E non è stato costruito perché (tra le altre cose) IMAX, l'azienda, ha perso i progetti originali di questi proiettori e ora non sa più come costruirli.
Il momento di fare la lista dei libri da portare in vacanza apre delle possibilità di caos tanto quanto il momento di scegliere cosa mettere in valigia: chi, indeciso tra dieci titoli, sceglierà di portarli via tutti per due settimane appena di viaggio, e chi sceglierà un mattone soltanto, sopravvalutando completamente le proprie capacità di immersione e ritrovandosi su un’isola nel Mediterraneo senza alternative valide. Se, come ogni estate, le spiagge si affolleranno dell’ultimo titolo vincitore dello Strega, noi vi diamo una lista di alternative più originali, ma comunque adatte a una vacanza. Ci sono isole, ci sono case di campagna, ci sono spiagge e ci sono anche gli elementi che sono il contrario della villeggiatura, come vedrete. Buona lettura, e soprattutto buone vacanze!

Annie Ernaux, Memoria di ragazza (L’Orma)
Traduzione di Lorenzo Flabbi
L’estate è la stagione in cui il corpo rifiuta di essere dimenticato. Si fa sentire, si mostra, reclama attenzioni. È così sempre, ma ancora di più durante la giovinezza, quando quell’esposizione, e l’incontro coi corpi degli altri, vira verso la scoperta di un erotismo fino ad allora sconosciuto. In Memoria di ragazza, pubblicato dall’Orma con traduzione di Lorenzo Flabbi, Ernaux ripercorre la prima estate lontana da casa, trascorsa a fare l’educatrice in una colonia. Lì troverà l’amore, il sesso, e la vergogna per aver violato con tanto slancio i codici morali di un’epoca che alle ragazze concedeva ben poco, e pretendeva di disciplinarne sia i comportamenti che i desideri. Parentesi fugacissima eppure snodo di una intera esistenza, l’estate dei diciotto anni dell’autrice premio Nobel si riverbera attraverso fotografie, canzoni e ricordi che illuminano tanto il passato, e la ragazza che era, quanto il presente, e la donna che sarebbe diventata. (Arianna Montanari)

Christa Wolf, Recita estiva (Edizioni E/O)
Traduzione di Anita Raja
Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, e siamo d’accordo, ma non è forse la natura anche di ogni estate? In questo piccolo capolavoro poco conosciuto, Christa Wolf mette in scena un’estate di speranze disilluse nel Meclemburgo nel 1988: la campagna orientale, le vecchie case semplici ma a loro modo esotiche, si sono popolate di un gruppo di amici e di amiche, tutti intellettuali della Germania Est. Sono lì a inseguire un’illusione: una vita di campagna che possa ridare un senso alla delusione della città. Sono lì a scappare dai fantasmi: quelli delle promesse tradite dal socialismo della DDR, soprattutto dopo l’espulsione e censura del poeta e cantante pur comunista Wolf Biermann. La promessa dell’estate non porterà a nessuna epifania, a nessuna magica rinascita. Il crollo del Muro è dietro l’angolo. La recita finirà dopo poche settimane: «Succedeva che ci chiedessimo come ci raffiguravamo quegli anni, cosa avremmo raccontato tra noi e agli altri di quel periodo. Ma che il nostro tempo fosse limitato, questo non lo credevamo davvero. Ora che tutto è finito, anche questa domanda trova una risposta. Ora che Luisa è partita, Bella ci ha lasciato per sempre e Steffi è morta, ora che le case sono distrutte, sulla vita regna di nuovo il ricordo». (Davide Coppo)

J.G. Ballard, L’impero del sole (Feltrinelli)
Traduzione di Gianni Pilone Colombo
L’impero del sole è un libro autobiografico sugli anni di J.G. Ballard a Shanghai, in particolare il suo periodo in un campo di internamento verso la fine della Seconda guerra mondiale. Molti anni dopo la pubblicazione del 1984, Ballard scrisse che aveva aspettato quarant’anni per raccontare quell’esperienza: «Vent’anni per dimenticare, e poi vent’anni per ricordare». A fine lettura resta soprattutto l’atmosfera, la luce cruda, la luce febbrile di Shanghai, lo sguardo del protagonista, Jim, di undici anni, che avverte gli scontri tra Cina e Giappone, si aggira senza genitori in una città schiacciata dal sole, tra boati dell’artiglieria e convogli di camion. Jim non perde mai vitalità e tenerezza. Steven Spielberg non poteva che innamorarsi di questa storia. (Francesco Longo)

