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12:21 lunedì 5 ottobre 2026
Pedro Sanchez è il primo Presidente del Consiglio al mondo che si dimette e fa cadere il suo stesso governo a causa della crisi abitativa L'ormai ex Primo Ministro ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre e ha ammesso che il suo governo non è riuscito a fare tutto ciò che avrebbe voluto e dovuto.
Per smaltire dei robot umanoidi ormai vecchi e obsoleti, un’azienda li ha addestrati a buttarsi nell’acciaio fuso Se state pensando a quella scena di Terminator 2, è perché l'idea è tratta proprio da quella scena di Terminator 2.
Ci sono così tante stroncature di Digger che i produttori le stanno usando nella campagna promozionale del film (e per dire che i critici non ci hanno capito niente) Una trovata che non si è rivelata granché efficace: il film ha incassato solo 8 milioni di dollari negli Usa ed è già considerato il peggior flop della carriera di Tom Cruise.
Per la prima volta nella storia, il caffè è stato coltivato e raccolto interamente in Italia. E sì, c’entra il riscaldamento globale Dopo un secolo di tentativi falliti, c'è riuscita una famiglia di torrefattori di Palermo. È un'ulteriore prova della tropicalizzazione dell'agricoltura italiana.
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.

Anche l’aria di Milano è diventata virale

Condividere sui social i pessimi dati sull'inquinamento è sempre più diffuso. Ma è una nuova forma di slacktivism?

08 Febbraio 2024

È stato un mese tremendo per la qualità dell’aria a Milano, una città che cerca di ucciderti in modo milanese, senza rumore e senza fare troppe scene, a seconda delle metriche da 1500 a 4000 morti premature ogni anno. La soglia critica delle polveri sottili a gennaio è stata superata in diciassette giorni su trentuno secondo le centraline di monitoraggio, a febbraio la città era nella top ten mondiale delle più inquinate al mondo. Tutto questo non si è trasformato in una sollevazione però: ma in un flusso di infografiche condivise sui social, che rubano l’occhio per i colori violenti, rosso, porpora, viola, i tuoi polmoni oggi erano qui. L’attivismo dell’infografica non è pigrizia o antipolitica, è un grido di allarme lanciato con il televoto: fate qualcosa, fate presto. Il punto è: grido di allarme lanciato a chi?

Alla politica, all’amministrazione cittadina, o a noi stessi, un modo per dire: siamo vivi anche oggi, anche oggi abbiamo respirato questa roba qui, fin qui tutto bene, ma ricordatevi di noi. Non ci lamentiamo per fare divulgazione, per diffondere dati, noi ci lamentiamo per farci coraggio. Ma è un coraggio che confina con lo spreco, perché è diventato sterile: siamo nella zona in cui l’indignazione confina col rumore di fondo.

L’ansia dei social per l’inquinamento atmosferico è un buon laboratorio per osservare cosa stiamo diventando, cosa non riusciamo a essere e come non riusciamo, collettivamente, ad affrontare le emergenze del presente. Nemmeno quando le vediamo e ne siamo consapevoli – soprattutto quando le vediamo e ne siamo così consapevoli. I cambiamenti climatici sono una materia frustrante su cui agire, sono la politica che tocca la morale, si sviluppano su scale temporali e geografiche vastissime, su cui anche la più retta delle esistenze non ha un effetto visibile da poter essere una ricompensa. L’inquinamento dell’aria che respiriamo funziona in modo diverso: ha il potenziale di essere politica di prossimità, quella che confina con l’utile, e avrebbe delle ricompense, per noi, sulla scala delle cose di cui potremmo godere. Eppure trattiamo l’inquinamento atmosferico come se fosse il cambiamento climatico, lo abbiamo messo nel cassetto delle cose remote, parliamo della qualità dell’aria nel nostro quartiere come del livello del mare intorno alle piccole isole del Pacifico, addolorandoci con quel vago senso di impotenza.

Nel laboratorio in questione, Milano, l’emergenza inquinamento non ha dato vita a un fronte politico, ma nemmeno a quel senso di diffuso civismo che dovrebbe avere origine da un problema così grande e trasversale. Le associazioni che praticano l’attivismo urbano (non “da infografica”) fanno un lavoro immane in città, e lo fanno ogni giorno sulle cose ultime delle vita, non essere uccisi una mattina in bici, non essere soffocati dall’aria che si respira. A volte riescono ad aggregare consenso nella cittadinanza in senso più ampio, a passare da manipolo a minoranza visibile. È successo nei momenti di maggior dolore, che sono stati gli incidenti stradali che hanno costellato l’ultimo anno in città, ognuno una storia atroce. C’è stato un impatto, la politica su questa scala è utile in un modo allo stesso tempo immediato e intangibile. Stasera qualcuno è vivo e non sa di esserlo anche per un pezzo di ciclabile o un sensore su un camion per cui un’associazione ha fatto un’attività di studio, monitoraggio, analisi, lobbying, pressione, si è presa gli insulti, ha affrontato la noia delle carte e dei documenti e la frustrazione dell’indifferenza. Succede, è così, per certi versi è anche normale, piccoli gruppi di pressione che curano con pochi mezzi e grande fatica interessi molto più grandi di loro.

E noi? Sulla scala esistenziale, l’attivismo da infografica coincide con la fantasia ben diffusa agli aperitivi di comprare una casa in altura o nel verde: il progetto di gentrificare non più una periferia, ma un’area interna, qualcuno lo ha già fatto, qualcuno lo farà quest’anno, lasciare indietro chi non si può sottrarre allo smog e non considerare nemmeno per un minuto la politica urbana un’alternativa spendibile per occuparsi del problema. Faremmo qualsiasi cosa per salvarci da questa emergenza, anche andare a vivere a un’ora di viaggio dal cinema più vicino, a patto che non ci venga chiesto di praticare una partecipazione civica e costante.

Sull’inquinamento si vede chiara la faglia sempre più marcata tra chi ha scelto l’attivismo come traiettoria esistenziale, e deve prendersi anche il peso degli assenti, e tutti gli altri, per i quali la fatica di partecipare non sarà mai un’opzione. E sarà da vedere come verranno digerite le eventuali nuove misure di contenimento dell’inquinamento: si è tornati a parlare delle domeniche a piedi, è una proposta portata avanti dal gruppo consiliare dei Verdi, che avranno anche tanti difetti, ma non hanno il timore dell’impopolarità. Perché a Milano sarà un’idea impopolare, città piccola, pianeggiante, con una buona rete di mezzi pubblici e gli automobilisti più radicalizzati d’Italia (almeno in proporzione all’utilità del mezzo). È uno dei paradossi di città come queste: tutte le volte che scopri che l’ecologia non è a somma zero. A un certo punto, certe cose non si potranno fare, e bisogna accettare anche la fatica politica di chiedere delle rinunce, di accettare delle rinunce.

Una delle conversazioni più interessanti del mese l’ho avuta con il mio barbiere, per proteggere la sua identità lo chiameremo Salmo, perché somiglia molto al rapper Salmo. Abbiamo parlato di collasso ecologico, di clima, di ambiente, non so perché, comunque visto che c’eravamo gli ho chiesto cosa ne pensasse, e mi ha dato una risposta perfetta, una barra da rapper, in effetti. Mi ha detto: «Mi preoccupo, ma non me ne occupo». Almeno lui è stato sincero.

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