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Perché TikTok fa tanta paura?

Come la messa al bando dell'app cinese sta diventando realtà, tra ragioni di concorrenza economica, di competizione tecnologica e soprattutto di geopolitica.

di Federico Gennari Santori

India, 30 giugno, alcuni cartelli dei manifestanti a sostegno dell'iniziativa del governo indiano di bannare l'app cinese (Photo by NOAH SEELAM/AFP via Getty Images)

Perché un’app per ragazzini, dove circolano video in cui si ironizza, si balla o si doppiano canzoni, fa tanta paura? Governi minacciano di metterla al bando, istituzioni per la tutela della privacy avviano indagini, perfino Anonymus ha invitato a non scaricarla. Se è vero che la storia si ripete, a TikTok potrebbe toccare la stessa sorte di Huawei, altro colosso tecnologico cinese recentemente escluso dalle gare per l’attivazione del 5G negli Stati Uniti e nel Regno Unito. C’è però una differenza sostanziale: il social network più amato dai teenager può contare sul sostegno di centinaia di influencer e di milioni di utenti che non hanno alcuna intenzione di rinunciare a quello scroll infinito di video tanto rivoluzionario.

Con 1,5 miliardi di iscritti nel mondo e il valore di 140 miliardi di dollari, TikTok è tutt’altro che una ragazzata ma una piattaforma che cresce a doppia cifra, sa fidelizzare gli utenti come poche altre e fa gola agli inserzionisti: l’unica app cinese ad aver fatto il grande salto fuori dalla Cina. Ha dichiarate ambizioni di crescita, una valanga di denaro e tecnologie estremamente avanzate. Durante il lockdown, poi, si è registrato il vero boom: 200 milioni di download globali nel primo trimestre del 2020, al termine del quale solo in Italia, dove si è scoperta tardi, l’app aveva 7 milioni di utenti. Ma proprio nel momento di maggior fama e successo sono iniziati i problemi, perché avere utenti significa avere dati. Nel quadro di un raffreddamento sempre più forte dei rapporti tra una parte dell’Occidente e la Repubblica Popolare, TikTok fa paura per ragioni di concorrenza economica, di competizione tecnologica e soprattutto di geopolitica.

Il campanello d’allarme per l’app cinese è suonato quando negli Stati Uniti, a inizio luglio, un tweet di Anonymus l’ha definita «un malware gestito dal governo cinese nell’ambito di un’operazione di sorveglianza di massa». Niente rispetto alle dichiarazioni che il segretario di Stato Mike Pompeo ha rilasciato a Fox News: «Stiamo valutando il divieto di TikTok» perché «l’app consegna informazioni private degli utenti al Partito comunista cinese». Gli scongiuri non si sono fatti attendere ma da ByteDance, la proprietaria di TikTok, doveva arrivare qualche segnale più tangibile. Così, nel pieno del conflitto tra la popolazione e il governo di Hong Kong, l’azienda ha preso una posizione tutt’altro che scontata.

Lo scorso 30 giugno a Pechino è stata approvata una legge senza precedenti che, oltre ad aver fatto sparire dalle biblioteche alcuni libri “pro-democrazia”, ha rafforzato la sorveglianza statale sui cittadini di Hong Kong e sulle piattaforme digitali, sancendo che le forze di polizia possono chiedere di rimuovere contenuti ritenuti dannosi per la sicurezza nazionale. ByteDance, spingendosi più in là delle piattaforme statunitensi che hanno smesso di processare le richieste di cessione di dati da parte delle autorità, ha risposto di voler “spegnere” TikTok in quel distretto. Una decisione che vorrebbe dimostrare la sua indipendenza dalla Cina e non l’unica presa dall’azienda.

