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Nient’altro che la verità

Il Regno, e tutto il resto della produzione di Carrère, soprattutto quella in prima persona. Una lunga intervista con lo scrittore.

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È appena uscito in traduzione italiana Il Regno, il nuovo libro di Emmanuel Carrère. A settembre, quando è stato pubblicato in Francia, io ero a Parigi e mi disperavo. Non riuscivo a scrivere, amavo una donna con cui non ero felice. Leggevo ossessivamente con il fine non troppo nascosto di stordirmi. L’ho comprato subito e l’ho iniziato in un piccolo giardino vicino agli Invalides.

La prima parte è in prima persona. Parla di un periodo intorno ai trent’anni, in cui l’autore era a Parigi e si disperava. Non riusciva a scrivere, con la sua prima moglie non era felice. «Ci amavamo molto, ma ci amavamo male», scrive. «Facevamo l’amore ed era come annegare».

Queste pagine sono estremamente forti, perché il lettore si rende conto da subito che sono vere. Non che sono basate sull’esperienza autobiografica, come lo è un romanzo, ma proprio che sono reali in ogni dettaglio, senza pudori. È vergognoso mostrarsi rannicchiati e impauriti e vittimisti (come era lui, come ero io mentre lo leggevo), eppure Carrère lo fa senza esitazioni. Il lettore non ne è disgustato, ma attratto come dagli incidenti sull’altra corsia dell’autostrada.

Dal punto di vista della fede cristiana, l’infelicità è uno degli strumenti della grazia.

Carrère ricostruisce i suoi processi mentali, sbandiera i suoi vizi e le sue debolezze in un modo che sembrerebbe fastidioso ma che invece risulta paradossalmente accattivante. Lo spazio occupato dal suo ego sulla pagina è quello che accoglie il lettore. Più è grande, più ci si trova comodo. Ho annullato un appuntamento a pranzo per continuare a leggere.

Nella prima parte del Regno Carrère racconta che da quell’infelicità è uscito convertendosi al cattolicesimo. Ha battezzato i figli, costretto la moglie a risposarlo in chiesa, e ha passato un paio d’anni andando a messa tutti i giorni. Scriveva commenti evangelici con uno stile pomposo di cui oggi arrossisce e si sentiva intimamente depositario della verità.

Quelle pagine sono ricche di aneddoti esilaranti o imbarazzanti che ruotano tutti intorno al ribaltamento di valori che è al cuore del messaggio cristiano: gli ultimi saranno i primi, i poveri saranno ricchi, il mondo esterno è un’illusione passeggera dove regnano il dolore e l’ingiustizia. Ma tutto questo cambierà nel mondo vero, che non si vede né si tocca ma è eterno. Questo mondo vero è ciò che un predicatore ebreo di duemila anni fa chiamava il Regno. È facile capire come mai una promessa del genere facesse presa sui diseredati della periferia dell’impero romano, sugli schiavi, sui rivoltosi. È facile anche capire come mai ha fatto presa sul Carrère che aveva trent’anni ed era disperato.

L’avversario è il primo libro in cui Carrère usa la tecnica letteraria che da allora non mollerà più

Questa non è una psicologizzazione. Dal punto di vista della fede cristiana, l’infelicità è uno degli strumenti della grazia: una dimostrazione del fatto che la volontà individuale, imperfetta, umana, conduce alla sofferenza. Per sfuggirne occorre quindi negarla, abbandonarsi a una volontà superiore. È all’opera lo stesso ribaltamento di prima.

In un passo del libro Carrère chiama questo ribaltamento “la proposta di Calipso”. Calipso è la ninfa che si innamora di Ulisse e gli offre l’immortalità, una vita eterna da passare in spiaggia a scopare con una dea. Ulisse rifiuta. Perché? Perché l’immortalità non esiste. La vita vera purtroppo non è fatta solo di sesso in spiaggia. Per il pensiero classico la realtà è una fregatura, ma è la nostra fregatura, ed essere umani significa accettarla: Ulisse sceglie qualcosa di vero e imperfetto anziché qualcosa di splendido che non è di questo mondo. Il cristianesimo fa esattamente il contrario.

