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12:32 lunedì 20 luglio 2026
Sta per arrivare You Never Did Anything Wrong, Part II (2026), il nuovo film di Nan Goldin Lo presenterà a novembre a Londra, alla Hayward Gallery del Southbank Centre, la sua prima grande mostra inglese in 24 anni.
Lana Del Rey ha rimandato per l’ennesima volta l’uscita del suo nuovo disco, ma per farsi perdonare ha detto che nel frattempo ha quasi finito anche quello successivo Bisogna aspettare ancora un mese, come minimo, per ascoltare Stove e, forse, anche Spyda, i due album che l'artista definisce «tra i più belli che abbia realizzato».
Einaudi sta per pubblicare un nuovo libro di David Foster Wallace Esce il 25 agosto con il titolo Contro il fatalismo: è la tesi con la quale si laureò in metafisica, un saggio breve che affronta criticamente l’idea del fatalismo.
Le matite Ikea sono diventate uno degli strumenti più usati nelle sale operatorie perché sono gratis, sono piccole e scrivono benissimo sulle ossa A quanto pare, i chirurghi di mezzo mondo adorano questa matita e vorrebbero che Ikea ne producesse una linea pensata appositamente per loro.
Una ricerca ha scoperto che il cromosoma Y, quello che determina il sesso biologico maschile, sta letteralmente perdendo pezzi e potrebbe scomparire Quando i primi mammiferi sono comparsi sulla Terra, il cromosoma Y conteneva 900 geni. Oggi ne contiene appena 55 e continua a perderne.
Questo fine settimana, tra le colline toscane, si tiene la prima edizione di Metallic Memories, un nuovo festival dedicato a musica, cibo e cultura palestinese Due giorni di festa nell'azienda agricola Terrafranta, vicino Firenze, organizzati da Palestinian Sound Archive/Majazz Project.
Per impedire alle AI di rubare i testi altrui, un designer ha inventato un font che le AI non riescono a leggere Si chiama Ghost Font ed è basato su un'illusione ottica, un "trucco" nel quale le intelligenze artificiali cascano il 100 per cento delle volte.
Cicciolina è la protagonista della nuova campagna di Vivienne Westwood Scattata da Juergen Teller nello showroom di Belloni, tra salotti, studi e boudoir, Ilona Staller posa insieme a «un mix di amici e persone selezionate per strada».

Gli italiani premiati ai British Fashion Awards

Hanno vinto Gucci, Valentino e Prada: ecco perché quei premi dovrebbero interessarci molto di più.

11 Dicembre 2018

È molto difficile emergere oggi nel mondo della moda. Sembra banale rimarcarlo, ma è un dato di fatto: sarà anche più facile raggiungere un eventuale pubblico di riferimento, grazie a Instagram soprattutto, ma ciò non toglie che l’intero settore stia attraversando una profonda fase di ripensamento che, lo si è ripetuto fino allo sfinimento, ha a che fare con una molteplicità di fattori di difficile previsione. C’entrano i movimenti altalenanti delle economie mondiali, l’avanzata decisa di parti di mondo molto lontane dalla vecchia Europa, il trasformarsi delle abitudini di consumo e, conseguentemente, dei consumatori stessi. Progettare e rendere popolare un oggetto di moda, allora, è sempre più un’operazione complessa, se non altro perché a quello che una volta si chiamava storytelling si è sostituita la necessità di creare un’identità digitale di quell’oggetto e del marchio che lo produce, moltiplicando pericolosamente le possibilità di errore. Ecco perché chi ci riesce è un caso di studio ed ecco perché dovrebbe interessarci molto di più che quattro italiani si siano aggiudicati ieri sera a Londra alcuni dei premi più importanti tra quelli consegnati ai British Fashion Awards, la cerimonia che premia il meglio della moda britannica e internazionale che si è tenuta alla Royal Albert Hall. Gucci ha portato a casa due premi: quello come marchio dell’anno, ritirato da Alessandro Michele, e quello per il miglior business leader, per la terza volta di fila andato a Marco Bizzarri, mentre Pierpaolo Piccioli, che disegna Valentino, ha vinto come miglior designer dell’anno e Miuccia Prada ha ritirato un premio alla carriera.

Alessandro Michele e Marco Bizzarri (Foto di Mike Marsland/BFC/Mike Marsland/Getty Images)

È un mix che racconta bene la situazione attuale della moda in Italia: nessun giovane-giovane, trattandosi di marchi consolidatissimi, dai nomi altisonanti, ma che hanno saputo traghettarsi con intelligenza nel presente, indicando la strada agli altri. È un carnet di nomi che dovrebbe spingerci a riflettere sull’industria più remunerativa del nostro Paese, perché se Gucci e Prada mantengono Milano al centro del discorso della moda contemporanea, Valentino anima a Roma uno dei laboratori di alta moda più belli al mondo, mentre la città intorno (e pure la sua sindaca, considerando le recenti uscite pubbliche) ha ritenuto che la couture, quella vera, quella che sa parlare al suo tempo pur restandone fuori, non fosse più strada da perseguire. Tra i premiati di ieri sera – Demna Gvasalia per gli accessori, Craig Green e Claire Waight Keller per la quota speriamo che la Brexit non ci distrugga, Virgil Abloh per la categoria inventata apposta per lui “urban luxe”, gli emergenti Richard Quinn e Samuel Ross – gli italiani erano forse, a rischio di sembrare provinciali, il gruppo più interessante, almeno in termini di previsioni per il futuro, che abbiamo detto essere difficili. E non perché qui si soffra di sudditanza nei confronti del giudizio anglosassone (c’è da dire, però, che i primi a consacrare il nuovo corso di Alessandro Michele sono stati proprio loro), ma perché in un Paese dove la moda assurge alle cronache solo quando finisce in una puntata di Report, sarebbe stata una buona occasione per approfondire, almeno nei media generalisti, meccanismi e dinamiche di un’industria per niente perfetta e italianissima. Così da arrivare preparati alla prossima, legittima, inchiesta televisiva. Avrete certamente letto sui giornali italiani che a un certo punto sul palco è comparsa Meghan Markle per premiare la stilista di Givenchy Waight Keller, che le ha disegnato l’abito (largo) da sposa. L’avesse scritto qualcuno che Piccioli glielo faceva cento volte meglio.

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