Stili di vita | Moda

Direttori creativi si diventa

Con Virgil Abloh da Louis Vuitton lo streetwear diventa istituzionale. Ma cosa definisce, oggi, il designer e il direttore creativo?

di Silvia Schirinzi

Us fashion designer Virgil Abloh for Off-White acknowledges the audience at the end of the Off-White's 2018/2019 fall/winter collection fashion show on March 1, 2018 in Paris. / AFP PHOTO / ALAIN JOCARD (Photo credit should read ALAIN JOCARD/AFP/Getty Images)

“Stilista”, così come “indossatrice”, sono due peculiarità linguistiche che caratterizzano la moda italiana. Non hanno, infatti, diretti corrispettivi nelle altre lingue e servono a descrivere delle professioni in una maniera piuttosto specifica. Lo stilista, in particolare, è colui che si forma nel contesto della confezione industriale italiana a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando il made in Italy diventa sinonimo del vestirsi bene in tutto il mondo. Come ha scritto Sonnet Stanfill nell’introduzione di The Glamour of Italian Fashion Since 1945, il catalogo che ha accompagnato nel 2014 l’omonima mostra del Victoria & Albert Museum di Londra, stilista è diverso da “designer” e/o “stylist”, perché indica quella figura «cha ha fatto da mediatore tra le pratiche dell’industria, le esigenze dei buyer e i bisogni del pubblico, con anche una piena consapevolezza dell’importanza della stampa».

La nostra filiera produttiva, per intenderci ancora meglio, non è perciò nata dal nulla, ma si è costituita e rafforzata anche grazie al lavoro di scouting di giovani talenti fatto da aziende lungimiranti, come Miroglio, Genny e Zamasport, che negli anni hanno affidato le loro linee – dedicate a un pubblico ben più ampio di quello del cosiddetto lusso – ad autori come Walter Albini, Gianni Versace, Claude Montana e Romeo Gigli fra gli altri. Ecco perché lo stilista è davvero qualcosa di più: perché sa confezionare, vendere e raccontare l’abito – Albini si era anche inventato i “groupage” pubblicitari sui giornali – con una visione che è consapevole e visionaria allo stesso tempo. Per farla breve, è il direttore creativo perfetto.

Se non fosse che, oggi, direttore creativo è quasi un insulto: lo sono tutti, quindi non lo è nessuno. A differenza dei cambi ai vertici delle grandi case di moda del 2012, quando arrivavano Raf Simons da Dior e Hedi Slimane da Saint Laurent e l’industria si preparava agli scossoni che abbiamo imparato a dissezionare in questi ultimi anni, a quelli odierni si assiste quasi un po’ scocciati, se non proprio infastiditi. Nell’ultimo anno è ricominciato il fantacalcio degli stilisti e stando agli ultimi dispacci, ora abbiamo Hedi Slimane da Céline, Riccardo Tisci da Burberry, Kim Jones da Dior Homme e, annuncio di pochi giorni fa, Virgil Abloh a capo dell’uomo di Louis Vuitton. Abbandonarsi alla nostalgia in questi casi è facile: non è un caso che gli account Instagram più di successo tra chi ama l’immagine di moda siano proprio quelli retrò, che vanno a spulciare tra vecchie pubblicità, collezioni e volti giovanissimi di modelle affermate, mentre le passerelle sono piene di richiami a un’epoca d’oro immaginaria e lunghissima, che va dai Settanta agli Ottanta ai Novanta e se può recupera anche i primi Duemila. Ha scritto su Business of Fashion Alexandra Shulman, ex direttrice di British Vogue: «viviamo in un’era della moda in cui i marchi storici sembrano vessilli vuoti da riempire con una nuova gamma di contenuti ad ogni capriccio».

Tralasciando il fatto che un classico è tale proprio perché sa adattarsi al tempo che vive, i capricci cui si riferisce Shulman potrebbero essere, nell’ordine: due italiani (Gobbetti e Tisci) a capo di Burberry e uno svedese (David Hagglund) a capo di Topshop, che poi sono i due marchi che hanno aiutato Londra a costituirsi come capitale della moda, l’internet tutto e quella roba lì dello streetwear, infine forse l’ininfluenza che il sistema moda britannico rischia dopo la Brexit. Ma senza voler infierire, un fondo di verità nella levata di scudi contro i direttori creativi acchiappa tutto e piaci a tutti c’è: il più delle volte, non sono stilisti. Lo è Tisci, certamente, si è diplomato alla Central Saint Martins di Londra e ha lavorato con successo da Givenchy, ma non lo è Abloh, almeno non secondo la definizione che abbiamo dato del termine. Perché non sa confezionare vestiti, perché sa solo copiare (da Raf Simons e da Martin Margiela soprattutto, ma non è mica l’unico), non ha una formazione da designer di moda (neanche Raf Simons, eppure), d’altronde è laureato in Ingegneria e specializzato in Architettura, perché la sua ascesa è il trionfo dell’hype al posto del design vero e proprio. È il designer di moda nell’epoca in cui i tecnici non vanno di moda, diciamo così.

Abloh ha iniziato a disegnare magliette e poi ha incontrato Kanye West, e da lì Been Trill, Pyrex, cover-art e merchandising, Yeezy, quindi Off-White™. È uno che sa vendere e raccontar(si), ha anche 1 milione e seicentomila followers su Instagram, è maestro specializzato in collaborazioni (Dr. Martens, Nike, Ikea, pure musei, quello che volete) ed è anche il primo afroamericano che arriva a capo di un marchio LVMH, quindi chapeau. Fra le opinioni raccolte da Alec Leach su Highsnobiety all’indomani della sua nomina ci sono i contenti, i moderati e/o cinici, gli arrabbiati, quelli che la dicono così com’è, ovvero che lo streetwear ha smesso di essere contro-cultura e contro-tendenza ed è entrato, definitivamente, nei palazzi del potere, cioè nelle conglomerate del lusso francesi. James Jebbia ha venduto Supreme, Abloh disegnerà Louis Vuitton, perché è quello che i clienti vogliono, ed è quello che avranno.

Questo significa molte cose. Che, fatte le dovute eccezioni, ci sarà meno attenzione a cose come i tagli, i tessuti, forse anche le silhouette – ma Louis Vuitton nasce come valigeria ragazzi! – e pure per «i nuovi ricchi, mica per i vecchi aristocratici», ha specificato il CEO Michael Burke. E che, non da ultimo, i freelance in (milionaria) partita Iva hanno vinto, almeno nella moda. Rischiano sempre tantissimo, ma fanno anche un sacco di cose tutte insieme, ché niente è sicuro di questi tempi. Di stilisti-star come lo sono stati John Galliano e Tom Ford negli anni Novanta ormai ce ne sono pochissimi, perché quella figura si è evoluta anch’essa, almeno quanto la socialite con la sua linea di abbigliamento (che una volta era Diane von Fürstenberg) che è diventata influencer su Instagram (vedi Giorgia Tordini e Gilda Ambrosio di Attico). I direttori creativi possono essere più o meno colti, saper disegnare una giacca o, a occhio e croce, solo T-Shirt e qualche felpa, ma c’è da ammettere che sono cambiati almeno quanto i consumatori, oggi indecifrabili come le sorti politiche dei paesi europei. Ma piuttosto, visto che lo streetwear è il nuovo lusso, cosa ci inventiamo adesso?

In apertura: Virgil Abloh. Nel testo: Kim Jones e Riccardo Tisci (Foto Getty)

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