Dopo che nel 2019 era stato deciso l'uso dei dispositivi digitali persino negli asili, ora il Paese spenderà oltre 200 milioni di euro in libri "veri e propri" da usare nelle scuole.
La realtà assomiglia sempre di più alle storie dei fumetti di supereroi americani. Per i lettori di albi Marvel, ancor prima che Hollywood si accorgesse del loro remunerativo potenziale, c’è qualcosa di estremamente familiare tra i protagonisti del nostro presente e i personaggi creati da Jack Kirby e Chris Claremont e compagnia. I cattivi dei fumetti diventano cattivi. Non lo sono sempre, tranne qualche alieno invasore o demone sinistro. Spesso i cattivi umani partono con delle ottime intenzioni e poi, per un trauma, per un incidente, per una donna, per un malinteso, si ritrovano a dedicare la vita a una vendetta, trasformandosi in villain.
Norman Osborn diventa il Goblin, ma inizialmente è uno scienziato-imprenditore che vuole migliorare il mondo. Anche Doctor Doom, è uno scienziato con buone intenzioni amico e compagno di università di quello che poi diventerà la sua nemesi, Mister Fantastic. Dottor Octopus, bullizzato in infanzia, studia tantissimo creando braccia meccaniche per maneggiare sostanze chimiche pericolose, e diventa uno stimato insegnante e scienziato finché non si trasforma in uno degli arcinemici di Spider-Man dopo la morte della madre. La lista potrebbe andare avanti. E le simmetrie con il mondo del Big Tech sono ben visibili.
Avevano le migliori intenzioni
Mark Zuckerberg voleva semplicemente “costruire roba figa” e “connettere tra loro le persone”, non costruire macchine col potere di influenzare le elezioni politiche (verso destre estreme) e rendendo dipendenti dai social miliardi di persone.
Elon Musk non voleva fare il saluto nazista sul palco di un rally del più dannoso politico populista dell’ultimo mezzo secolo o controllare un social per favorire il pensiero di estrema destra, voleva esplorare lo spazio e creare videogiochi.
Anche Jeff Bezos voleva esplorare lo spazio e portare gli uomini a visitare altri pianeti, non certo creare il più massiccio sistema esistente di monopolio e sfruttamento del lavoro salariato.
Forse è meno famoso di loro, ma anche Alexander Karp, dal 2004 Ceo di Palantir, voleva fare cose buone. Nato a new York nel 1967 Karp è figlio di un’artista afroamericana e di un pediatra ebreo. «Sarei il primo che metterebbero al muro se arrivasse il fascismo», ha detto scherzando. I suoi genitori da bambino lo portavano alle proteste in difesa dei diritti civili. Si è sempre considerato di sinistra – «un socialista», ha detto una volta («ma sono prima di tutto un americano»). Laurea a Stanford – dove conosce Peter Thiel – e dottorato in filosofia in Germania, dove studia con Habermas. Mentre lavora al centro di ricerche Sigmund Freud di Francoforte, riceve una discreta eredità dal nonno. Coi soldi decide di aprire una piccola società di gestione patrimoniale. Inizialmente pensava semplicemente di sistemarsi un po’ economicamente, in modo da poter passare il tempo a leggere e studiare per conto suo. Invece continua a investire e a guadagnare. L’amico dell’università, Thiel, lo tira dentro PayPal, facendolo entrare in quella che viene definita appunto la PayPal Mafia, da cui sono passati moltissimi degli influenti tech-bros della Silicon Valley. Lì Karp era stato messo a gestire Igor, una grande macchina ibrida fatta di algoritmi e forza umana, tra le prime a usare l’intelligenza artificiale, per gestire un numero esagerato di big data velocemente, tutto per scovare le frodi fatte con le carte di credito, sistema così funzionale da esser richiesto dall’FBI per scovare altre frodi online.
Palantir, che tutto vede e tutto può
E da lì è nata Palantir Technologies. Palantir è una delle più grosse aziende americane, cresciute enormemente negli ultimi anni, anche grazie ai nuovi conflitti. Palantir, come il nome che riprende le sfere omnivedenti create dagli elfi (ancora con ‘sto Tolkien), permette di vedere e sapere tutto. È un grande occhio che monitora qualsiasi cosa, sfruttando l’AI. È lo strumento usato per catturare Osama Bin Laden. Tutti i nerd dicono che se ci fosse stato Palantir l’11 settembre non sarebbe mai successo. Con Palantir l’FBI e la CIA e i ranger di frontiera e la difesa israeliana scoprono cose: spyware cinesi, come organizzare gli attacchi, i traffici di Bernie Madoff, come gestire meglio le espulsioni e gli arresti, come colpire meglio gli obiettivi umani in un attacco militare, come radere al suolo Gaza nel modo più efficiente possibile.
Palantir è il sogno del governante totalitario. Nulla sfugge alla sfera di Saruman. Karp è stato uno dei primi CEO ad andare a trovare Zelens’kyj offrendogli i servigi della sua azienda. E ha anche comprato un’intera pagina del New York Times per scrivere: «Palantir sta con Israele!». Per lui le proteste in difesa del popolo palestinese sono state «un’infezione della società». Quando una donna l’ha affrontato urlando in un convegno dicendogli “Palantir uccide i palestinesi”, lui un po’ ridacchiando ha risposto: «È vero. Quasi tutti terroristi, però». Tra i grandi clienti di Palantir ci sono anche la British Petroleum, J P Morgan, Chevron, Stellantis, eserciti di mezzo mondo occidentale, i marines, Credit Suisse. Insomma, la lista dei nemici di un qualsiasi lettore di Jacobin.
