogna dimenticare che, sebbene Bezos, Cook, Pichai e Zuckerberg siano stati ascoltati insieme, rappresentano aziende profondamente diverse, che non possono essere inserite in un unico calderone soltanto perché grandi e “tecnologiche”. Da un punto di vista commerciale, checché se ne possa dire, ognuna è un caso a sé. Del resto metterle insieme è stato un bel colpo mediatico, ma ha creato una situazione caotica, che tra mille interruzioni spesso non ha nemmeno dato modo ai convitati di rispondere.

Ecco allora che l’antitrust in quanto tale rivela i suoi limiti. Perché necessita di tempi lunghi durante cui potrebbero nascere nuovi equilibri e perché fare a pezzi Amazon, Apple, Facebook e Google non risolve la questione a monte, cioè la regolamentazione dell’economia digitale all’interno della quale questi e futuri protagonisti si muoveranno. Nell’arco di qualche anno potrebbero emergere nuovi giganti, forti come quelli attuali e magari non negli Stati Uniti. Basti pensare, per quanto sia un discorso a parte, a TikTok, Huawei e ai complicati rapporti tra le democrazie occidentali e la Cina. E se aziende come queste hanno adottato pratiche anticoncorrenziali, lo hanno fatto in un contesto che loro stesse hanno costruito e perché dei vuoti normativi glielo hanno permesso. Dire che le aziende sotto indagine hanno dimostrato di non essere in grado di autoregolarsi o che – sorpresa! – hanno comprato potenziali concorrenti per soffocarli significa cadere dalle nuvole proprio come a volte hanno fatto i quattro Ceo.

Lo ha detto lo stesso Cicilline: «Sebbene queste quattro società differiscano in modi importanti e significativi, nel corso delle nostre indagini abbiamo osservato modelli comuni». Ed è appunto sui modelli che bisogna intervenire. Il punto, come abbiamo già scritto, è che a internet servono regole complesse ancora da scrivere e che le classi politiche hanno bisogno di competenze più solide in grado di guidarle in prospettiva, o dovranno sempre rincorrere le grandi corporazioni. Tutto questo spetta agli Stati. Finché non ci sarà un inquadramento normativo generale, che non si pretende possa prevedere il futuro ma nei limiti del possibile prevenire determinate condotte, il confronto con aziende come Amazon e Facebook sarà sempre limitato e tendenzialmente negativo. Non saranno le multe, per quanto salate, o gli spacchettamenti, giusti o sbagliati che siano, a cambiare la situazione.

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