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Tahrir, la posta in gioco

La fine di una convivenza forzata tra popolo e generali. Cosa sta succedendo in Egitto, in quattro frasi

Sono passati dieci mesi dalla rivoluzione di piazza Tahrir. Il popolo voleva che Mubarak se ne andasse, e Mubarak se n’è andato. Voleva che elezioni democratiche fossero istituite, ed elezioni sono attese per la prossima settimana. Allora perché questi nuovi scontri in piazza Tahrir? Perché le rivolte e la repressione nel sangue, proprio come durante gli ultimi giorni di Mubarak?
Alle mille contraddizioni del dopo-Mubarak abbiamo dedicato un’ampia inchiesta che trovate sul numero 5 di Studio, appena uscito in edicola. Ma per seguire – e comprendere – gli ultimi sviluppi del Cairo abbiamo selezionato alcune frasi che bene riassumono la posta in gioco a piazza Tahrir

Le elezioni non ci bastano, vogliamo il potere civile”
Rabab El Mahdi, docente di scienze politiche all’Università American del Cairo
in un’intervista ad Al Jazeera English
In poche parole, la professoressa El Mahdi riassume quello che chiede la stragrande maggioranza della piazza, dagli attivisti liberali della vecchia guardia ai Fratelli Musulmani: “Lo SCAF deve sottoporsi allo scrutinio del potere civile”
Dopo le dimissioni di Mubarak, il potere è passato temporaneamente allo SCAF, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, che dopo avere temporeggiato non poco ha stabilito come data delle elezioni il 28 Novembre. Adesso però le Forze Armate vogliono arrogarsi il ruolo di “guardiane della Rivoluzione” in modo da mantenere il potere anche una volta instaurato un modello civile (l’idea, per chi se lo stesse domandando, l’hanno presa in prestito dalla Turchia)

La luna di miele tra esercito ed egiziani è finita”
Roberto Bongiorni inviato al Cairo per il Sole24Ore
“Perché in Egitto è riscoppiata la Rabbia”
Bongiorni descrive la rivolta del popolo, questa volta diretto alle Forze Armate e ricorda come, invece, subito dopo le dimissioni di Mubarak “lo slogan più ripetuto tra i manifestanti era: L’esercito e il popolo sono la stessa mano”. Il giornalista sostiene che lo scorso inverno “l’esercito non si era comunque schierato con la rivoluzione”, che però dopo la caduta di Mubarak ha tradito la causa e che dunque la luna di miele è finita.
Più che una “luna di miele” – obietterei io – si è trattato di piuttosto di una convivenza forzata tra esercito ed egiziani. Sta di fatto che è finita.

L’esercito cerca di passare per osservatore neutro e addolorato degli eventi. Questa volta non funzionerà”
Daniele Raineri, corrispondente al Cairo per il Foglio
via Twitter (@Daniele Raineri #Tahrir)
Nonostante sia alle prese con i lacrimogeni della polizia egiziana (o forse proprio per questo), Raineri coglie lucidamente quello che è sempre stato il gioco delle Forze Armate, oggi come durante la rivolta anti-Mubarak. Ovvero: porsi sempre come osservatori neutrali, facendo fare il lavoro sporco agli altri (leggi: la polizia) e anche quando si è coinvolti fino all’osso (Mubarak, del resto, era un uomo delle Forze Armate e oggi la polizia è comandata dallo SCAF). La tesi di Raineri è che gli egiziani se la sono bevuta una volta, non se la berranno una seconda.

I generali erano usciti bene dalla rivoluzione ma dopo hanno perso ogni residuo di credibilità”
Sherif Sadeq, filmaker egiziano
In un’intervista al numero 5 di Studio
Più che stupirsi che, oggi, gli egiziani siano scesi in piazza contro lo SCAF c’è da domandarsi come mai abbiano accettato di lasciare (seppure momentaneamente) il potere nelle mani delle Forze Armate dopo le dimissioni di Mubarak. Sadeq se lo spiega in parte con la Sindrome di Stoccolma (“Dopo diciotto giorni di guerra la gente era esausta, aveva un disperato bisogno di fidarsi di qualcuno e quel qualcuno”) e in parte riconoscendo ai generali una rara abilità nel fare ricadere la colpa sugli altri: “Non hanno mai ucciso, almeno durante la rivoluzione, hanno aiutato gli altri a uccidere.”
Il problema è che, da quando lo SCAF detiene formalmente il potere, scaricare la colpa sugli altri è diventato troppo difficile.

 

(Photo credit: KHALED DESOUKI/AFP/Getty Images)

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