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Finché potremo vedere e rivedere all’infinito quella scena di Drive, di Kavinsky non ci dimenticheremo mai
È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
Una ripresa dall’alto di una città che non può che essere Los Angeles. È buio, i palazzi di Downtown sembrano torri costruite con la stessa materia di cui è fatta la coltre notturna. Minuscoli puntini luminosi stanno disposti ordinatamente dalla base alla cima delle torri, sembrano lucciole appollaiate sul tronco di un gigantesco albero carbonizzato, senza rami, senza foglie, senza vita. Piccole pozze di luce bianca, snodi stradali che allontanano la morte con le vibrazioni del neon, separano e collegano le torri tra di loro.
Dissolvenza. La città adesso è là fuori, noi siamo qua dentro, nell’abitacolo di una macchina, assieme a un uomo che guarda fuori dal finestrino. Nessuno dei suoi muscoli facciali dà segni di vita. Anche seduto, svetta all’interno di questo minuscolo ambiente proprio come i palazzi di Downtown svettano sulla vastità losangelina. L’uomo guida. Il film si intitola Drive, ce lo rivelano i titoli di testa, realizzati con uno strano font che ricorda il Mistral, pitturati di un incomprensibile e sensualissimo rosa shocking. In sottofondo, una canzone che sembra l’unica possibile per una scena come questa, una voce che pare uscire dai tombini assieme a quel fumo che esce sempre dai tombini delle metropoli americane, una melodia che sembra il prodotto di scarto generato dal lavoro delle centrali elettriche che tengono in vita la città. La canzone è Nightcall di Kavinsky, il film è Drive di Nicolas Winding-Refn.
La cosa più grande alla quale un artista può aspirare è farsi beffe della morte, che alla fine è soltanto uno dei nomi che diamo al tempo. Rimanere dopo la fine, rimanere finché gli esseri umani avranno dei dispositivi per conservare la memoria all’esterno di se stessi: la parola scritta e parlata, l’immagine prodotta o riprodotta, il suono registrato. Kavinsky è uno di quegli artisti, che non sono mica tanti, che può dire di aver compiuto la beffa. Il corpo di Vincent Belorgey è stato ritrovato ieri, 28 luglio, nella sua casa di Parigi. Aveva 50 anni, metà dei quali li ha passati fare musica, a suonare nei club, a lavorare con i Daft Punk, con Benjamin Diamond, con Sébastian Teller. Secondo le prime dichiarazioni delle autorità, sulla scena la polizia non ha trovato elementi sospetti. È morto e basta, Kavinsky.
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Non è morto affatto, Kavinsky. Di lui restano due dischi, Outrun e Reborn, e una manciata di EP (Teddy Boy, 1986, Blazer e ovviamente Nightcall). Restano i singoli e le collaborazioni, i set, i tour con Daft Punk, Justice e Rapture. Resta quel momento in cui, durante la cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici estivi di Parigi 2024, è salito sul palco per suonare Nightcall. È sempre ingiusto ridurre un artista a un pezzo soltanto della sua opera. Ma siamo sicuri che qualsiasi artista del mondo se ne andrebbe in pace, se avesse la sicurezza che befferà la morte con un trucco come quella scena di Drive, come quella canzone di Kavinsky.