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Nate Silver, possiamo fidarci?

Ha iniziato col baseball ed è diventato famoso per aver previsto il fenomeno Obama: ritratto del sondaggista più ascoltato d'America nei giorni dell'incognita Trump.

Soltanto qualche giorno fa per Donald Trump la via per la Casa Bianca sembrava matematicamente sbarrata, salvo eventi straordinari che tutti continuavano comunque a escludere: la possibilità che il candidato repubblicano raggiungesse quota 270 grandi elettori – la garanzia di vittoria – s’aggiravano attorno al 10 per cento, il che significava che il restante, enormissimo 90 per cento era tutto di Hillary Clinton. Oggi, alla vigilia del voto, la strada impervia e impraticabile ha preso la forma di una dignitosa strada provinciale: percorrendola, Trump può arrivare fino alla Casa Bianca. Devono accadere eventi abbastanza straordinari, ma ecco: la via è praticabile. O almeno così sostengono i sondaggi.

Sondaggi, ovvero ansia, ossessione, panico. La regola base è non guardare le rilevazioni a livello nazionale ma avventurarsi in quelli Stato per Stato – gli Stati da guardare sono comunque ogni quattro anni più o meno gli stessi – ma per quanto possiamo spulciare risultati, incrociare analisi e soppesare commenti, non sono i numeri in sé a interessarci, ma il senso che diamo a questi numeri. Il mondo si divide in due parti: di là c’è chi tratta i sondaggi come la fotografia di un preciso momento, un’immagine che cambia dopo un attimo per passare a un’altra foto: mettendo in fila tutti gli scatti, si avrà il quadro intero, completo. Alla fine. Di qui – dove siamo più o meno tutti – c’è chi guarda i sondaggi come a una proiezione, succede adesso ma è ovvio che dice qualcosa sul futuro. Non ci si accontenta di ingerire così tanti numeri ogni giorno – ormai ogni ora – soltanto per osservare una polaroid. Così come non ci si accontenta di guardare i sondaggi uno per uno, ma ci si affida a chi mette i numeri in una formula e restituisce un numero unico, comprensibilissimo, e necessariamente profetico. Nate Silver sta di qui, con noi, e questo spiega perché il ragazzo prodigio del cosiddetto “data journalism” è così seguito, citato, rituittato: non è soltanto un nerd dei numeri, è un intrattenitore, uno che vinceva le gare di discorsi in pubblico al liceo e si allenava ripetendo numeri e dettagli precisissimi, uno che sa parlare e spiegare, e non sbaglia quasi mai. Soprattutto Silver dice: tutte le rilevazioni del tipo se-si-votasse-oggi-le-cose-andrebbero-così sono «senza senso». Non si vota oggi. L’obiettivo è un altro, è dire oggi che cosa accadrà domani: prevedere il futuro è il business di Nate Silver.

AWXII - Day 1

Classe 1978, nato nel Michigan, una passione per il baseball sin da piccolo, e per il “fantabaseball” da più grande, giocatore di poker (ha fatto molti soldi con il gioco), inquieto ideatore di giochini statistici come uno sul rating dei ristoranti messicani, per un breve periodo annoiato consulente presso la Kpmg, Silver è diventato un fenomeno quando ha deciso di applicare il modello che utilizzava per prevedere l’esito delle partite di baseball – ne inventò uno suo, si chiama Pecota – alla politica. Il suo primo attimo di celebrità riguarda Hillary Clinton. Primarie combattute (e dolorose) del 2008, tutti i sondaggi dicevano che la Clinton avrebbe battuto il senatore dell’Illinois Barack Obama in Indiana con un vantaggio di 5 punti percentuali e che avrebbe ridotto lo scarto in North Carolina di otto punti. C’era soltanto un esperto che non era d’accordo: si chiamava Poblano e sosteneva che la Clinton avrebbe vinto in Indiana al massimo di due punti percentuali e che in North Carolina Obama era avanti di 17 punti percentuali. Finì così: Hillary vinse l’Indiana per un punto percentuale e perse la North Carolina con uno scarto del 15 per cento. A quel punto, nello scorno usuale per aver sbagliato la previsione, tutti si interrogarono sull’identità di questo Poblano, il quale provò per qualche mese a restare anonimo e infine svelò il proprio nome. Nate Silver suonava nuovo a tutti tranne che agli appassionati – anzi, no, appassionati non è sufficiente: agli ossessionati – che conoscevano e consultavano Baseball Prospectus, una pubblicazione monstre che nel settore ha la fama di essere «assolutamente rigorosa, occasionalmente arrogante, quasi sempre corretta».

