La cancellazione del suo concerto a Reggio Emilia per motivi di sicurezza ha riacceso per l'ennesima volta le polemiche attorno a un artista la cui presa sul pubblico sembra persistere nonostante le imperdonabili e deliranti uscite di questi anni.
Lea Ypi, Dignità (Feltrinelli)
Traduzione di Elena Cantoni
Tra le tante cose di cui la digitalizzazione ci ha privato c’è la capacità di guardare davvero una fotografia. Fermarsi davanti all’immagine e chiedersi cose stesse succedendo in quel preciso momento nella vita delle persone ritratte e cosa fosse successo in tutti i momenti precedenti allo scatto della fotografia. Immaginare e ricordare, funzioni fondamentali del cervello umano, rese obsolete dalla tecnologia che pretendere di costruire storia e realtà al posto nostro, come se l’immaginazione e il ricordo fossero appendici vestigiali, residui di un precedente (e inferiore) stadio evolutivo. Dignità di Lea Ypi inizia proprio da una fotografia, “pretesto” dello sforzo storico e letterario dell’autrice: una donna sorridente, una giovane mamma, fotografata mentre il mondo viene polverizzato nell’inceneritore della Seconda guerra mondiale. Quella donna è la nonna di Ypi, si chiamava Leman, e Dignità è la sua storia. E dei Balcani. E dell’Europa dell’est. E del Novecento. E di tutto quello che è successo e che è esistito prima che l’umanità arrivasse al punto in cui si trova adesso. Il libro si basa su un’equivalenza: la storia sta all’individuo come la fotografia sta alla realtà, cioè come la realtà sta alla sua rappresentazione. La distanza tra l’una e l’altra si chiama memoria, quel misto di fatto e finzione che permette agli esseri umani di mettere ordine nel caos e di trovare il loro posto nel mondo, di trasformare in casa una terra incognita. Un libro sulla memoria, dunque, e su coloro che hanno il diritto di costruirla e tramandarla. Ma soprattutto un libro che è un avvertimento: senza la capacità di ricordare e immaginare, per gli esseri umani il mondo resterà senza una landa inospitale, mai più casa. (Francesco Gerardi)

Gabriella Dal Lago, Giorni futuri (Einaudi)
Cosa succede quando, all’alba dell’età adulta, smettiamo di vederci riflessi negli occhi dei nostri amici? Se il loro sguardo smette di essere rivolto a noi, saremo ancora capaci di riconoscerci e piacerci? Se lo chiede Gabriella Dal Lago, raccontando una storia che riguarda tutti noi, e che però troppo poco spesso viene raccontata: quella dell’amicizia come dispositivo tramite il quale edificare la propria presenza nel mondo. Siamo stati tutti – a fasi alterne – Irene e/o Ottavia, le due protagoniste di questa storia che risuona dolorosa, perché silenziata da una società che conferisce unicamente alla famiglia e agli amori il primo posto nella classifica dei rapporti sociali fondamentali. Dal Lago ci ricorda che siamo anche altro, e che per divenire davvero adulti, ci toccherà farci i conti. (Giuliana Matarrese)

Teresa Präauer, Cucinare nel secolo sbagliato (Marsilio)
Traduzione di Alessandra Luise
Da diverso tempo cerco un modo di rivalutare la parola “generazionale”, per parlare di una serie di romanzi di questi anni in grado di descrivere, con precisione, ironia, malizia e talvolta malinconia un certo gruppo sociale, con i suoi vizi, le sue manie, le sue ossessioni. Cucinare nel secolo sbagliato appartiene a questa risma: tutta l’azione si svolge durante una cena in casa di un gruppo di amici di mezza età, circa quarantenni, professionisti o creativi della classe media o poco meno, e Präauer è precisissima, ma mai leziosa, nel mettere in scena, con attenzione e umorismo, gli status e i vezzi di queste persone, che molti di noi hanno presente, alcuni di noi siamo, altri di noi fingono di essere. È una commedia che non può non ricordare Le cose di Georges Perec: sulla tavola ci sono tutte le ricette giuste della generazione che guarda il cibo, anzi il food, su Instagram invece che dal fruttivendolo; si ricordano e si programmano viaggi nei posti più cool; si discute delle letture giuste, si dibatte delle opinioni giuste sulla politica, sulla correttezza dei modi e del linguaggio, sui diritti. Lo sguardo di Präauer è preciso anche sui gesti, sugli oggetti, sul cosmopolitismo borghese ostentato ma non troppo. Si legge questo romanzo come si guarderebbe una pièce teatrale, perché la scena è sempre quella, intorno a un tavolo, per centosettanta pagine. Si ride, ci si guarda allo specchio, ci si immalinconisce. Ci si chiede: quanto è sincera la vita di queste persone? E la nostra? Quanto l’immagine che diamo di noi stessi, sui social e nella vita pubblica, aderisce a ciò che siamo davvero? Si legge: «Potevano veramente scegliere? Gli intenti teorici fischiavano nell’aria e facevano mulinare le pagine culturali dei giornali internazionali, mentre nella vita si tribolava e ci si sforzava come coppia di metterli in pratica». (Davide Coppo)

