Cultura | Arte

L’importanza di sentirsi dire: andrà tutto bene

L'opera d'arte da guardare in questi giorni è la collezione iniziata dall'artista Alan McCallum nel 2015 di momenti di film e serie tv in cui i personaggi si rassicurano a vicenda.

di Davide Coppo

“Andrà tutto bene”. Poteva andare molto peggio in quanto a slogan, in un 2020 in cui quello che poteva andare male è andato malissimo, e invece “andrà tutto bene” è una frase che funziona senza essere paternalista, stucchevole, senza suonare falsa e nemmeno eroica. Di eroi non c’è bisogno, hanno detto anche quelli che per settimane erano stati chiamati eroi, e non c’è bisogno nemmeno di false promesse, come non c’era bisogno di applausi telecomandati, di flash mob quotidiani, di sentire l’inno nazionale in filodiffusione ogni giorno per farci forza, e meno male che l’abbiamo capito dopo poco. “Andrà tutto bene”, nella sua semplicità, funziona: è una frase semplice, è una frase anche umile, è anche una frase un po’ buttata lì, che la puoi dire senza crederci davvero. Non serve. Tanto come appiglio funziona bene. È questo che vogliamo, in fondo.

Uno dei principali motivi di ansia nei giorni della pandemia, hanno detto da subito i giornali, e gli psicologi intervistati dai giornali, viene dalla frenetica ricerca di informazioni: quanti sono i nuovi contagi, e quanti i morti? E come stanno gli ospedali, e le rianimazioni? Come procede la curva? E la Francia, la Spagna? Perché il tasso di mortalità è così alto? E i tamponi, dove sono finiti? Ma dopo un’immersione in apnea nella letteratura della catastrofe, la sensazione è che andrà tutto male, e naturalmente molte cose sono già andate male: spesso per il semplice fatto di essere andate. Una frase semplice come “andrà tutto bene” funziona anche senza l’ausilio di informazioni di supporto: quando viene detta non chiediamo perché, non vogliamo sapere com’è che andrà bene, seguendo quali strade. E infatti gli striscioni alle finestre vengono fatti quasi tutti dai bambini, senza troppe informazioni in loro possesso. Li guardiamo, mentre facciamo la spesa, e ci speriamo.

C’è un’installazione che in questi giorni è particolarmente rassicurante da guardare per diversi minuti, oppure mezzore, come un mantra: si chiama “An Ongoing Collection of Screen Grabs with Reassuring Subtitles”, ed è una collezione che Allan McCollum iniziò nel 2015 – ancora in costruzione – di momenti di film e serie tv in cui i personaggi sullo schermo mostrano empatia e si dicono l’un l’altro frasi come: «Andrà tutto bene». Non c’è altro contesto, e spesso gli oltre 1200 fermo immagine non sono riconducibili a un preciso film, a meno di non avere un occhio ben allenato. Non è nemmeno importante: l’opera di McCollum vuole mostrare il meccanismo empatico, ispirato al concetto di “happy ending” delle fiabe europee tradizionali, come sviluppato nel libro Morfologia della fiaba di Vladimir Propp (1928). L’intera collezione scorre sul sito dell’opera seguendo un intervallo regolare di pochi secondi, come una litania, e la ripetitività delle caption sottotitolate, unite ai diversi contesti delle immagini, offre una panoramica sulla capacità umana di offrire conforto.

Cosa si dicono, i personaggi degli screen grab? Cose come: tutto andrà bene. Starai bene. It’s ok. It’s ok now. Your are gonna be ok. Sei al sicuro. A volte, è evidente dalla scena mostrata, è impossibile crederci. E a volte, infatti, quando ci viene detto davvero, sappiamo tutti che non è vero, che non andrà bene, ed è razionalmente impossibile crederci, in quella promessa di futuro. Il tizio con la gola aperta da cui sgorga una fontanella costante di sangue potrà mai crederci, al “tutto andrà bene” sussurrato dalla donna che gli tiene la testa? Eppure lo farà lo stesso. Nella seconda settimana di aprile è circolato molto lo screenshot – questa volta vero – di uno scambio di messaggi tra una figlia e una madre, quest’ultima impegnata come medico in un ospedale di New York durante il terremoto Coronavirus. La donna si è ammalata, e l’immagine diffusa dai giornali mostra l’ultimo scambio con la figlia. Quest’ultima scrive: «Buongiorno mamma! Non posso vivere senza di te. Credo in te, per favore lotta. Sei forte mamma. Ti voglio così bene che non puoi immaginarlo». Lei risponde: «Ti voglio bene. Mamma tornerà».  Morirà dopo poche ore. Davvero un medico, a poche ore dalla morte e in possesso di tutti i dati del caso, credeva in quel «Mom be back», straziante se letto ora? Probabilmente no, eppure l’ha scritto lo stesso.

Ci sono diversi scenari negli screenshot raccolti da McCollum, e diverse sono le voci con cui quelle frasi vengono pronunciate: ci sono bambini abbracciati dalle madri, poliziotti che rassicurano superstiti, medici e pazienti, amanti giovani e vecchi, ma anche pazzi armati che mentono spudoratamente, e ci sembrano pronti a uccidere, appena dopo aver detto di non preoccuparsi, che è tutto ok. Le frasi mostrate dai sottotitoli sono frasi che dovremmo dirci più spesso. Non aver paura. Non c’è niente di sbagliato in te. Non è colpa tua. Non c’è niente di sbagliato. Ci sono tutte le coniugazioni di un abbraccio, dall’affettuoso al disperato. Forse sarebbe più onesto e veritiero non dirsi che andrà tutto bene, e usare formule più complete, come: “non siamo davvero in controllo di quello che sta succedendo, e spaventarsi o preoccuparsi è un’attività inutile oltre che controproducente”, ma per fortuna il fact checking non si applica all’empatia. E se ci sentiamo in colpa a mentire così spudoratamente, a pronunciare una bugia rassicurante, è solo perché le bugie, ci è stato insegnato dai comandamenti, noiosi fact-checker antidiluviani, sono sempre peccato. Cosa che sappiamo benissimo non essere vera.

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