Sven Holm, Termush (Il Saggiatore)
Traduzione di Eva Kampmann
L’ecoansia è una malattia cronica e per una persona cronicamente ammalata non c’è niente di peggio di chi si aspetta che i suoi mali spariscano proprio in quei 7, 15, 20 giorni di ferie che ogni ci sono concessi. L’ecoansioso tale è anche in ferie, anzi: soprattutto in ferie, visto che ancora ci ostiniamo a fare le ferie nella stagione che ormai è quella delle ondate di caldo, della siccità che resiste pure alla pioggia, degli incendi che fanno talmente tanto fumo che dentro quel fumo si formano i temporali. L’ecoansioso è tale a prescindere da tutto, anche. Me ne sono reso conto rileggendo in queste settimane Termush di Sven Holm, un classico della fantascienza post apocalittica, pubblicato in Danimarca nel 1967, quando ancora ci illudevamo che la fine del mondo sarebbe stata una cosa rapida e tutto sommato indolore: prima o poi qualcuno avrebbe premuto il tasto rosso, le testate nucleari sarebbero state lanciate, e il mondo sarebbe tornato alla biblica polvere, fatta eccezione per un pugno di ricchissimi con una camera già prenotata da tempo nel resort post apocalittico che dà al romanzo il suo titolo (la paura della bomba ce la siamo fatta passare, ma l’odio per l’1 per cento evidentemente no). Termush non c’entra assolutamente nulla con la crisi climatica, eppure rileggendolo non potevo fare a meno di pensare che il futuro che ci aspetta potrebbe assolutamente essere quello: oasi di ricchezza in cui il tempo si è fermato a prima della fine, in mezzo al deserto del presente, in cui si muovono i poveri disgraziati ai quali è stata fatta pure la cattiveria di sopravvivere all’annichilimento. Direte voi: ma pure in ferie devo pensare a queste cose? Potrei rispondervi io: si vede che non siete ecoansiosi, altrimenti sapreste che non è una scelta. Se bisogna soffrire, allora, tanto vale farlo leggendolo un capolavoro. (Francesco Gerardi)

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi (BUR)
Faccio fatica a pensare a un libro che si avvicina maggiormente al concetto di tomazzo, al senso di Fantozzi per La Corazzata Potemkin dei libri, de I Promessi Sposi. Complice il fatto che si studia due volte al liceo, una al secondo anno (esiste forse un anno più complicato in cui ti sembra che tutto ciò che è imposto sia lontano e ininfluente per la tua vita?) e una al quinto (ah sì, eccolo qui), l’idea di approcciarsi volontariamente a questo libro può avere dell’incredibile. Chissenefrega dei bravi, della peste, di Lucia, di Renzo, dell’Azzeccagarbugli, dell’Innominato, del “verrà un giorno” di Fra Cristoforo. Ma da anni un rovello mi tormenta: e se avessimo sbagliato tutto? E se avendolo sempre letto nel momento sbagliato, sotto minaccia di voti brutti, di materie da recuperare, lo avessimo erroneamente associato al tomazzo? Se invece custodisse meraviglie nascoste? Se ci fosse davvero un motivo per cui ce lo fanno leggere per obbligo e questo motivo non fosse i sadismo? Confesso di avere odiato a sedici anni Il giardino dei Finzi Contini esattamente per queste ragioni, per poi rileggerlo 20 anni dopo e trasformarlo in uno dei miei libri del cuore. Per cui eccomi a chiedermi se forse l’estate e il suo ormai rapporto biunivoco con il “classico” non siano finalmente l’occasione giusta per sfatare il mito che vede ne I Promessi Sposi quella pesantezza proverbiale cui solitamente è associato. Sarà forse un esperimento fallimentare, ma mi piace l’idea di immaginarmi tornare in città a fine agosto urlando “convertitevi!”. (Teresa Bellemo)