Che il modello applicato al baseball potesse funzionare in politica non era affatto detto: come dicono gli esperti, le statistiche sul baseball sono certe, “un hit è un hit”. Con i sondaggi questa certezza non c’è, sì non è sempre sì, a volte è “forse”, a volte “non lo so”, a volte “sì, ma posso cambiare idea”, altre “sì, basta che non mi telefoni mai più”. In altre parole – ha scritto il New York Magazine in un ritratto che dedicò qualche anno fa a Silver – «i sondaggi elettorali sono, al meglio, un’educata intuizione. Ma se c’è una cosa che Silver ama fare è proprio rivelare le sue educate intuizioni». Che in questi anni sono diventate leggenda, perché in quel 2008 Nate Silver indovinò il vincitore alle presidenziali (Obama contro John McCain) facendo calcoli corretti in 50 Stati, mentre nel 2012 (Obama contro Mitt Romeny) raggiunse un record, prevedendo il risultato in 51 Stati su 51. È così che ci siamo convinti che lui sia l’unico ad averla davvero, la sfera di cristallo. Il suo sito, FiveThirtyEight, 538, che è il numero totale dei grandi elettori in palio alle elezioni (che è pari alla somma dei deputati e dei senatori americani), è stato prima il diamante del New York Times e ora è quello, popolarissimo, di Espn – fuori dalle stagioni elettorali, continua a occuparsi anche di sport.

«Piuttosto che pubblicare un pessimo sondaggio non sarebbe meglio non farne nessuno?»

Il segreto di Silver? In un’intervista che rilasciò qualche tempo fa a Out, quando da Chicago si era trasferito a New York, Silver fece un paragone tra sé e Jiro Ono, il leggendario cuoco giapponese protagonista del documentario Jiro Dreams of Sushi. «Il film parla di questo signore che fa il sushi forse più buono del mondo» – spiegò Silver – «e tu continui a chiederti: qual è il segreto? Il segreto è la dedizione, dal riso al pesce al modo in cui i clienti sono seduti all’ordine con cui i piatti vengono presentati. Semplicemente dedizione per ogni piccolo aspetto e ogni piccola cosa». Pesci o numeri, insomma, tutto per Silver si sintetizza nel metodo e nel perfezionismo. Il suo metodo, che ha rivoluzionato il modo di guardare i sondaggi, prevede in sostanza due elementi fondamentali: l’analisi dei “demographics”, dei gruppi di elettori, giovani, anziani, bianchi, neri, con il presupposto che in ogni Stato ogni gruppo voti più o meno allo stesso modo; la media ponderata dei sondaggi locali, dando più peso alle rilevazioni che si sono conquistate nel tempo una maggiore credibilità (cosa che il grande e seguitissimo aggregatore di statistiche elettorali RealClearPolitics non fa).