Alessandra Carati, Atto di famiglia (Neri Pozza)
C’era una famiglia e poi non c’era più. Atto di famiglia descrive in maniera precisa come una favola possa degenerare in una favola triste, e le conseguenze derivanti. Alessandra Carati, in 176 pagine, priva la famiglia della sua narrazione perfettista e ne scopre le nevrosi, le menzogne e le fragilità, qualità che diventano soggetti del racconto e quindi vettori di violenza. In questo modo, l’unione familiare viene ricollocata nella dimensione originaria dei miti e della tragedia greca, in particolare l’Orestea di Eschilo, ispirazione primaria per la stesura del libro. Al centro del romanzo c’è un evento innominabile che devasta i legami di sangue. Le pagine raccontano di tre anime storte, ferite e incompatibili, contornate proprio dal mistero di questa violenza. Il libro si articola attraverso quattro sguardi: il padre, la madre, la bambina e, infine, l’adulta. Ogni capitolo corrisponde a un punto di vista differente su come sia consumato il massacro della loro unione. L’aspetto più straordinario e destabilizzante di Atto di famiglia risiede nella gestione del mistero. Davanti a un fatto scabroso, indicibile, il lettore si aspetta una risoluzione, un’indagine che porti a una verità oggettiva, scientifica o giudiziaria. Ma Carati, seguendo la lezione eschiliana, sceglie di sottrarci alla verità. Come il drammaturgo greco non mostra il sangue di Agamennone sul palco, così l’autrice gira intorno al trauma senza mai esibirlo, convinta che «il massimo di approssimazione alla realtà non è la definizione ma l’ellissi, l’analogia, il traslato». Questo libro è una trappola per la coscienza dei lettori, attraverso una scrittura fluidissima e una lettura scorrevole ma densa, magnetica. Ho provato rabbia, ho empatizzato e poi no, senza mai avere nessuna risposta consolatoria. (Ritamorena Zotti)

Artem Chapeye, La gente normale non va in giro armata (Altrecose)
Traduzione di Alessandro Achilli
In questo libro c’è tutto quello che ci si potrebbe aspettare da un lungo e personalissimo reportage di guerra sull’Ucraina. E poi c’è tutto il resto, come l’impossibilità di capacitarsi di una guerra, una velata ma non troppo condanna a un’Europa che troppo tardi si è mossa, l’angoscia di dover abbandonare la propria casa e famiglia, il desiderio – fortissimo – di arruolarsi anche se l’autore non era stato chiamato a farlo, e poi la sconfinata solitudine del fronte. La gente normale non va in giro armata, di Artem Chapeye per Altrecose, parla innanzitutto di resistenza, di come farla e della facilità con cui, messi davanti alla scelta – nascondersi e salvarsi oppure combattere e forse morire – sia in realtà estremamente naturale scegliere la seconda opzione. Ma è anche il diario di un soldato che, come in una sorta di corrispondenza con sé stesso, cerca di trovare una logica a tutto. O un po’ di conforto. (Alberto Biondi)

Ian Laslie, John + Paul. Una storia d’amore in musica (Utet)
Traduzione di Chiara Baffa
Un sacco di cose si potrebbero risolvere molto più facilmente se si potesse scegliere soltanto tra due opzioni. Estate o inverno, mare o montagna, Beatles o Rolling Stones, John o Paul. In realtà è proprio quel più in mezzo tra questi ultimi due nomi che sta nel titolo del nuovo libro di Ian Leslie a dirci che spesso le cose non si risolvono per dicotomie, per sottrazioni, ma tramite aggiunte. Includendo e non scegliendo. John + Paul. Una storia d’amore in musica è esattamente questo, un compendio di tutto quello che hanno creato questi due geni – per chi non avesse intuito: John Lennon e Paul McCartney – assurdamente nati nella stessa città a pochi anni di distanza e altrettanto casualmente incontrati per la prima volta a una fiera di paese nel luglio 1957. Da qui Leslie sceglie di raccontare quest’unione attraverso le canzoni, in ordine cronologico (che è anche bello saltare, ogni tanto). Un capitolo, un titolo, una fase del loro rapporto, della loro carriera e della loro fase creativa. A ogni tappa, come fosse un riflesso condizionato, si materializzano le note e le parole della canzone che dà il titolo a quelle pagine. Non serve essere un beatlesiano sfegatato per amare John + Paul, anzi (io per qualche periodo della vita ho pure preferito i Rolling Stones), basta lasciarsi guidare dalle canzoni e dalla storia incredibile che le ha messe insieme. Proprio perché le storie più belle non si risolvono per dicotomie, ma mettendo insieme. (Teresa Bellemo)

