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I presidenti della Repubblica del pallone

Sì, certo, le riforme, ma Sergio Mattarella è innanzitutto un arbitro, nel senso calcistico del termine. E non è l'unico tifoso (non si sa di che squadra) al Quirinale: Ciampi e il suo Livorno, le picconate sportive di Cossiga, lo juventino Einaudi.

Ciò che tiene in sospeso l’Italia, ora che ha un presidente della Repubblica nuovo, forse non è il percorso delle riforme né il profilo istituzionale di chi sarà a capo dello Stato per i prossimi sette anni. È una domanda emersa appena l’elezione di Mattarella è diventata certa: per chi tifa? Il quesito banale è in realtà la più potente metafora per un Paese con il pallone al centro dei pensieri anche in un periodo di calcistico declino (che poi non è differente, appunto, dal periodo del paese stesso) e che attraverso il calcio spiega quasi tutto, e a esso lega le immagini più forti di ogni ricordo. È il paese in cui anche un banale sondaggio sul ricordo che si ha di Pertini avrebbe un esito scontato: è il presidente in piedi che esulta nell’82 a Madrid, è quello del «non ci prendono più» al gol di Altobelli, è quello della partita a scopone in aereo con Zoff, Causio e Bearzot e con la Coppa del Mondo sul tavolo.

Mattarella è il presidente della Repubblica del pallone, quella in cui 22 milioni di persone (il 48,5 per cento della popolazione censita nell’indagine demoscopica della Figc) si dichiarano tifosi di calcio. E dunque prima o poi dovrà svelare la sua passione, anche se uno che pronuncia solo diciassette parole appena eletto difficilmente lo farà. Del Palermo, perché di Palermo, e dell’Inter, perché boh. Così dicono, perché a questo punto per conoscere l’origine del suo doppiofedismo è toccato affidarsi a chi lo conosce. Dice il fratello Antonino che «è tifoso prima di tutto del Palermo, e poi dell’Inter. Se giocano contro forse tifa un pari», fermando le prime ricostruzioni di una passione che dicevano più tendente al nerazzurro. Avere un presidente dalla propria parte fa gola e dunque il Palermo lo ha subito invitato allo stadio mentre a Gioiosa Marea (in provincia di Messina) lo hanno già tesserato all’Inter Club.

Pierluigi Castagnetti, suo amico storico, ha anche aggiunto di più, raccontando una passione sconosciuta: di quando Mattarella aveva di fronte Leopoldo Elia, ed entrambi elencavano le formazioni di calcio storiche: «Per la verità Leopoldo lo batteva quasi sempre, però Sergio gli teneva testa. Gli potevi chiedere la formazione della Pro Vercelli del ’38 e lui te la diceva. Non so come facesse, elencava i calciatori a memoria». Raccontano di una passione non esercitata: era Piersanti, il fratello ucciso dalla mafia, lo sportivo di famiglia. E dicono che a Sergio toccasse fare l’arbitro, come da metafora nel giorno dell’apertura del settennato, quando ha chiesto lealtà ai giocatori.

Era Piersanti, il fratello ucciso dalla mafia, lo sportivo di famiglia. E dicono che a Sergio toccasse fare l’arbitro, come da metafora nel giorno dell’apertura del settennato, quando ha chiesto lealtà ai giocatori.

Mattarella è il dodicesimo presidente. Quelli di prima fanno giusto una formazione di calcio, schierabile con un comodo 4-4-2 perché poi il capo di Stato è racchiuso nel suo muoversi classico. In porta c’è Enrico De Nicola, perché il primo anche in ordine di numero e perché è quello di cui si sa meno, parlando di legami con il pallone, anche per questioni di lontananza temporale. E quando si fanno le squadre per strada, chi è meno conosciuto sta tra i pali, sperando che non faccia troppi errori.

A destra della difesa, sperando di renderlo inoffensivo, c’è Giovanni Gronchi, perché le stesse ragioni di lontananza dal suo incarico non rendono disponibili molti ricordi, ma a sinistra dove c’era il vecchio fluidificante c’è Luigi Einaudi (colui che inaugurò l’Olimpico di Roma presenziando a quell’Italia-Ungheria del 1953) al quale è attribuita la frase: «Tutti nasciamo spontaneamente virtuosi, intelligenti, liberali e juventini. Taluni, poi, crescendo si corrompono e diventano imbecilli, interisti o milanisti». Dunque, può spingere e crossare. Almeno a parole.