Anche la letteratura. Al termine della sua conversione – dopo, cioè, aver scelto lo splendido e falso anziché l’imperfetto vero, e essersi reso conto che non funzionava – Carrère scrive L’avversario. Aveva alle spalle vari romanzi, ma L’avversario è il primo libro in cui Carrère usa la tecnica letteraria che da allora non mollerà più: un passo romanzesco che racconta soltanto la verità. È anche il suo primo capolavoro.

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Vincenzo Latronico: Questa su Calipso è la prima domanda che ho fatto a Emmanuel Carrère quando l’ho visto a Torino in un pomeriggio alla fine dell’inverno. Eravamo al piano superiore della libreria Luxemburg, la vecchia scala di legno scricchiolava senza che nessuno ci salisse, ogni tanto dalla finestra si sentiva un ambulante suonare. Ho chiesto a Carrère se vedesse un parallelismo fra il fallimento della conversione e la decisione di scrivere libri fattuali, che parlano della realtà. Carrère ha detto di no.

Emmanuel Carrère: Non ci avevo pensato in questi termini! Vero, quel momento corrisponde all’abbandono della finzione, ma non significa che non sento che sia una strada per raggiungere la verità. Non credo che in generale la finzione sia dalla parte del falso, dell’impostura. Solo che per me, nel mio uso personale, sì. Solo con L’avversario ho avuto la sensazione di trovare la mia voce. Fra i libri che ho scritto prima ce ne sono in cui mi trovo bene, La settimana bianca e Baffi, sono dei bei romanzi brevi, mi piacciono. Però ho la sensazione che fosse una specie di adolescenza di scrittore. La maturità per me è venuta con l’uso della prima persona.

VL: L’avversario parla di Jean-Claude Romand, un uomo che ha mentito per anni a tutti i suoi cari e infine li ha uccisi quando stava per essere smascherato. Carrère lo ha contattato, lo ha frequentato in carcere, ci ha stretto legami. La vita come un romanzo russo parla di suo nonno materno, un aristocratico in fuga divenuto collaborazionista nella Francia occupata. Queste storie potevano essere scritte come reportage, o con l’io neutro del New Journalism. Carrère invece mette se stesso violentemente in primo piano, nelle vesti del testimone, del detective e della pietra di paragone interiore. È una scelta narcisista eppure Carrère rende chiaro che è anche una scelta morale. Dice di voler “fare chiarezza”, di “non voler nascondere niente”, sottolinea di voler includere nell’inquadratura “l’ombra del cameraman”, che è una bella metafora ma che ha anche qualcosa di minaccioso. Questa minaccia è fare la fine di Capote.

EC: La storia di Capote è terribile. Sono convinto che A sangue freddo gli abbia portato da una parte una gloria immensa e giustificata – è un capolavoro – ma che lo abbia anche distrutto. Da quel libro ha cancellato una cosa enorme: il fatto che dopo la carcerazione, per quattro o cinque anni, è stato la persone più importante nella vita dei suoi protagonisti. Che mentre ci stringeva amicizia, in cuor suo sperava che fossero uccisi. Questo lo ha distrutto, forse non in termini morali, ma di certo in termini emotivi, relazionali. Penso che il suo senso di colpa spieghi la parte della sua carriera che ha seguito A sangue freddo, che è stata un fallimento terribile. Anche se ha scritto bei reportage, nel complesso gli anni da allora alla sua morte sono una specie di naufragio.

«La gente dice di me, ah, che audacia, sputtanarsi così. Cos’è, perché dico che mi masturbo?»

E come si evita il naufragio?