Virginia Woolf, Le onde (Einaudi)
Traduzione di Nadia Fusini
Alcune pagine di Le onde di Virginia Woolf andrebbero lette di sera, mangiando ciliegie col rumore dei grilli, altre in una casa sul mare in un’isola delle Eolie, anche se l’autrice pensava alla Cornovaglia, altre ancora la mattina presto, in un giardino di campagna. La natura, nel libro, palpita ovunque, non solo nelle descrizioni del mare che alternano i soliloqui dei sei personaggi. Non aspettatevi una trama, ma uno spaccato di mondi interiori che si intrecciano, sei occhi che guardano le cose e scoprono la vita, che è materia allo stato liquido, chiedendosi chi sono loro e chi sono gli altri, cos’è l’amore, cos’è la morte. È un romanzo (ma Woolf lo definiva un play-poem) sul ritmo ondoso del tempo, sull’amicizia, l’identità e l’esistenza. Per questo è perfetto per l’estate, la stagione su cui misuriamo i cambiamenti, i cicli e ricicli di anno in anno, le nostre risacche e le maree. Davanti al mare non possiamo che chiederci ogni volta chi siamo. È anche l’opera meno nota di Woolf, piena di frasi da appuntarsi ma difficile, specie se la calura di agosto fa perdere il filo. Ma i libri si possono leggere in tanti modi: Le onde può essere mormorato come una poesia, osservato come un dipinto o interrogato come gli arcani dei tarocchi. (Elisabetta Moro)

Georges Simenon, Il Mediterraneo in barca (Adelphi)
Traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Vanorio
Ogni estate mi porto dietro l’illusione di riuscire, finalmente, a dire qualcosa di definitivo sul mare che ho davanti. Puntuale, ogni estate fallisco. Per questo Il Mediterraneo in barca di Georges Simenon mi pare il libro estivo perfetto da leggere e rileggere perché racconta esattamente quel fallimento, e lo fa con la firma di uno che di mestiere non falliva praticamente mai. C’è anche forse qualcosa di consolatorio nel guardare il più instancabile fabbricante di storie del secolo arrendersi all’evidenza: il Mediterraneo sfugge a ogni sintesi e concede soltanto il passaggio. Del resto, va letto proprio così – su un traghetto notturno, o in spiaggia col libro che si gonfia di salsedine – accettando di non trattenere nulla di ciò che si sta guardando. Qualche pagina è invecchiata male, come quello sullo sguardo di Simenon sui popoli del sud ha la sicurezza un po’ coloniale del suo tempo, e conviene saperlo. Ma è un libro breve, luminoso, percorso da quella curiosità che lui chiamava «la ricerca dell’uomo nudo». Lo si chiude a fine agosto con la sensazione che il viaggio più riuscito, in fondo, sia sempre quello di qualcun altro. (Alberto Biondi)

B.R. Yeager, Spazio negativo (Nero)
Traduzione di Andrea Cassini
Sono un bel po’ di anni ormai che il mio criterio di scelta dei libri da mettere in valigia cerca di reiterare l’esperienza di lettura più goduriosa mai avuta in vacanza, con A sangue freddo di Truman Capote. Leggevo per tutto il giorno, come in trance, e poi tornando verso casa, dopo il tramonto, non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione di minaccia che il libro mi aveva trasmesso: tutto mi sembrava permeato da un alone sinistro. Da allora ogni estate ricerco quelle emozioni cupe e intense, anche se, ovviamente, è impossibile replicare la perfezione di quel primo incontro. Quest’anno ho lasciato il true crime per la seconda parte della vacanza (voglio leggere Il canto del boia di Normal Mailer, libro che fece incazzare moltissimo Capote che lo accusò di avergli copiato il format), e mi sono direttamente buttata sull’horror con Spazio negativo di B. R. Yeager, romanzo corale che parla di un’epidemia di adolescenti suicidi raccontata dal Pov di tre amici ossessionati e tormentati dallo stesso ragazzo, Tyler (anche Le onde di Virginia Woolf, che trovate in questa lista, è un romanzo corale in cui si alternano i punti di vista dei personaggi: usando un meme di qualche anno fa potremmo dire che Spazio negativo è la sua versione evil). Al posto della celebrazione della vita che è il libro di Woolf, qui abbiamo una celebrazione del contrario, che però non è esattamente la morte, ma qualcosa di misterioso e oscuro: c’è una nuova droga psichedelica chiamata WHORL, strani rituali esoterici, autolesionismo, genitori inutili e smarriti, nessuna prospettiva futura e un’atmosfera deprimente che si manifesta anche nelle bellissime descrizioni dei cieli velenosi della cittadina in cui è ambientato, così simili a quelle che chi ha letto il suo Amygdalatropolis (2025, sempre Nero Edition, protagonista un hikkikomori che trascorre il suo tempo osservando e archiviando le cose più indicibili che trova sul dark web) avrà sicuramente amato. (Clara Mazzoleni)

