Il nuovo Burberry di Riccardo Tisci

Era la sfilata più attesa di Londra: lo stilista italiano ha provato ad allontanarsi da tutto quello che è “street”.

18 Settembre 2018

I debutti, così come gli addii, sono sempre dei momenti interessanti, qualunque sia il campo in cui si giocano. Quando si tratta di quelli eccellenti, poi, la tentazione di volerci leggere più di quello che in realtà possano dirci è ancora più forte, specie in quel piccolo (nella percezione comune) grande (nella realtà degli affari) ring che è la moda. Nel 2012, le prime volte di Raf Simons e Hedi Slimane da Dior e Saint Laurent ci avevano fatto credere che si stessero riscrivendo tutte le regole, ma rimanendo nel comodo immaginario che le sfilate avevano costruito negli ultimi trent’anni. In parte era vero, in parte, bisognava prevederlo, proprio no: d’altronde mentre la sfilata, come medium, perdeva gran parte della sua capacità di rappresentazione, tutt’attorno non è che le cose andassero tanto meglio.

Così ci ritroviamo oggi di fronte a un’altra stagione di debutti, dopo che il balletto delle direzioni creative è ormai sfuggito a qualsiasi tentativo di interpretazione e non ci sono categorie per raccontarlo se non quella, sempiterna, del “proviamo così”. In una settimana della moda di Londra attraversata da una femminilità sfaccettata, vittoriana e queer allo stesso tempo, dove di bei vestiti se ne sono visti tanti senza che nessuno, ormai, se li aspettasse – Christopher Kane, Erdem, Molly Goddard e Simone Rocha, ma anche la miglior celebrity della moda, Victoria Beckham – è arrivato anche Riccardo Tisci a ridisegnare Burberry, marchio simbolo di così tante cose insieme da aver perso, inevitabilmente, il senso di sé.

A volerne raccontare l’incidenza sull’immaginario collettivo britannico si farebbe notte, basti ricordare che Burberry lo indossano sia la regina sia il tamarro di quartiere e che, in forma di cappellino, ha funzionato da copertina-sintesi per uno dei saggi politici più discussi degli ultimi anni, Chavs di Owen Jones. Sarà per quello che Tisci ha scelto di intitolare la sua monumentale collezione d’esordio, che contava 133 uscite, “Kingdom”: un po’ perché voleva raccontare di un’identità molteplice, che si adatta «alla madre e alla figlia, al padre e al figlio» come ha spiegato ai giornalisti nel backstage, un po’ perché riformulare il Regno Unito in tempi di Brexit è un’operazione nostalgica e spericolata, di quelle che, nella guerra futura che si prospetta tra i sindaci di Londra, solo la moda può fare. Così la sfilata era divisa in tre atti principali: il primo, senza nessuna sorpresa inaugurato dal trench, dedicato all’anima più borghese e commerciale del marchio, sciorinata in progressive variazioni di khaki, salvia e fazzoletti con il logo rivisitato per le signore.

Un modello durante la sfilata di Burberry a Londra, il 17 settembre 2018 (Foto di Niklas Halle’n/Afp/Getty Images)

Segue la parte dedicata all’uomo formale, probabilmente la meno riuscita e la più ingessata, che segnala però una precisa volontà di distaccarsi dallo streetwear, fatto curioso se si pensa che lo stilista italiano, quando era da Givenchy, è stato tra i primi a intuirne la rilevanza per l’abbigliamento contemporaneo. La parte centrale della sfilata, invece, mescolava Shakespeare e i Sex Pistols, l’estetica punk e quella vittoriana, con tanto di “ugly-shoe” pronta a gareggiare con i mocassini pelosi e le Crocs versione luxury: la Mary-Jane con la suola rinforzata che, alla fin fine, può ambire a diventare il bestseller del nuovo corso. C’erano le T-Shirt con le scritte – “Who Killed Bambi” e “Cow”, quelle più rimbalzate sui social – e complicati marsupi, tra citazioni (a se stesso, a Raf Simons e a Barbara Kruger fra gli altri) e completi maschili rilassati. A chiudere il cerchio un’elegante colata di abiti da sera neri, raffinati e rigorosamente senza logo.

La prima collezione è un esercizio difficile, si sa, serve a dare un’idea generale e, contemporaneamente, a tastare il terreno: per questo motivo Riccardo Tisci ha scelto di essere cauto, e ha fatto bene. Non è più il 2012, e il corso identitario di un marchio, il suo successo, si costruiscono tenendo insieme così tanti fattori che è quasi impossibile determinare quale sia quello vincente. La strategia social (le magliette con il nuovo logo di Peter Saville distribuite agli influencer su Instagram), le collaborazioni (con Vivienne Westwood e l’artista Graham Hudson), le celebrity (Tisci ha disegnato i costumi del tour di Beyoncé ma non ha voluto nessuna star in prima fila al suo debutto) a fare da contraltare al piano economico elaborato dall’amministratore delegato Marco Gobbetti, che dopo le reazioni negative suscitate dalla notizia dell’invenduto distrutto, ha annunciato che d’ora in poi Burberry disporrà in maniera ecologica del proprio magazzino e non utilizzerà più pelliccia vera. I critici dicono che è mancata un po’ d’emozione, se si toglie l’apparizione di Mariacarla Boscono, amica e collaboratrice dello stilista, e il saluto veloce a fine sfilata, ma anche quella, per certi versi, è un retaggio del passato. Proviamo così, che Tisci è più bravo di tanti altri.

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