Eh. La questione è sempre nella frase «Tutta la verità, nient’altro che la verità». Sono due parti diverse. Tutta la verità, no. Ma nient’altro che la verità, in effetti, sì. Nei miei libri non ci sono cose inventate, ma neppure fuorvianti, e penso che l’importante sia questo. Quando si scrive di sé si è padroni di ciò che si fa. Tutto quello che puoi dire di te stesso non è poi così problematico. La gente dice di me, ah, che audacia, sputtanarsi così. Cos’è, perché dico che mi masturbo? Non è complicato, e comunque ho sempre sentito che queste debolezze umane, queste cose che non giovano al mio amor proprio – be’, scriverle fa bene, a te stesso ma anche al lettore che si dice “Be’, allora succede anche a lui!”. Il problema è quando scriviamo degli altri. Mi viene in mente una cosa. Dopo la guerra d’Algeria, in Francia, un certo  Massu, un generale dei parà, è stato accusato di aver ordinato sistematicamente la tortura con l’elettroshock. Lui aveva risposto una cosa così brutalmente onesta da risultare atroce: «Be’, in fondo due scossette non hanno mai ucciso nessuno! Me le sono fatte dare anche io per capire l’effetto e vi garantisco che non è poi così terribile». Non capiva che il cuore della tortura è che non sappiamo quando finirà e che non dipende da noi. Anche nella specie di genere letterario che pratico il problema è questo.

 

Un altro problema della “specie di genere letterario” praticata da Carrère è che è molto esigente col suo pubblico. La cornice autobiografica è una procedura per avvicinarsi a una parte di realtà che Carrère si è proposto di spiegare al lettore. Questa spiegazione può essere complessa e lunga e rischia di essere noiosa. Limonov è una specie di bigino di storia del crollo dell’Unione Sovietica; lo stesso Carrère definirà Il Regno «visita turistica del Nuovo Testamento». Carrère non lo vede affatto come un problema. Anzi.

Negli ultimi anni mi sono reso conto che la pedagogia, che non passa per una virtù letteraria delle più nobili, è una cosa che mi interessa molto. Il libro deve essere utile. I lettori devono imparare qualche cosa ed essere consapevoli del valore di ciò che stanno imparando. Spesso questo pone difficoltà di tipo tecnico. A un certo punto di Limonov, ad esempio, parlo di Anna Achmatova. Io so bene chi è, alcuni dei miei lettori anche: ma non voglio che la mia scrittura si risolva in una chiacchierata fra gente che sa chi è Anna Achmatova. Eppure è difficile, perché non ho voglia – è anche una questione di eleganza letteraria – di fare note a piè di pagina o boxini di spiegazione, non sto facendo libri accademici. E quindi devo far passare nel libro abbastanza informazioni perché il lettore abbia la sensazione di aver sempre saputo a grandi linee chi era Anna Achmatova.

Negli ultimi anni mi sono reso conto che la pedagogia, che non passa per una virtù letteraria delle più nobili, mi interessa

L’apoteosi di questa tendenza, Carrère la raggiunge in Vite che non sono la mia. A un certo punto, per spiegare nel dettaglio la grandezza dei due giudici di cui parla, Carrère deve spiegare il ruolo delle richieste pregiudiziali alla Corte di Giustizia Europea nel diritto nazionale degli stati membri. Ci mette cinquanta pagine, e sono cinquanta pagine splendide, a metà strada fra un legal thriller e una voce dell’Encyclopédie. Mia madre ha lavorato alla Corte di Giustizia per vent’anni, e tutt’ora dice che solo leggendo quel brano ha sentito veramente di essere fiera di ciò che faceva.