Hanya Yanagihara, Il popolo degli alberi (Feltrinelli)
Traduzione di Francesco Pacifico
L’estate dura troppo poco e, esattamente come con la vita, d’istinto vorremmo trovare un modo per allungarla. Ma se la dilatazione del tempo estivo è un piacere, l’idea di vivere per sempre però mi inquieta – e allora mi consolo leggendo pagine inquietanti che parlano proprio di immortalità. Esattamente tra l’ossessione per il tempo e la paura claustrofobica di non potergli sfuggire, che si inserisce Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara, il suo romanzo d’esordio, pubblicato prima del devastante Una vita come tante. Se cercate la materializzazione letteraria perfetta della “sindrome di Selene” il mito tragico di chi ottiene l’immortalità corporea dimenticandosi però di chiedere l’eterna giovinezza o la lucidità mentale, questo è il libro da mettere assolutamente in valigia. La storia racconta di un medico Norton Perina che negli anni Cinquanta, parte per una spedizione in una sperduta isola della Micronesia, Ivu’ivu. S’imbatte in una tribù locale che custodisce un segreto perverso, ovvero rituali dove mangiano la carne di una rara tartaruga che li condanna alla vita eterna. Il problema, senza dire troppo, è che il loro corpo sopravvive all’infinito mentre la mente si liquefa lentamente nella demenza, riducendoli a soli corpi vuoti che vagano senza meta nella giungla. Yanagihara costruisce una storia di una bellezza lussureggiante e velenosa. C’è l’ambizione scientifica che si trasforma in devastazione ecologica e coloniale, ma soprattutto c’è una gestione del narratore intrinsecamente disturbante. Il libro contiene una doppia narrazione che ci confonde, ci interroga su una figura moralmente abietta, un uomo repellente le cui ombre rendono la lettura ancora più viscerale e scomoda. È il libro perfetto per chi d’estate cerca un’avventura che parta come un reportage antropologico e si trasformi in una riflessione cupa e cruda sul costo umano e morale del desiderare troppo. (Ritamorena Zotti)

Yukio Mishima, La voce delle onde (Feltrinelli)
Traduzione di Liliana Frassati Sommavilla
Venendo da un posto consumato dall’overtourism e divenuto negli anni cartolina stereotipata della “vita lenta” (inserire regione del Sud Italia a piacere, meglio se a forma di tacco), immergersi in un libro nel quale il ruolo del mare non è sfondo di un reel estivo, ma compagno silenzioso capace di svolgere un ruolo simile a quello genitoriale, la lettura de La voce delle onde colpisce in faccia come uno schizzo d’acqua ghiacciata. È un libro, questo di Mishima, che oltre al romanzo di formazione dal retrogusto salino, parla del rapporto intangibile ma dolorosamente fisico che l’uomo intrattiene – o dovrebbe intrattenere – con gli elementi naturali, il mare su tutti. Nel caso del protagonista Shinj, in assenza di un padre, quel rapporto carico di reverenziale rispetto e fiducia (priva però di una cieca devozione) si fa contemporaneamente motore scatenante della sua evoluzione, confidente silenzioso, e orizzonte dal quale scrutare l’anima. Ricordandoci che non siamo soli, anche quando pensiamo di esserlo, e che la prima ed essenziale connessione di cui l’essere umano abbisogna per ritrovarsi, ogni giorno, non è tanto con i suoi simili, ma con il mondo che è chiamato ad abitare e rispettare (in ogni stagione, non solo quando le foto vengono meglio). (Giuliana Matarrese)