È così che Silver ha estremizzato il suo perfezionismo e sbaragliato la concorrenza, ma se pensate che questo quasi quarantenne elabori numeri con leggerezza, come uno dei tanti nerd diventati ricchi e famosi che ostentano ancora uno spirito spensierato da garage, vi sbagliate. Fin dal primo giorno ha litigato molto, Silver: come tutti i disruptor, anche lui non era ben visto nel business dei sondaggisti. Così ancora nel 2011 scrisse un post sul sito liberal Daily Kos (Silver si è sempre dichiarato superobamiano, anche se dice che quando lavora sa ponderare anche il “wishful thinking”) chiedendo: «Piuttosto che pubblicare un pessimo sondaggio non sarebbe meglio non farne nessuno?» (l’assenza di sondaggi: non sappiamo più se augurarcela). Silver ce l’aveva in particolare con l’American Research Group (Arg), «che ha la fama di tirare fuori sondaggi completamente diversi dagli altri, che sono quasi sempre sbagliati». Il capo di Arg, Dick Bennett, non la prese bene, scrisse che «Nate Silver sbaglia di nuovo», ironizzando sulla sicumera del ragazzino e sullo slogan saccente di FiveThirtyEight, «proiezioni elettorali fatte giuste». Dopo qualche mese, alla fine delle primarie del 2012, Silver scrisse una lettera aperta a Bennett: »È stata una campagna delle primarie molto combattuta. Entrambi abbiamo avuto la nostra quota di successo ed entrambi abbiamo fatto degli errori. Certo, tu ne hai fatti più di me», e seguiva un corposo elenco. Ancora oggi Nate Silver battibecca con molti, con una sicumera baldanzosa – «occasionalmente arrogante» appunto – che getta gli utenti nel disperato dubbio tra certezza statistica e buon senso: nessuno può prevedere il futuro, dai.

US-VOTE-ELECTION

Altrimenti non si spiegherebbe l’errore gigantesco che anche Silver ha commesso, e il fatto che fosse in grande compagnia non lo deresponsabilizza. Non ha previsto l’ascesa di Donald Trump alle primarie, ha continuato per molto tempo a dire che il tycoon dei reality show non aveva i numeri per arrivare alla nomination. Quando poi Trump è stato nominato, Silver ha fatto ammenda e in un interminabile post ha spiegato perché il fenomeno Trump non era stato compreso, dando argomenti a tutta una seria di commentatori che balbettavano quanto e più di lui (c’entra il voto non previsto di molti maschi bianchi).

Un errore non basta a travolgere una carriera tanto scintillante, ma la sfera di cristallo ne è uscita ammaccata. Oggi tutti dicono che, dopo la scottatura, Silver sia diventato il più cauto di tutti gli oracoli, per cui se lui dice che Hillary vince al 90 per cento – e lo ha detto a lungo – sicuramente ha preso in considerazione tutte le eventualità. Ora che questa percentuale è scesa al 60 per cento, ora che anche Silver, che aveva pubblicato mappe definitive sull’impossibilità di Trump di arrivare a quota 270 (le più belle, che conserveremo comunque vada, sono quelle sul voto femminile. Se votassero solo le donne, Trump non solo non andrebbe mai alla Casa Bianca, ma perderebbe anche Stati rigorosamente repubblicani), inizia a spiegare quali sono le vie della vittoria di Trump, l’ansia dei clintoniani s’alterna al panico. Siamo ormai tutti esperti di grandi elettori e demographics del New Hampshire e della Pennsylvania, sappiamo che gli afroamericani stanno rallentando nel loro entusiasmo per Hillary e non hanno partecipato granché all’“early voting”, ci fidiamo delle donne ma dubitiamo dei Millennials pigri e sdraiati, e intanto continuiamo a sperare che la sfera di cristallo sia ancora funzionante, che quando Silver si fa profeta non possa sbagliare, non di tanto almeno. Prevedere il futuro, ecco: davvero siamo arrivati a questo punto? Bennett, quello di Arg che ha una vendetta ancora da gustare, lo dice da sempre: «Il lavoro di Silver è diverso da quello dei sondaggisti, c’è un mercato per lui. C’è anche una signora là in fondo alla strada che legge il palmo delle mani».

 

Immagini Getty Images.
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