Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Il Mito messo a nudo

Che succede quando una star musicale gira un film sulla sua vita privata? Spesso non è così male: lo spiega Katy Perry

Data la natura del pezzo che mi accingo a scrivere, al fine di non perdere completamente la faccia verso voi affezionati lettori, cominciamo con un’annotazione colta. Nel film De Rouille et D’Os di Jacques Audiard, presentato con successo di critica all’ultimo Festival di Cannes, una delle sequenza chiave del film ha come colonna sonora Fireworks, una delle più note canzoni di Katy Perry. Immagino che se anche voi avete accesso a una radio, a una televisione o a una connessione internet, la conosciate. Ora, visto che il film non è ancora arrivato nelle nostre sale, non vi anticipo nulla, ma si tratta di un momento altissimo di cinema in cui uno dei protagonisti del film compie un passo avanti nella sua storia personale. Il momento è toccante, alto, quanto più la canzone è pop o, se vogliamo, bassa. Le facili emozioni convogliate dal ritornellone della Perry, tutto archi e voce a salire, si presta particolarmente bene a svelarci la bellezza in una storia che ha a che fare con le sofferenze di due anime perse. Audiard è bravo a usare le sue colonne sonore.

Il film inizia con uno sguardo esterno, impersonale, mostrandoci sulle note di un brano di Bon Iver una spiaggia desolata e un genitore in fuga alle prese con la sua sopravvivenza e quella di suo figlio. Poi, a un certo punto, quando il punto di vista si fa personale, ci si rifugia nella facilità di una Katy Perry per comunicarci la riscossa di una donna che si credeva finita. La scelta non è casuale (quando vedrete il film, scoprirete perché), ma è quantomai azzeccata. Chi scrive è (quasi) del tutto convinto che nella cultura pop non ci debba essere distinzione tra, ad esempio, un Bon Iver e una Katy Perry, ma è anche vero che certi prodotti culturali si riferiscono a una certa fascia di pubblico. Chi guarda i film di Jacques Audiard è molto probabile abbia a casa il vinile di Bon Iver e che snobbi contemporaneamente la produzione di Katy Perry, subendola però poi solo attraverso i canali cui facevo riferimento precedentemente: radio, televisioni musicali, pubblicità o internet. In qualche modo fatico a immaginarmi Audiard stesso preso dalla scrittura del suo film mentre ascolta Fireworks, ma le cose sono poi andate in questo modo e l’effetto è strabiliante. Tutto questo per dire che 1) sono una personcina a modo che guarda i film di Audiard alle rassegne di Cannes a Milano e 2) il documentario Katy Perry: Part of Me è una delle cose più interessanti al momento al cinema.

Certo, non ci si può basare solo su un così basso numero di recensioni, ma mentre scrivo Katy Perry: Part of Me totalizza un bel 100% su Rotten Tomatoes a fronte di sette recensioni. L’Hollywood Reporter, il Montreal Film Journal, Total Film, HitFix, Brain Ordorf, FILMINK e il Sidney Morning Herald sono tutti convinti che il titolo in questione sia un capolavoro da massimo dei voti. Come dicevo, si tratta di poche recensioni e di nomi in alcuni casi non proprio notissimi, ma è innegabile che la media sia sconvolgente.

Ma cos’è Katy Perry: Part of Me? Si tratta di un documentario diretto dalla coppia Dan Cutforth e Jane Lipsitz che racconta la storia della cantante americana, dai suoi esordi come cantante gospel timorata di Dio, fino allo status attuale di superstar mondiale. Gran parte del film si concentra poi sulla sua vita personale durante il lungo California Dream Tour, cominciato il febbraio del 2011 e terminato il gennaio dell’anno successivo. C’è spazio ovviamente anche per il gossip con la separazione dal neo marito Russel Brand, straordinario comico inglese con cui la nostra s’è sposata nell’ottobre del 2010 per poi essere scaricata per “inconciliabili differenze”. Pare che Brand avesse chiesto alla ex moglie di omettere le parti riguardanti la loro storia nel film, ma non c’è stato verso di farle cambiare idea.

E qui arriviamo al punto più interessante. Katy Perry: Part of Me è un documentario su una cantante e superstar mondiale che sembra avere l’ossessione per la verità. Il mondo delle varie Katy Perry, Lady Gaga, Rhianna e affini sembra non avere, per noi comuni mortali, nessun appiglio con quello che viviamo noi. A partire dalla loro musica incredibilmente non suonata (si fa fatica il più delle volte a distinguere o a capire quale strumento stia producendo quelle note), questi personaggi hanno tutte le caratteristiche del personaggio di finzione. Un’entità quasi ultraterrena, un personaggio da fumetto o da cartone animato che sembra non abitare il nostro stesso pianeta. In questo sono stati particolarmente avanguardistici i giapponesi che per primi hanno immaginato e realizzato Hatsune Miku, la prima pop star in ologramma, ovvero del tutto inesistente. Allo stesso modo è stato azzeccato il corollario estetico della Perry che, dal primo video del suo ultimo disco (Teenage Dream, quello portato in tour nel film) ha optato per un immaginario a metà strada tra un cartone animato e un incubo psichedelico (dove uccide degli orsetti gommosi sparando panna dalle tette). Questo totale distacco dalla realtà, il suo essere fondamentalmente inesistente sul nostro piano del reale, è la scintilla che ha fatto scaturire la necessita di un documentario come Katy Perry: Part of Me.

Come già Justin Bibier prima di lei in Justin Bibier: Never Say Never (e non è un caso che i registi del film della Perry abbiano messo mano come produttori al film di Bibier), questi bizzarri personaggi decidono di mostrare al loro pubblico un piccolo pezzo della loro vita normale. Cantanti che siamo abituati a percepire come alieni che si sporcano le mani con la realtà e decidono di mostrarci il dietro le quinte dei loro spettacoli e della loro vita. Ma com’è la loro realtà? Anni fa, dopo Alì, il biopic di Michael Mann dedicato al famoso pugile, ci fu una piccola rivoluzione all’interno dei film biografici. Il lato più interessante di Alì era l’idea di mostrare il lato nascosto del Mito, le sue zone d’ombra, le sue debolezze. C’è stata poi la lunga stagione dei biopic musicali (Quando l’Amore Brucia l’Animadedicato alla vita di Johnny Cash o Ray su Ray Charles) in cui si sono seguite quelle indicazioni. Lo scopo era sempre quello di rendere più reale e avvicinabile il Mito, mostrandolo nei suoi fallimenti. La realtà, in alcuni casi, è un perfetto antidoto al processo di beatificazione di qualsivoglia personaggio.

Ma, allo stesso tempo, rendendo più umano un Mito lo si eleva ancora di più. Vedere Ray Charles che si fa le pere ce lo rende più reale, più comprensibile ma è una notizia che serve anche ad accrescere la sua aneddotica e il suo status di intoccabile. In questo caso però, il processo è differente: nel momento in cui l’oggetto del documentario è produttore dello stesso, ovviamente si evita di mettere in luce troppi aspetti negativi. Il gioco sta dunque nel creare una realtà alternativa fatta solo di trionfi e successi, in cui anche gli aspetti più discutibili della vita personale vengono girati a proprio favore. E pensare che un tempo i cantanti al cinema per diventare più tangibili e più avvicinabili si prestano a recitare in film di fiction dove smettevano i loro panni di cantanti per fare tutt’altro. Ora la loro massima realizzazione sta nel prodursi un documentario in cui si vede quanto sono buoni e quanto il loro successo sia d’ispirazione per i giovani di tutto il mondo.

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg