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Planet Earth e l’importanza della meraviglia

Sulla spettacolarizzazione dei documentari naturalistici: com'è cambiato il modo di raccontare la natura nell'epoca del riscaldamento globale, a partire dal colossal della Bbc.

Nei giorni successivi all’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti – un’elezione che ha fatto percepire a molti “giovani” elettori progressisti, in Occidente e non soltanto, cosa significasse la parola sgomento – mi sono trovato sorprendentemente a prendere parte a varie conversazioni, quasi tutte con un motivo ricorrente e sorprendente. A un certo punto molti dei partecipanti pronunciavano la stessa frase, che faceva, più o meno, così: “Ma la cosa che mi preoccupa di più è che fine faranno gli accordi di Parigi sul clima”.

Sono anni strani per la natura: da un lato il riscaldamento globale continua a crescere, e i rimedi messi in campo dalle nazioni più coinvolte non sono soddisfacenti; dall’altro l’attenzione per la natura, in forme inedite e strane e che in alcuni casi si potrebbero definire ipocrite e contraddittorie, è estremamente alto. I meme che si sono diffusi maggiormente sui social network negli ultimi 6 anni sono legati ad animali: sfogliando l’archivio del sito knowyourmeme.com trovo nelle prime pagine “socially awkward penguin”, “doge”, “pedobear”, “homophobic seal”, “courage wolf”, “business cat”, il gufo di “o rly?”. BuzzFeed ha un intero canale dedicato agli animali, e i video di gatti o vari cuccioli di altre specie sono condivisi da centinaia di migliaia di utenti, senza divisioni di lingua, continente, sistemi di censura. Nel frattempo, circa 100 specie animali si estinguono, ogni giorno.

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*

Mi sono accorto di questo “digital divide” del mondo animale la scorsa estate, in due giorni passati allo Zoo di Berlino. Avevo deciso di visitarlo per capirne il funzionamento – è lo zoo più grande del mondo, e ci passano 5 milioni di visitatori ogni anno: il triplo degli Uffizi, più o meno – e indagarne l’utilità, ma la cosa che più mi ha stupito maggiormente è stata un’altra, semplice quanto ancestrale: vedere un animale da vicino.

Il concetto di spettacolarità è cambiato molto velocemente negli ultimi anni, e chi dirige documentari naturalistici deve tenerne conto. Deve anche tenere conto, in un certo senso e modo, di quella sensazione di meraviglia che ho provato io, ma soprattutto del fatto che quella meraviglia nasceva principalmente dall’assenza di un oggetto di cui un documentario non può fare a meno: lo schermo. I primi documentari erano cose semplici, fatti di poche inquadrature, pochissimo movimento. Servivano a mostrare, diciamo, dei pinguini a un pubblico che non aveva mai visto pinguini, se non in illustrazioni o incisioni poco precise. Oggi sono molte di più le persone a conoscenza di cos’è un pinguino, di come è fatto, di cosa si nutre, di come cammina. Mostrarlo sarebbe superfluo, da un lato, e ripetitivo, dall’altro, perché è già stato fatto centinaia di volte. Se immagini sono state già proposte, e se il contesto educativo non serve a far vendere di più il prodotto, la soluzione più pratica è quella di aumentare il tasso di spettacolarità.

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È quello che ha fatto la Bbc con Planet Earth II, il secondo capitolo della serie documentaristica più famosa e celebrata di sempre, uscito a dieci anni di distanza dal primo. Nel trailer, le immagini scorrono sotto le scritte: «Nel 2006, Planet Earth cambiò il modo in cui vediamo il mondo. Dieci anni dopo, vi mostreremo la natura e le sue meraviglie più vicine che mai». Le prime sequenze mostrano un lemure che salta da un ramo all’altro in una giungla. La scena è filmata al rallentatore, la luce del sole filtra a chiazze irregolari dal tetto di fronde, la musica di Hans Zimmer cresce in volume e ritmo. L’altezza dal suolo è vertiginosa, la solitudine, intorno alla scimmia, totale. La telecamera segue il lemure come se fosse in volo con lui. Il livello di epicità è altissimo.

