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02:41 lunedì 4 maggio 2026
L’Europa sta pensando di sanzionare Israele. Non per i crimini commessi a Gaza, però: per aver comprato dalla Russia del grano rubato all’Ucraina Una nave della flotta ombra russa sarebbe stata fatta entrare nel porto di Haifa, con un carico di 25 mila tonnellate di grano rubato nei territori ucraini occupati.
La comunità enigmistica internazionale è piombata nel panico perché il New York Times Magazine ha pubblicato un cruciverba irrisolvibile L'errore è stato corretto nella versione online del cruciverba, ma a quel punto il finesettimana degli appassionati era irrimediabilmente rovinato. Non era mai successo in 84 anni di onorato servizio enigmistico.
I data center per l’intelligenza artificiale stanno diventando dei veri e propri disastri ambientali Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
La Francia è diventato il primo Paese al mondo ad approvare l’uso della ketamina per curare le crisi suicidarie L'Agence nationale de sécurité du médicament et des produits de santé ha datto la sua approvazione ufficiale: è la prima agenzia del farmaco al mondo a farlo.
Hanno fatto un film sul looksmaxxing e ovviamente è un body horror Prevedibilmente, è stato intitolato Looksmaxxing, è un cortometraggio e se ne può già vedere qualche scena nel trailer pubblicato su Instagram.
Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».

Gentlemen of Bacongo

13 Agosto 2011

Cercando un filo conduttore nel lavoro di Daniele Tamagni, sicuramente uno è la moda. Cercandone un altro, meno facilmente riducibile, direi che è il fascino per il colore a tutti i costi. Per colore non intendo un facile sguardo sul locale, sulla diversità vista come stranezza. Il colore dei soggetti che il fotografo milanese sceglie per i suoi servizi e reportage è più una questione di stile, un segno di individualità cresciuto in un ambiente spesso sfavorevole. Tipo rosa nel cemento, per usare una metafora trita. Tamagni visita paesi poveri, è vero, ma il suo sguardo si posa sulle reazioni ai problemi, più che sui problemi stessi. “Io voglio rompere gli stereotipi”, mi dice durante la nostra intervista telefonica.

Le sue foto dei sapeurs, gli sgargianti elegantoni squattrinati del Congo, hanno fatto il giro del mondo. Le hanno pubblicate il Guardian ed il New York Times, e gli hanno guadagnato anche dei premi. Ma se le strade di Brazzaville che stanno sullo sfondo sono piene di baracche, quello che passa attraverso l’obiettivo sono dignità ed eleganza. E hanno conquistato il pubblico di mezzo mondo. Da quando li ha fotografati Tamagni, i sapeur sono diventati l’ispirazione di una collezione dello stilista britannico Paul Smith e lo stesso fotografo è stato invitato a fare il giudice di un concorso a tema ad Amsterdam.

Quando gli chiedo se nei suoi reportage parte dal fenomeno in sé o dal contesto sociale, Daniele mi risponde così: “Il contesto è molto importante, per cui trovo una relazione tra il fenomeno ed il contesto sociale e geografico. Mi interessano entrambe le cose”. A volte ci vuole un po’ per entrare in contatto con un determinato ambiente, ma per il fotografo non è il fattore più importante. “Due settimane minimo, il tempo che ci vuole”, mi dice quando gli chiedo i suoi tempi. “A volte, come nel caso dei sapeurs, ci vuole di più, a volte in tre settimane fai tutto, com’è successo con le cholitas. Comunque non considero mai il ciclo chiuso, c’è sempre qualcosa in più da conoscere”. Per quanto riguarda la disponibilità dei soggetti, invece, ci vogliono più che altro pazienza ed onestà. “Nei rapporti con le persone io cerco di essere il più diretto possibile, di instaurare una relazione che mi faccia sentire a mio agio e che faccia sentire a proprio agio anche loro, dare loro l’opportunità di farsi conoscere e di far sentire la propria voce. Chiaramente c’è chi ti dice di sì, chi ti dice di no… Si può capire, essendo comunque paesi in cui le situazioni sono difficili potrei anch’io reagire così. L’importante è cercare di superare gli ostacoli, che comunque sono normali se vai in un posto che non conosci per la prima volta, e non demordere”.

Come i sapeur anche le cholitas, colorate donnine boliviane che si improvvisano luchadoras per pochi euro su ring caserecci a La Paz, hanno lo stesso scarto rispetto al modesto paesaggio urbano che fa loro da sfondo. Se i primi sono nati come risposta alla repressione nazionalista di Mobutu Sese Seko ed alle sue sciatte uniformi, le seconde (che combattono anche contro gli uomini) mandano un messaggio progressista significativo alle donne di tutto il mondo.

In entrambi i casi si tratta anche di figure fortemente globalizzanti: i dandy congolesi comprano i vestiti da Francia e Italia, le lottatrici boliviane si fanno spedire i tessuti dalla Cina. E la globalizzazione è un importante tema collaterale nei servizi di Tamagni, che ha documentato l’emergere della moda in alcuni paesi africani dove i brand sono decisamente poco accessibili ed il mercato è molto limitato. Mi racconta: “Tutti si vestono con queste marche globalizzate, ma il problema è che questi paesi non hanno le risorse per riuscire ad emergere in un campo difficile come quello della moda. Hanno la capacità, la creatività, ma non hanno i mezzi e le strutture. Ma in Africa qualcosa sta cambiando, stanno facendo diverse fashion week e molti giovani designer hanno modo di viaggiare, fare esperienze”. Quando gli chiedo di raccontarmi di Cuba, mi spiega che la situazione non è molto diversa. “Per Cuba non sono io a doverne parlare, si conosce la situazione, anche se adesso le cose stanno cambiando anche lì. Si fanno le sfilate, si fanno conoscere, però è sempre come show, uno spettacolo, non tanto a livello commerciale. La globalizzazione è arrivata anche là, e c’è sempre più un desiderio di apparire come gli altri.”

Per il futuro, Daniele ha già in mente altre zone ed altri personaggi. Mi dice delle drianke senegalesi, che a quanto ho capito sono un mix tra sapeur e geishe, seduttrici da competizione in un paese in cui la poligamia è abbastanza diffusa. E poi ci sono progetti più sul sociale, come uno in India sull’impatto del poter vedere nelle zone rurali del Rajasthan. Staremo a vedere anche noi.

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