Negli anni Karp ha donato ai democratici. Sia a Hillary Clinton e poi a Joe Biden. Sempre la cifra di 360 mila dollari. Un multiplo di 18, che nella tradizione cabbalistica porta fortuna. Ha anche appoggiato, inizialmente, Kamala Harris. Poi qualcosa è cambiato. Il vento ideologico in tutto il mondo, certo, ma anche una forma di liberalismo, o forse semplicemente è tutto un calcolo economico: si sta con il potere per ricevere commesse statali. Un po’ come è successo con Bezos, Musk, Zuckerberg e Cook, tutti in prima fila alla seconda inaugurazione di Trump. Ma già quattro anni prima delle elezioni Karp diceva di Palantir: «La missione della nostra azienda è sempre stata quella di rendere l’Occidente, e soprattutto l’America, il più forte del mondo, per il bene della pace globale e della prosperità». La sua è diventata una missione per difendere l’occidente dai “nemici dell’America” non meglio identificati, “distruggendoli”. Ma vuole anche eliminare la decadenza che c’è nel tech, dove la gente si concentra sullo sviluppare “app frivole” invece che su grandi programmi per aiutare il mondo.
La Repubblica Tecnologica
Karp dice di esser stato bullizzato per la sua dislessia. Non è mai stato sposato e protegge moltissimo la sua privacy. Alcuni parlano di una vita “monastica”. Sa usare bene le pistole ed è cintura nera di varie arti marziali. È ossessionato con il fitness e con lo sci, tanto che ha delle guardie del corpo-maestri di sci che erano nei corpi speciali norvegesi, attrezzati a combattere sulla neve. Anche lui, come Thiel, è un appassionato del Signore degli Anelli – il campus dove c’è il suo ufficio si chiama La contea – ma anche di Batman. Karp, con i suoi occhialetti e ricciolini e le sue letture in tedesco di Goethe appena vai a trovarlo, si crede un Bruce Wayne del nuovo millennio, un detective che usa la tecnologia per portare l’ordine e il bene. Anche lui come gli smanettoni plurimiliardari sopracitati è passato da appoggiare Obama e le istanze progressiste, a fiancheggiare i governi di estrema destra, mettendo a loro disposizione la sua presunta intelligenza ingegneristica.
Karp, insieme a Nicholas Zamiska, ha appena pubblicato un libro, The Technological Republic, che è una sorta di manifesto di Palantir. Nel manifesto si parla della «castrazione» di Germania e Giappone dopo la Seconda guerra monduale, castrazione che dovrebbe essere annullata in quanto «eccessiva correzione». C’è anche un posizionamento gerarchico sulle “civiltà”. Il manifesto dice apertamente che alcune culture «hanno creato meraviglie», altre invece sono state «mediocri», «retrograde» o addirittura «dannose». Bisogna smetterla, dice Karp, col pensare che «tutte le culture sono uguali», e che non si dice solo perché «le critiche e i giudizi di valore oggi sono vietati».
Un attacco a quella che la destra chiama wokismo o cancel culture, ma anche al pensiero post-coloniale. Buttiamo nel cestino Edward Said, Frantz Fanon, Michel Foucault. Dentro ci sono attacchi all’inclusività e all’ateismo. Karp scrive anche che «la decadenza delle società democratiche» ha mostrato i limiti del soft power. Serve l’hard power («e in questo secolo l’hard power verrà costruito sui software»). È ovvio, continua, che verranno costruite armi con l’AI, e dobbiamo farlo anche “noi” e subito, perché a differenza nostra «i nostri nemici» non hanno remore. Se «l’era dell’atomica sta finendo», la prossima deterrenza si baserà sull’AI. Molti discorsi si basano sulla guerra, sul conflitto, sull’armarsi, sullo sviluppare nuove armi, su nemici immaginari, e sulla «violenza interna» (invocando per risolverla un maggior coinvolgimento da parte della Silicon Valley). Sembra il playbook di una distopia basata sui peggiori incubi di Giorgio Agamben.
Pensatori non lineari
Karp dice che solo due tipi di persone sopravvivranno alla rivoluzione AI: i lavoratori hands-on, cioè che lavorano con le mani come elettricisti, meccanici e idraulici, e poi quelli che chiama «pensatori non lineari», e cioè quelli che pensano fuori dagli schemi, e secondo lui sono le persone con disturbi d’attenzione, con l’autismo o la dislessia (la romanticizzazione dello spettro autistico da parte di questi tech-lord si dovrebbe approfondire, in quanto insultante verso chi ha veri problemi legati a condizioni di sviluppo neurologico).
Quando Habermas, il 14 marzo, è morto a 97 anni, Karp ha scritto un articolo su Politico in cui racconta di quando è andato a trovarlo, da studente, apposta per studiare con lui a Francoforte, «perché era il più importante pensatore vivente». E racconta anche del fatto che a un certo punto Habermas con un fax ha rifiutato di fargli da revisore per la tesi trovando vari problemi nel suo testo. Come i cattivi dei fumetti, Karp nonostante i miliardi e il potere e la fama, sembra ancora bruciato da quel rifiuto. Come dicono i meme: è così che nascono i cattivi. Il problema del nostro tempo è che se abbiamo un mondo pieno di Doctor Doom e di Goblin che sono riusciti a infiltrarsi nelle nostre vite tramite consumi e donazioni politiche, mancano gli Spider-Man per poterli fermare.
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