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14:48 giovedì 29 gennaio 2026
In Iran stanno arrestando i medici che hanno curato i manifestanti feriti durante le proteste Almeno nove medici sarebbero stati arrestati come ritorsione per aver curato persone ferite. Uno rischierebbe addirittura la pena di morte.
Blossoms Shanghai, la prima serie tv di Wong Kar-wai, arriva su Mubi il 26 febbraio Dopo il grandissimo successo in Cina, l'opera prima televisiva di Wong Kar-wai arriva finalmente anche in Italia.
C’è un video in cui si vede un altro violento scontro tra gli agenti Ice e Alex Pretti avvenuto 11 giorni prima della sua morte Tre nuovi video rivelano che Pretti era già stato aggredito e ferito da agenti ICE, in uno scontro molto simile a quello in cui poi ha perso la vita.
All’Haute Couture di Parigi, Schiaparelli ha fatto indossare all’attrice Teyana Taylor i gioielli rubati al Louvre Erano però una copia, ricreata per la maison dallo stilista Daniel Roseberry, che ha detto «avevo solo voglia di divertirmi un po'».
La polizia iraniana sta dando la caccia ai dispositivi Starlink nel Paese per impedire alle persone di riconnettersi a internet E, ovviamente, chiunque venga trovato in possesso di uno dispositivo Starlink viene arrestato. Sono già in 108 in carcere per questo motivo.
È stato annunciato un sequel di Dirty Dancing e a interpretare Baby, 39 anni dopo, sarà ancora Jennifer Grey Non è ancora confermato se sarà lei la protagonista del film, però. Ma secondo le prime indiscrezioni, è quasi sicuro che lo sarà.
Sedicimila dipendenti Amazon hanno scoperto di essere stati licenziati con una mail inviata per sbaglio dall’azienda È il secondo grande licenziamento deciso da Amazon, dopo quello di ottobre 2025 in cui avevano perso il lavoro 14 mila persone. Anche stavolta, c'entra l'AI.
Il video di Barbero sul no al referendum sulla giustizia è diventato più discusso del referendum stesso Il video, il fact checking, l'oscuramento hanno appassionato il pubblico molto più della futura composizione del Csm.

Amico Silvio

I tempi del Popolo Viola sono finiti, e all'improvviso l'idea della sua morte intimorisce: non siamo pronti a lasciar andare il nostro Berlusconi privato?

17 Giugno 2016

Lo scorso 7 giugno Silvio Berlusconi è stato vittima di uno scompenso cardiaco, l’hanno portato in una suite dell’ospedale San Raffaele, ha subito un intervento di sostituzione della valvola aortica; poi, l’altro ieri, si è svegliato («è estremamente lucido e in ottime condizioni», dicono i medici) e, pare, trenta secondi dopo la rimozione del respiratore ha fatto una battuta su un’infermiera della struttura di Cologno Monzese: avrebbe potuto lavorare nella sua Telecinco, se avesse voluto. Non è chiaro cosa sia nato prima, se le boutade di questo tipo o Berlusconi stesso, ma l’ennesimo aneddoto di ironia piaciona che lo riguarda è stato accolto come una specie di nuova catarsi: sui social non si contano le varie declinazioni di “allora sta bene” e i “si è ripreso in fretta”, commenti che suonano sempre meno come derisioni tout court e sempre più come auguri di pronta guarigione all’amico un po’ matto, che forse non risulta troppo simpatico, ma che comunque nell’economia del gruppo è stato scoperto imprescindibile. E il punto è proprio questo: com’è potuto succedere che, a vent’anni dalla “rivoluzione liberale” mancata, Berlusconi sia diventato – forse, in un certo senso, un po’, per così dire – nostro amico?

Nessuno si aspettava cori di giubilo per la possibile morte di un pur controverso settantanovenne, s’intende – almeno non al di fuori delle sezioni commenti più selvatiche del web – eppure qualcosa è cambiato nei toni e negli approcci alla figura dell’eterno leader rampante. Wislawa Szymborska ha scritto in una delle sue poesie: «Devo molto a quelli che non amo, […] I viaggi con loro vanno sempre bene». E non esiste personaggio pubblico del dopoguerra meno amato di Silvio B., caso probabilmente unico di uomo vivente il cui cognome è citato più spesso nella sua forma in -ismo che in quella registrata all’ufficio anagrafe, nemico politico e oggetto delle sedute di autocoscienza di almeno due generazioni di politici italiani; piduista per Di Pietro, puttaniere per Travaglio, psiconano per Grillo, pregiudicato per molti e dittatore per alcuni, dalla sua comparsa Berlusconi è stato il super-io della destra e l’Es della sinistra, e da tempo è il riferimento obbligato della politica che ha lasciato semi-orfana: a due anni dal patto del Nazareno – anni che non ha certo vissuto da protagonista – l’espressione polemica “e se l’avesse fatto Berlusconi?” è diventata un luogo comune retorico, e forse anche questo testimonia un’impensabile inversione di tendenza: stiamo iniziando ad avanzare l’ipotesi di essercela presa troppo con quell’imprenditore milanese, un po’ sopra le righe ma sostanzialmente, avrà pensato qualcuno, innocuo?

