Il film in cima al botteghino italiano e mondiale lo ha diretto un 20enne che fino a ieri pubblicava i suoi video su internet. Ed è proprio questo ad aver reso Backrooms un fenomeno globale.
Ha vinto due volte il premio Strega, i suoi romanzi sono tradotti all’estero e entrati nell’immaginario collettivo, sono stati trasformati in film diretti da Francesca Archibugi o interpretati da Nanni Moretti. Oggi Sandro Veronesi non ha nulla da dimostrare, a qualche domanda risponde tranquillamente “non lo so” o “non mi ricordo”.
Per il resto, però, ogni frase è un condensato di idee, teorie su tutto, digressioni che valgono più di sentenze. È appena uscito un volume di tutti i racconti, si intitola Caducità, è pubblicato dalla Nave di Teseo. È una raccolta antologica, l’ordine dei racconti «non ha la pretesa di dare un indirizzo al lettore, non vanno letti tutti di seguito, è come una playlist di un cantate, c’è anche un racconto uscito dall’oblio dopo quarant’anni», spiega Veronesi. Nei racconti si ritrovano molti elementi dei suoi romanzi, segreti e sospetti legati ai genitori (come nella Forza del passato) un tessuto di coincidenze (con nel Colibrì), sensi di colpa e attaccamenti ai figli (come in Caos calmo). Il mondo di Veronesi è attraversato da legami oscuri che connettono tra loro pezzi lontani di realtà: in questo mondo non stupisce che un personaggio possa scoprire che l’andamento dei suoi colpi di tennis sia associato all’andamento delle materie prime in Borsa.
I narratori di queste storie sono donne, bambini, uomini, ogni tanto ti diverti a inserire un personaggio che si chiama Sandro Veronesi e fa lo scrittore, come accade nel racconto Profezia sulla morte del padre. L’incipit è: «Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco l’animo tuo, e ti dico che…». Chi è che parla qui?
Ho cercato di scrivere quel racconto sulla morte di mio padre per qualche anno. Mi sono occupato di mio padre e ho fatto di tutto per farlo morire a casa, il nostro rapporto è stato sempre tumultuoso e conflittuale. Ma scrivendo veniva fuori il diario di un infermiere, non c’era la letteratura. Però non mi volevo arrendere. Mia madre era già morta e la morte di mio padre, per me, era simbolicamente la fine di un mondo, era l’apocalisse. Così sono andato a rileggermi proprio l’Apocalisse di Giovanni, che è scritta così: «Io so chi sei, conosco l’animo tuo e so che farai…». È una predizione. Per quel racconto ho preso la voce di Dio, quella che Giovanni intende come voce di Dio. Così funzionava tutto. Potevo trasformare l’esperienza in destino e la testimonianza in profezia.
Due racconti sono ambientati nel mondo del tennis. Senti una pressione a scrivere di tennis dopo David Foster Wallace?
Il tennis è stata una mia esperienza giovanile, ho sperimentato lì tutta una gamma di sogni, delusioni, amicizie, nel tennis si va avanti finché non si sbatte contro i propri limiti, finché vedi altri danzare dove tu arranchi. Ho letto David Foster Wallace, ma il suo rapporto col tennis è più strutturato, lui era forte, giocava bene, molto bene, meglio di me. È Wallace. Lo ha studiato, il tennis, lo ha analizzato, lo ha reso simbolo e ha dato profondità a Roger Federer, la cosa secondo me più bella che ha fatto, perché ha spiegato con grande poesia la superiorità naturale di un uomo sugli altri. Senza essere tanto celebrativo ma analitico. Per me il tennis è stata un’esperienza abbastanza crudele, mi ha lasciato una passione per uno sport che è profondamente cambiato. I miei veri miti sono ancora di quegli anni là, quando vedevo giocare Sampras o Federer, o prima, quando giocavano Edberg o Stan Smith, che mi piaceva tanto, come mi piacevano i giocatori d’attacco, e i doppi, con Raul Ramírez o Brian Gottfried, non dei fuoriclasse assoluti, ma con gioco elegante, bianco. Niente scamiciati, niente urli durante i colpi. Sono rimasto lì. È da quel mondo vado a ripescare quando scrivo.
Sono elementi reali su storie di finzione?
Mi chiedevi dei Sandro Veronesi presenti nel libro: quella non è autofiction, è autobiografia. Nei romanzi non ho mai inserito personaggi che si chiamano come me. Non credo che nella mia vita ci sia niente di così importante da raccontare in un romanzo. Ma degli episodi sì. O li inserisco nei romanzi oppure possono portare a un racconto e in questo senso il racconto per me è un terreno di sperimentazione, provo voci che mi potranno servire per i romanzi. Il racconto su mio padre è stato trasfigurato ma quello sulla morte di mia madre (Polmoni, nda) è autobiografico.