Difensori centrali sono Ciampi e Scalfaro. Calzo Azeglio Ciampi perché ha lo sguardo romantico del libero di una volta nell’ augurio che fece al suo Livorno quando la squadra compì novant’anni, chiedendo di tornare allo spirito di Villa Chayes, l’antico stadio come un richiamo alla fanciullezza del pallone. Lo disse dall’India: «Tornare allo spirito di Villa Chayes. Dico solamente questo ai livornesi: tornare allo spirito di quando la Unione Sportiva Livorno giocava nel vecchio campo sportivo, prima che lo sport diventasse così diffuso da creare la necessità di avere uno stadio vero e proprio». Anche dal Quirinale il Livorno ha sentito il tifo (alcune volte pure portato sin dentro lo stadio, nonostante il ruolo). A dir la verità qualcosa in più ha sentito Amelia, nel 2004: Ciampi premiava la squadra di calcio medagliata alle Olimpiadi di Atene, prese in disparte il portiere amaranto e, riferendosi alla rete annullata a Protti in Livorno-Atalanta (1-1) di qualche giorno prima, un po’ si sfogò: «Quel gol era buono». E poi il libero è un po’ visionario, e Ciampi fu soprattutto profetico quando si scagliò contro la falsa illusione delle Tv nel pallone: «I danari dei diritti televisivi rischiano di essere una droga che uccide il calcio italiano», disse prima che partisse la spedizione italiana ad Atene 2004. E parlava di investimenti nei vivai, rigenerazione morale, della necessità di una prospettiva economica sul lungo periodo che sono, in fondo, i temi del dibattito attuale, a calcio italiano già sprofondato.

Oscar Luigi Scalfaro, invece, sta lì come uno stopper, pronto a spazzare. Come fece quando sgridò il pallone e i suoi danari. Per i cent’anni della Federcalcio si lanciò in un affondo: «Il mercato dei giocatori resta ancora una cosa assolutamente eccessiva su cui meditare, evitando condanne urlate. Occorre ricondurlo verso un piano che abbia un senso di logica e non risulti scandalizzante davanti alla gente», scatenando la reazione di Matarrese che in pratica gli chiese di restare al suo posto, lontano dai campi. L’irruzione più potente, proprio come uno stopper, di Scalfaro nel calcio non c’entrava, in realtà, con il calcio stesso: fu per il discorso del «non ci sto», a reti unificate la sera del 3 novembre 1993, che portò anche all’interruzione della diretta di Cagliari-Trabzonspor di Coppa Uefa. A centrocampo l’esterno destro è Giorgio Napolitano, che ha potuto usare la fantasia grazie ai successi del pallone: colui che fece irruzione nello spogliatoio dell’Italia nella notte di Berlino del 2006 e strinse la Coppa tra le mani con bagni «di sudore e di aranciata» compresi.

Ci provò negli Europei del 2012, andando a trovare la squadra dopo la partita d’esordio con la Spagna, ricavando sorrisi imbarazzati e la maglia di Buffon. Napolitano da esterno può essere quello che mantiene l’ordine, perché non è mai uscito dal ruolo istituzionale quando ha randellato razzismo nel pallone e violenza negli stadi, ma anche capace di accelerazioni, come quando si scagliò contro Totti, nel tristemente celebre calcio a Balotelli nella finale di Coppa Italia: «Una cosa inconsulta», disse a margine di un incontro al Quirinale.

Mediano sta bene Giuseppe Saragat, perché quello è un ruolo concreto: senza esporsi molto vinse un trofeo giocato in casa. Erano gli Europei del 1968, l’Italia ce la fece alla seconda finale con la Jugoslavia (la prima era finita 1-1 dopo i supplementari: si rigiocò due giorni dopo). Fu lui, infatti, ad accogliere Riva, Facchetti e gli altri campioni d’Europa per premiarli. E anche i vicecampioni del Mondo del 1970, con tanto di voce ironica del cinegiornale Luce.

Il dieci, il regista, nemmeno a dirlo, è Sandro Pertini, che oltre al Mundial e alla sua epica, fu anche il presidente della Repubblica che fece arrivare Zico all’Udinese e Cerezo alla Roma (per effetto di Zico). Quando l’Udinese, nel 1983, annunciò l’arrivo del Pelè bianco quasi nessuno ci credeva e a un certo punto nessuno lo voleva: Federico Sordillo, presidente della Figc urlò un «basta follie, basta stranieri» perentorio, voleva chiudere le frontiere, bocciò i contratti tanto di Zico quanto di Cerezo, mentre Luciano Lama, da segretario della Cgil, fu durissimo con Lamberto Mazza, presidente dell’Udinese: «Spende sei miliardi per Zico e la Zanussi, di cui è presidente, mette in cassa integrazione migliaia di operai». E mentre i tifosi friulani manifestavano scandendo “O Zico, o Austria”, a Pertini bastò una battuta fuori dal Quirinale («Mi piacerebbe veder giocare Zico e Cerezo in Italia: sono due grandi campioni») per sbloccare la vicenda e rendere tutto possibile. Da giovane tifava per il Genoa, poi scelse l’Italia. E così continuò.