Ora ByteDance – ha svelato il Wall Street Journal – starebbe valutando di stabilire una nuova sede al di fuori della Repubblica Popolare e di ricomporre il proprio consiglio di amministrazione, e a maggio ha nominato Ceo di TikTok Kevin Mayer, uomo d’affari statunitense prima ai vertici della Walt Disney. Per il momento non è bastato: Peter Navarro, consigliere della Casa Bianca in materia di commercio, lo ha definito «un burattino» rincarando le accuse già rivolte da Pompeo. Al momento l’unica azione concreta del governo americano è aver chiesto ai propri funzionari e all’esercito di non scaricare l’app sui propri dispositivi personali, la stessa indicazione che – per un errore, si è poi detto – Amazon ha suggerito via mail ai propri dipendenti. La messa al bando dell’app resta ancora una minaccia, che rischia però di trasformarsi in realtà. Del resto, cosa di cui ci si sta occupando poco, è già successo in India.

Nel quadro di un raffreddamento sempre più forte dei rapporti tra una parte dell’Occidente e la Repubblica Popolare, TikTok fa paura per ragioni di concorrenza economica, di competizione tecnologica e soprattutto di geopolitica

A fine giugno il governo di Nuova Dheli ha bandito circa 60 applicazioni cinesi per ragioni di sicurezza nazionale. Tra queste ci sono WeChat e TikTok, accusata di aver trasmesso alle autorità di Pechino dati degli utenti senza autorizzazione, minacciando così la sovranità dell’India e l’ordine pubblico nel Paese. Questa scelta, come ha fatto notare tra gli altri la Bbc, va letta nel quadro del sentimento anti-cinese cresciuto dopo uno scontro a fuoco tra gli eserciti dei due Paesi avvenuto a inizio giugno nella regione hymalaiana di Ladakh, in cui venti soldati indiani sono rimasti uccisi. Ne è scaturita una guerra commerciale che ha preso di mira anche il comparto tecnologico cinese e che potrebbe avere conseguenze serie per ByteDance.

L’india è per TikTok il terzo mercato al mondo, dopo Cina e Stati Uniti, e l’area in cui è cresciuta di più durante il 2020 raggiungendo oltre 120 milioni di utenti. Se altri governi, a cominciare da quello degli Stati Uniti, dovessero prendere esempio da quello di Nuova Dheli per l’app potrebbe mettersi male. Gli utenti dimostrano di volere fortemente contenuti come quelli che TikTok ha introdotto, al costo di passare ad altri social network che sappiano garantirglieli e dove possano seguire i loro influencer preferiti. Proprio in India, dopo il blocco imposto dal governo, l’app-clone Roposo ha ottenuto 22 milioni di utenti in più in soli due giorni. E non è un caso che Instagram abbia esteso agli iscritti indiani la sperimentazione dei Reels, video con funzioni pressoché identiche a quelli di TikTok per il momento visibili all’interno della sezione “Esplora” in Brasile, Francia e Germania.

La corsa alla copia di TikTok è cominciata. Come fu inizialmente per le Stories introdotte da Snapchat e arrivate gradualmente su tutte le altre piattaforme, da Facebook a Twitter passando per LinkedIn (dove è sono in corso dei test), la piattaforma cinese ha introdotto nuovi format e costruito nuovi linguaggi rispetto ai quali tutti i concorrenti oggi finiscono per apparire manchevoli, soprattutto agli occhi dell’ambita generazione Z. Il destino di Snapchat, fagocitato da Instagram, non è stato dei migliori ma TikTok ha tutte le carte per evitare che questo accada, a cominciare da numeri nettamente superiori e da una diffusione globale già raggiunta.

Oltre ai cospicui investimenti promozionali, l’app di ByteDance è riuscita a imporsi grazie a tre innovazioni fondamentali: 1) la presenza chiara ed effettivamente funzionante di due feed paralleli di contenuti, quelli degli utenti che segui più quelli scelti per te dall’algoritmo, e l’apertura del secondo anche a spettatori che non devono necessariamente registrarsi per avere un proprio account; 2) la possibilità di condividere all’esterno e con immediatezza i video creati con TikTok su tutte le altre applicazioni, da WhatsApp a Reddit, da Twitter a Instagram; 3) la realizzazione di un editor video estremamente potente e allo stesso tempo intuitivo, che consente di creare all’interno dell’app contenuti molto più elaborati di quanto si possa fare altrove. A questo va aggiunto un algoritmo sofisticato, in grado di ricavare grandi quantità di dati sugli utenti, sulla qualità dei contenuti e sulle modalità di fruizione di essi, e quindi di proporre video altamente ingaggianti agli spettatori.