ⓢ Lì il protagonista viene tentato da Satana per fermarsi a bere un cappuccino mentre la madre sta morendo.
Quella tentazione di Satana e il fatto che però non mi sono fermato a bere un cappuccino, altrimenti mi sarei perso la morte di mia madre, avrei potuto usarla per un romanzo, adattandola a un personaggio inventato, ma non l’ho fatto. Ho scritto il racconto.
ⓢ Satana e le tentazioni ricorrono nei tuoi lavori. Qui citi anche il diavolo del Paradiso perduto di Milton. In un podcast sulla partita più lunga della storia del tennis, di cui sei autore, Gravity, chiudi parlando di Satana. È solo un espediente narrativo?
Mi sono molto sorpreso quando mi sono messo a studiare il Vangelo – ho scritto un libro sul Vangelo (Non dirlo. Il Vangelo di Marco, Bompiani, nda) – scoprendo che Satana è il personaggio più rammentato da Gesù, che era un esorcista. Pur non essendo credente, con Gesù avevo già un rapporto, ancora più stretto dopo averlo studiato. Gesù ci tiene molto a contrapporsi a Satana, che è un’entità, non è una persona, è multiforme, è rappresentato da molti demoni. Nella nostra vita normale ne facciamo esperienza, è qui con noi, c’è, diventa quel cappuccino che ti tenta. Dopo mi sono messo a studiare Satana, la morte secunda di cui parla san Francesco, cioè la morte dell’anima, l’intento di Satana di prosciugare l’umanità di una persona. Ho letto e studiato, mi capita quindi di maneggiarlo.
ⓢ Hai chiuso con il tennis?
Io gioco. E lo guardo alla televisione. Sentivo le partite di Panatta alla radio. Io c’ho una passione per seguire lo sport in televisione e alla radio. L’ho raccontato in Settembre nero, un mio amico pazzo aveva trovato un canale radiofonico, Radio Andorra, che trasmetteva in diretta gli incontri di scacchi Spassky-Fisher. Una partita di scacchi alla radio è silenzio per tot minuti col cronista che dice qualcosa solo perché tu non pensi che si sia rotta la radio. E io sono stato lì a sentire queste partite di scacchi, il fatto che ci fosse un medium mi è sempre piaciuto molto, più di assistere dal vivo, come per la musica: preferisco ascoltare il disco che assistere al concerto. L’intermediazione mi piace.
ⓢ Questi racconti, come in Agenda, sono segnati dai rimpianti. Intendi la scrittura come un modo per dire o fare ciò che non si è potuto dire o fare?
Per me la scrittura non nasce per questo, ma ovviamente succede che penso a ciò che non sono riuscito a dare nella realtà, e a darlo dopo, non per rimediare, ma per cercare la bellezza. Per trovare questa bellezza innesto su elementi autobiografici. Visto che devo scrivere tanto vale essere libero nei confronti di come le cose sono andate, la tentazione di cambiare c’è perché il risultato sia più bello. Nel racconto Agenda sarebbe bello stato se avessi ritrovato l’agenda ma non è andato così.
ⓢ C’è una scena in Profezia in cui il padre, morendo, dice di aver incontrato Frank Lloyd Wright in un aeroporto, con la sciarpa bianca e un cappotto lungo. Il padre ridacchia e con quel ghigno muore. Mi dici com’è nata l’idea?
Quel fatto è vero. Mio padre, nel delirio della morfina, pensando di morire, pensando che fosse l’ultima cosa che diceva, tirò fuori quell’aneddoto, che non mi aveva mai raccontato.
ⓢ In Sotto il sole ai Campi Elisi si parla di uno scrittore giovane, puro, scrivi che era “alle prese con i problemi di cui la letteratura si occupa: la solitudine, la distanza dalle cose, la nostalgia, il bisogno d’amore”. Sottoscrivi questo elenco?
Sono d’accordo a metà con me stesso, come diceva Zenga. Quella è la purezza dello scrittore giovane e della nostra generazione. Fino a una certa età si scrive d’amore, di ideali, è quello che ti aspetti da un giovane di venticinque o trent’anni. Mi aspetto che racconti l’attrazione verso le cose e l’incapacità di arrivarci. Dopo guardi dappertutto, in ogni angolo. La letteratura cambia e anche la vita cambia.