Merkel Meets With Silvio Berlusconi

Nel 2001-2, nella stagione dei girotondi, del tragico G8 di Genova, della riforma Moratti, una riconciliazione anche parziale col berlusconismo ci sarebbe parsa una prospettiva ai limiti del lisergico. Ad alcuni anni e leggi più o meno ad personam di distanza, piazza Navona aveva già cambiato alcuni dei suoi protagonisti (fuori Nanni Moretti, dentro Sabina Guzzanti, Marco Travaglio e Antonio Di Pietro) ma non la sua partecipazione, forte di una retorica di denuncia del “regime” e delle sue presunte malefatte: al primo “No Cav Day” dell’estate del 2008, scriveva il Corriere, le magliette «Fermiamo il Caimano» andavano «a ruba»; a dicembre dell’anno seguente, con una enorme manifestazione in piazza San Giovanni in Laterano, nasceva Il Popolo Viola, epitome di ogni movimento antiberlusconiano. Cosa ne è oggi di quell’organizzazione di cittadini contrari al Caimano? Già a fine 2011 Vittorio Feltri scriveva che «senza Berlusconi è tramontata la voglia di protestare»: molte delle spinte girotondine e viola da allora sono state in parte assorbite dagli strali antisistema di Beppe Grillo, e dei brindisi nelle piazze romane per le sue dimissioni da presidente del Consiglio, dell’odio per Berlusconi non è rimasta che una versione sbiadita, ammantata di una sorta di imprevedibile, e forse nostalgico, rispetto cameratesco per l’avversario di tante battaglie. Al di fuori della filiera produttiva Fatto quotidianoMicroMega-Libertà e Giustizia, la malvagità del Caimano sembra essere stata rimossa.

Quando la sua morte è diventata una prospettiva reale, c’è stato un passo indietro collettivo

Pensate a come verrebbe percepita, oggi, Il sogno degli italiani, l’opera con cui la coppia di artisti Antonio Garullo e Mario Ottocento nel 2012 aveva esposto a Palazzo Ferrajoli, a poca distanza dal più celebre Palazzo Chigi, la statua di un Berlusconi deceduto e posto in una teca di vetro. Della fine biologica di Berlusconi si è parlato, scritto, messo in scena e vagheggiato a tal punto che, nel momento esatto in cui la soluzione estrema è diventata una prospettiva realmente contemplabile, c’è stato un passo indietro collettivo, quasi l’epilogo della vicenda di un singolo uomo potesse coincidere con quella di chi l’aveva elevato a detestabile centro della vita pubblica per vent’anni. Quasi Berlusconi, il berlusconismo, le olgettine, i talk show di Santoro, le 10 domande di Repubblica e tutto il resto fossero una parte importante e imprescindibile di chi ne ha fatto il suo orizzonte, e dirgli definitivamente addio equivalesse all’improvviso al dire addio ai propri ricordi.

Anni fa, proprio nel giorno dell’addio a Palazzo Chigi dell’ex premier di Arcore, ricordo di aver scritto su Facebook una lunga e scompaginata pseudo-lettera d’addio colma di spietato e giubilante lirismo, spero persa per sempre nei recessi della rete. Il destinatario ideale era il Divo Silvio, in quei frangenti una versione cupa e fuggitiva di sé stesso, dominus oltraggiato dalle missive della Bce e da un’insofferenza popolare nei suoi confronti che aveva ormai distrutto gli argini. Una cosa interessante di Berlusconi è che è stato, ed è ancora, per tutti anche un fatto privato. Accanto al Berlusconi pubblico, quello dei processi e delle intercettazioni, forse un po’ in sordina si è evoluto negli anni un Berlusconi percepito su un piano più intimo, quello del rapporto personale con il Paese e con la sua storia recente, quello attraverso cui vedere come siamo cambiati e quanto possiamo ancora cambiare. Dev’essere anche questo il motivo per cui leggere l’articolo di Francesco Merlo apparso sulla prima pagina di Repubblica il 10 giugno, appena dopo il ricovero dell’ex premier, ovvero leggere della «trasformazione del bunga bunga da ritmo sgarzolino in cupa aritmia», oggi sembra peggiore della peggiore delle sue battute.

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