Tutto Planet Earth II è fondato sulla spettacolarità: è la caratteristica, la sua forza, la sua innovazione: è il primo documentario Bbc a essere girato in Ultra-High Definition, e in un’intervista sulla stessa rete i due produttori, Tom Hugh-Jones e Mike Gunton, lo rivendicano con il giusto orgoglio: «Quello che fa Planet Earth II è dire: “Mettiamoci nei panni degli animali, e guardiamo il mondo dalla loro prospettiva”. La caratteristica della serie è che ti sembra che la telecamera sia con loro. È molto fluida, e molto attiva». Oppure: «Sapevamo di dover fare qualcosa di diverso, e il nostro obiettivo era di rendere l’intera esperienza estremamente immersiva. Questo tipo di sensibilità è stato usato per anni nei film, e noi l’abbiamo applicato alla natura». Planet Earth II è pieno di drama: oltre alle emozioni legate alla sfera del meraviglioso – ammirare i lenti movimenti di animali a un livello di definizione mai visto prima in questo campo – gioca un ruolo fondamentale il thrill. Una scena particolarmente mozzafiato mostra dei neonati di iguana che, appena usciti dalle uova, devono fuggire da decine di serpenti che, appostati tra le rocce della spiaggia, si lanciano al loro inseguimento. Un anziano bufalo deve scrollarsi di dosso quattro leonesse che cercano di atterrarlo. Nella periferia di Mumbai, alcuni leopardi “urbanizzati” vanno a caccia di cuccioli di maiale.

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*Naturalmente, quando si tratta di documentari, la questione principale in gioco è quanto fedelmente una pellicola riesca a documentare. Non sempre i documentari l’hanno fatto: nel 1958 White Wilderness, prodotto da Disney e vincitore dell’Oscar di categoria, mostrò una scena in cui decine di lemmings si “suicidavano” lanciandosi da un dirupo verso il mare. La scena diventò così famosa che ancora oggi è diffusa la credenza secondo cui i lemmings commettono suicidi di massa. Ma non è vero: i lemmings non commettono suicidi di massa, e furono spinti sull’orlo del burrone, in quell’occasione, da una piattaforma rotante creata dalla crew, e poi giù in quello che non era in realtà un tratto di Mare Artico, ma un fiume ripreso da vicino. Non si sa se gli animali sopravvissero o meno. Ci sono casi più diffusi – oggi – e delicati, in cui il confine tra verità e menzogna è più sottile, e relativo, e soggetto a molti “però” e altrettanti “eppure”. Recentemente, e in modo meno tragico, il documentario The Hunt – in cui, come per Planet Earth II, David Attenborough prestò la sua voce – fu accusato di creare, anziché limitarsi a mostrare. Come scrive Elizabeth Lopatto su The Verge, alcuni suoni furono aggiunti in post produzione: lo scricchiolio dei passi di un orso polare sulla neve fu creato tramite crema pasticcera in polvere e cristalli di sale. Per lo schiantarsi delle ossa spezzate di una preda tra le fauci del predatore fu utilizzato, beh, del prezzemolo.

La questione è attuale anche nel caso di Planet Earth II, pur con connotati meno problematici. La domanda che mi sono posto, guardando le intense sei ore di vita naturale, è: tutto ciò che vediamo sarebbe successo ugualmente senza telecamere? La risposta, per quanto riguarda la serie Bbc, è probabilmente poco equivocabile: sì. È una risposta, tuttavia, soltanto all’apparenza granitica. Contiene sfumature. Contiene, ancora, dei “però” e degli “oppure”. Il ritmo della serie è serrato, e ai momenti di quiete si giustappongono momenti più epici – inseguimenti, fughe, migrazioni, planate. È naturale, eppure non del tutto: Planet Earth II è sceneggiato. Le riprese sono durate 6 anni, e hanno partorito 6 puntate da un’ora ciascuna. Un’ora di girato all’anno. Quello che va tenuto a mente, mentre siamo stretti ai braccioli del divano sperando che i serpenti non riescano a raggiungere quelle piccole iguane che corrono verso il mare, è che sono state scelte soltanto le migliori scene, una risibile percentuale di girato tagliato in base a criteri, da un certo punto di vista, crudeli: la qualità immaginifica ed emozionale delle immagini. Una specie di Instagram della natura.

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È un giudizio negativo nei confronti di Planet Earth II? No. Le emozioni non sono regolabili, almeno non su una scala così stretta come quella a disposizione di una serie tv (perché di questo si tratta), e il messaggio educativo di un documentario – quando non palesemente alterato come nel caso di White Wilderness – è di estrema importanza, specialmente in questo segmento storico. Planet Earth II, i suoi produttori e i suoi registi e cameramen, e il quasi-centenario David Attenborough, non si sono limitati a seguire una tendenza: l’hanno capita, addomesticata, cavalcata e trasformata.

La qualità delle immagini e della loro giustapposizione in Planet Earth II – unita alla qualità della narrazione – sono probabilmente l’arma più forte per la creazione diffusa di una coscienza ambientalista mondiale. L’obiettivo che la serie sembra mirare – e se lo fa, riesce a raggiungere – è da un lato la conoscenza del mondo nella sua interezza – non abitiamo queste terre e questi mari  da soli, come specie, ma in condivisione, e naturalmente è una condivisione da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza – e dall’altro la creazione di un senso di meraviglia finalizzato alla stimolazione dell’etica. A Berlino chiesi a Florian Sicks, uno dei biologi del parco, quale fosse il senso di uno zoo oggi. Mi rispose: «Puoi salvare solo ciò che conosci».

 

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