È strano, è proprio scrivendo quel brano di Vite che non sono la mia che ho scoperto questo mio interesse per la pedagogia. A priori tutta la questione giuridica non mi interessava affatto. Però non volevo trattare il lavoro dei miei protagonisti come spesso si fa nei libri o nei film, come una specie di indicatore sociologico (“Fa l’architetto”, “fa l’avvocato”, è solo un modo di dare un’idea del livello sociale, dei redditi, del tipo di vita). In questo caso era cruciale dire cosa facevano esattamente, perché si appassionavano a ciò che facevano, e quindi l’ho dovuto capire anche io. È stato difficile, ma non è una difficoltà letteraria profonda, ontologica. È una difficoltà tecnica, e l’ho adorata. Sono brani che devi riscrivere dieci volte per non sacrificare la precisione. Se mi legge un giurista deve poterlo approvare. Però il lettore che non è giurista, persino quello che a priori se ne frega, deve arrivare ad appassionarsi. Ho provato una specie di fierezza nel farlo, a fare 40-50 pagine sul diritto rendendole interessanti da leggere. Ho scoperto che questa era una cosa che mi piaceva fare. È divulgazione, ma la divulgazione è una grande sfida letteraria.

L’opera di Carrère è stata spesso accostata all’autofiction, che è un termine che lo infastidisce e gli sembra una moda già passata. Eppure a me sembra che stia succedendo qualcosa, che questo flirt con la nonfiction è qualcosa che sta accadendo complessivamente alla letteratura di questo momento, uno slittamento di interesse forse determinato da altre cose che accadono su altri media. Carrère è scettico. Di Joan Didion pensa «tutto il bene possibile», ma non mi dice altro; Ben Lerner non lo ha letto anche se qualcuno glielo ha regalato. Se sta succedendo qualcosa di nuovo di cui è parte, sta succedendo in Francia, e con lui c’è Annie Ernaux.

Il suo è un caso interessante. Lei non fa autofiction, perché la finzione non c’entra. I suoi sono libri su di lei, sulla sua famiglia. Lei viene non dal proletariato ma diciamo dal mondo dominato, e tutta la sua opera parla di questo: il tentativo di scrivere dell’esperienza di chi non ha la parola per scrivere, di chi non ha accesso al discorso dominante. I suoi libri sono magnifici, sia autobiografie che autobiografie collettive. Ecco, Annie Ernaux l’ha trovata, la voce. Il suo Gli anni è uno dei grandi libri della letteratura francese. È una specie di autobiografia senza più prima persona, è una cosa nuovissima, le viene così naturale che non ti accorgi di quanto è innovativo.

Qualcosa di simile Carrère lo aveva detto di sé. Alla fine della sua lunga intervista sulla Paris Review diceva che gli sarebbe piaciuto arrivare a svuotare la prima persona, farla retrocedere fino a sparire. Quell’intervista è uscita un anno e mezzo fa – più o meno, ragiono, quando doveva avviarsi a concludere Il Regno. Gli faccio notare che la retrocessione dell’io sembra preludere logicamente all’assenza di persona – e cioè al narratore onnisciente del romanzo tradizionale.

Non è poi impossibile, non lo so. Ho la sensazione che si stia chiudendo qualcosa con questi cinque libri in prima persona, non sono certo che ce ne sarà un sesto. Ma non so cosa verrà dopo. Se mi fosse dato qualcosa che somiglia a un romanzo lo accoglierei con grande gioia, senza imbarazzo ideologico. Il romanzo è morto? Ma figurati! Io adoro i romanzi. Se non ne faccio non è perché non voglio, ma perché non posso.

Poi chiariamoci, non è che lo rimpiango. Con la prima persona ho sentito di aver avuto accesso a una voce autentica, è stata una vittoria. Ma ora ho la sensazione che dovrei arrivare ad altro, una cosa più spersonalizzata. Non so bene come dirlo perché non so ancora cosa sia. Diciamo che questa prima persona così presente, così invadente, forse dovrebbe cancellarsi un po’. Non so come fare, per ora è solo un fioretto, ma vorrei tirarmi un po’ indietro. Questo “io” l’ho agitato abbastanza, ora dovrei farlo riposare. Il problema è che non ci sono abbastanza persone grammaticali.

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