Con i già citati Reels, che riprendono proprio l’editor video di TikTok, Instagram sta cercando di andare nella stessa direzione e la concorrenza tra ByteDance e l’impero di Mark Zuckerberg è sempre più stringente. Da pochi mesi, su richiesta, è disponibile in tutto il mondo TikTok for Business, la piattaforma per gli investimenti pubblicitari volta a coinvolgere anzitutto piccole e medie aziende, che riprende in tutto e per tutto gli standard imposti da Facebook nel campo dell’advertising. Presto sarà accessibile a chiunque e non è un caso che questa accelerazione sia arrivata proprio mentre Facebook e Instagram subiscono il boicottaggio di grandi brand nell’ambito della campagna #StopHateForProfits, nata dopo la morte di George Floyd negli Stati Uniti. È ancora presto per dire chi potrà avere la meglio: TikTok sta avendo una crescita dirompente e Facebook resta un’azienda molto più grande e con ingenti risorse a disposizione. Questo vale sul fronte commerciale e tecnologico, ma come abbiamo visto un’altra partita si gioca sul fronte geopolitico.

Se è vero che Facebook non può raggiungere centinaia di milioni di potenziali utenti in Cina perché gli è impedito dallo Stato, è altrettanto vero che per TikTok potrebbe accadere lo stesso fuori dalla Cina, in mercati importanti come quello indiano

I complessi rapporti diplomatici tra la Cina e le altre potenze, nonché l’argine che l’Occidente sembra voler porre all’avanzata tecnologica cinese, possono fare la differenza. Se è vero che Facebook non può raggiungere centinaia di milioni di potenziali utenti in Cina perché gli è impedito dallo Stato, è altrettanto vero che per TikTok potrebbe accadere lo stesso fuori dalla Cina, in mercati importanti come quello indiano. Probabilmente molti governi non si farebbero scrupoli a usare come puro pretesto la sicurezza dei dati e la sudditanza di ByteDance al Partito comunista- Detto questo, i dubbi in effetti ci sono. Giusto la settimana scorsa Business Insider è riuscito a recuperare, prima che fossero oscurati, alcuni documenti rubati nell’ambito di “BlueLeaks”, un’operazione di furto di dati ai danni delle forze di polizia sostneuta dall’organizzazione per la trasparenza DDosSecrets. TikTok può fornire numero di telefono, modello di smartphone, data di iscrizione, un elenco di indirizzi IP da cui si è acceduti all’app e dettagli sugli altri account di altri social media collegati dall’utente a TikTok.

Niente di diverso da quello che fanno Facebook, Twitter e le altre piattaforme. A colpire però, come ha sottolineato sul Washington Post Patrick Jackson dell’organizzazione per la tutela della privacy Disconnect, non è tanto la quantità di dati in sé ma la quantità «anormale» di dati che risulta essere trasmessa dallo smartphone dell’utente ai server centrali in Cina, insieme a «misure tecniche che l’app usa per codificare la sua attività, nascondendole ai ricercatori indipendenti». Qualcosa non torna e non è un caso che a giugno l’European Data Protection Board, organo europeo che riunisce gli enti per la privacy di tutti gli Stati membri, abbia istituito una commissione d’indagine su TikTok con un importante contributo del Garante della privacy italiano, Marcello Soro: «Abbiamo un problema con la Cina», ha detto a la Repubblica, e nel caso di TikTok «non abbiamo idea di che cosa succede dietro le quinte». Il punto, insomma, è che non lo sappiamo.

Così le sorti dell’ambiziosa ByteDance e il dominio di Facebook/Instagram sembrano sempre più legate a fattori che, per una volta, sono effettivamente fuori dal loro controllo. Senza spingerci a supporre quale corso potrà fare la geopolitica, bisognerà vedere, da una parte, se l’occidentalizzazione di TikTok sarà abbastanza convincente e, dall’altra, se Mark Zuckerberg riuscirà a sfoderare soluzioni che sul lungo periodo siano all’altezza della sfida. Sempre che a decidere tutto non sia la guerra fredda con la Cina, ben lontano dai campus dei due giganti hi-tech.

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