Il dieci, il regista, nemmeno a dirlo, è Sandro Pertini, che oltre al Mundial e alla sua epica, fu anche il presidente della Repubblica che fece arrivare Zico all’Udinese e Cerezo alla Roma.

Esterno sinistro Giovanni Leone, tifoso del Napoli con simpatie per la Lazio (perché a Roma accompagnava spesso i figli a vedere i biancocelesti, con i quali a volte si allenava il giovane Giancarlo). Di lui raccontano una frase del 15 giugno 1978: Andreotti (all’epoca capo del governo) andò a trovarlo con Zaccagnini per convincerlo a dimettersi con qualche mese d’anticipo (per non perdere l’appoggio del Pci, con il quale Leone era andato allo scontro) e in quella risposta ancora una volta furono chiare le priorità della Repubblica del pallone. Il presidente della Repubblica decise che sì, d’accordo, dimissioni. E congedò i due senza rancore: «Grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i Mondiali di calcio in santa pace». Come un esterno sinistro che a volte non vuole rogne, altre è pronto a inventare anche una frase per sbolognare gli ospiti indesiderati.

In prima linea, tra gli attaccanti: Antonio Segni, presidente onorario della Torres e stretto in tribuna, per citare una partita e un pezzo di storia, con l’allora presidente della Sardegna Efisio Corrias all’Acquedotto di Sassari per un Torres-Cagliari del 4 marzo 1962, quando di fronte si trovarono Marzio Lepri, capitano della Torres e Umberto Serradimigni, capitano del Cagliari, tra loro cognati perché sposati con le due figlie di Tonino Maccari, presidente dei sassaresi. Essere nel posto giusto è quello che a una punta si chiede.

Oppure si chiede il colpo a sorpresa, e quindi tocca a Francesco Cossiga. Juventino (ma in Spagna tifava per il Barcellona, in Germania per il Bayern, in Scozia per il Celtic), socio numero uno dell’Associazione Juventus Club Parlamento “Giovanni Agnelli” e picconatore anche dopo il suo mandato presidenziale. In piena Calciopoli scrisse a Franco Carraro, Diego Della Valle e Claudio Lotito questa lettera: «Caro Franco, caro Diego, caro Claudio, non dovete preoccuparvi: la giustizia sportiva è una buffonata. Vi ho visti tutti infervorati a difendervi di fronte a questa ridicola pseudo-corte federale di giustizia sportiva dalle accuse di un certo esagitato signor Palazzi che crede forse di essere sul serio un magistrato. Ma non dovete preoccuparvi: la giustizia sportiva è una buffonata e io presenterò un disegno di legge in Senato perchè essa venga statalizzata attribuendone la competenza a sezioni speciali dei giudici amministrativi. Per il resto, se date retta a me li mandate tutti a fare in culo».

Andò anche allo scontro con Guido Rossi, all’epoca commissario della Figc. È però curioso il racconto di Manlio Brigaglia, suo ex compagno di banco a scuola, sul perché Cossiga diventò juventino: «Francesco prese gli orecchioni. Per alleggerirgli la lunga convalescenza, Paolo Mancaleoni gli regalò un album con cinque intere annate del “Calcio illustrato” e rilegate, una rivista in offset, tutta fotografie e, in più la mitica “Partita disegnata” di Silva. Era il 1938, la Juve navigava vicino alla retrocessione: ma le 5 annate corrispondevano alla prima metà degli anni Trenta, in cui la Juventus di “Farfallino Borel” aveva vinto 5 scudetti di fila. Così, quasi per contagio siamo diventati tifosi bianconeri». A formazione fatta resta il dubbio di Mattarella. Ma intanto c’è già stata Inter-Palermo e non sappiamo per chi abbia tifato. Il fratello dice per un pari. Da democristiano, appunto.
 

Nell’immagine in evidenza: Sandro Pertini durante la finale dei Mondiali di calcio del 1982.

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