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08:49 mercoledì 5 agosto 2026
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il ristorante Trippa ha tolto dal menù i suoi due piatti più celebri perché troppe persone prendevano solo quelli per fotografarli L'ha spiegato lo chef Diego Rossi, per provare a sfuggire alle tendenze dettate da Instagram anche sulla ristorazione.
Il Pentagono ha improvvisamente cambiato il modo in cui conta i morti e i feriti nella guerra in Iran Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Fred Again ha passato 50 ore consecutive in livestream su YouTube per completare il suo nuovo mixtape Lo ha fatto insieme al collettivo LATIN MAFIA, registrato tutto a Città del Messico e intitolato (didascalicamente ma efficacemente) 9 months & 50 hours.
I Massive Attack sono stati banditi a vita da Singapore dopo aver esposto la bandiera della Palestina durante un concerto Prima di essere espulsi hanno subìto perquisizioni e il sequestro dei passaporti. «Un'esperienza surreale», l'ha definita la band.
La crisi climatica sta causando un nuovo tipo di gentrificazione e stavolta la vittima non sarà la città ma la provincia Lo dimostra una ricerca della Universitat Autònoma de Barcelona: aree con più verde, meno popolate e lontane dal centro stanno diventando le più appetibili. E costose.
L’unica pasticceria al mondo che ha il permesso dello Studio Ghibli per fare dolcetti di Totoro è quella della cognata di Hayao Miyazaki Si chiama Shiro-Hige’s Cream Puff Factory e ne produce pochissimi alla volta: accaparrarseli è difficile quasi come riuscire a visitare il Ghibli Park.

Haaretz, il New Yorker, un prefisso

12 Giugno 2011

Di che cosa stiamo parlando. Qualche tempo fa il New Yorker ha pubblicato un ampio pezzo del direttore David Remnick, che in soldoni era un reportage tra la redazione di Haaretz, quotidiano israeliano che “si vanta di essere la coscienza di Israele,” ma forse non ha un futuro. Il pezzo è stato tradotto e ripubblicato in Italia da Internazionale nel numero del 13/19 maggio con il titolo “La Coscienza di Israele”. Dunque, Internazionale ripubblica il New Yorker che scrive di Haaretz e adesso ci troviamo a parlarvene su Studio. Il rischio di un’overdose di meta-giornalismo è alto. Ma il fatto è che tutta la vicenda ci offre lo spunto per parlare di una cosa di cui volevamo parlare già da un po’ di tempo: ovvero dove sta andando l’informazione israeliana. Anche se, senza nulla togliere ai mosti sacri del New Yorker e all’ottima scelta fatta da Internazionle, chi scrive potrebbe avere una prospettiva un tantino diversa. Procediamo per gradi.

Che cosa è Haaretz. Storico quotidiano della sinistra pacifista, che oggi raccoglie meno del 6,5 per cento dei lettori israeliani, è insieme il quotidiano più odiato in patria e più rispettato all’estero. Remnick lo definisce, in breve, “il quotidiano più progressista di Israele e senza dubbio la più influente istituzione di sinistra in un paese che negli ultimi dieci anni si è spostato inesorabilmente a destra.” Ci scrivono vecchi mostri sacri del giornalismo impegnato, come Gideon Levy, che da decenni si scaglia con i suoi editoriali contro l’occupazione dei Territori palestinesi, o Amira Hass, che manda le sue cronache impietose, zeppe di denuncia, da Ramallah, che lei definisce un “bantustan.” Una che ti tiene a dire che “la mia tribù sono quelli di sinistra, non i sionisti liberali come David Grossman che si svegliano sempre troppo tardi.” (E Grossman è uno di quelli che vanno avanti a dire che l’occupazione dal volto umano non è possibile).
Ma Haaretz, nella sua edizione in inglese, che ha sia un quotidiano cartaceo sia un sito internet molto visitato, è anche forse una delle fonti di informazioni più prestigiose dell’intero Medio Oriente. Nel suo pezzo Remnick cita David Makovsky, l’ex corrispondente diplomatico di Haaretz che oggi vive a Washington come esperto di politica, e che racconta: “Quando vado nel mondo arabo, la prima cosa che mi chiede ogni ministro degli Esteri è: ‘Ha visto Haaretzstamattina?’ È da lì che arrivano tutte le notizie su Israele.”

Il problema. Come evidenzia l’emorragia di vendite, e come spiega allo stesso Remnick Nahum Barnea, uno dei più influenti commentatori israeliani, Haaretz ha “perso i contatti con l’opinione pubblica.” Anzi, sotto alcuni aspetti il quotidiano sembra avere perso i contatti con il Paese tout court, se è vero che la stessa Amira Hass, quando torna a Tel Aviv, si limita alle visite a medico e dentista e dice di “sentirsi come un’aliena.” E la tendenza non farà che aumentare, come sottolinea un altro storico commentatore, Shmuel Rosner (né lui né Barnea scrivono su Haaretz, per la cronaca). Perché “le nuove generazioni non sono interessate” a un prodotto del genere.

La domanda. Ora, posto che nessuno nega che in Israele esista una preoccupante deriva verso la destra nazionalista, siamo sicuri che se “le nuove generazioni non sono interessate” a un prodotto come Haaretz questo debba essere per forza perché tutti gli israeliani sotto i trentacinque fanno parte di questa deriva? Non sarà – e qui entra in gioco il mio punto di vista personale – che i tanto vituperati giovani israeliani che non leggono Haaretz forse leggono qualcos’altro? Perché un’alternativa a Haaretz,altrettanto indipendente e dotata di senso critico, esiste. Solo che non si trova in edicola.

Che cos’è +972mag. 972 è il prefisso internazionale per chiamare Israele (dall’Italia 00972). Da questo prefisso prende il nome +972mag, una rivista israeliana in lingua inglese esclusivamente online che fino a quattro-cinque mesi fa era, almeno all’estero, considerata una chicca per pochi adepti ma che ormai sta entrando nei newsfeed di un numero sempre crescente di persone più o meno interessate alle vicende mediorientali. I suoi articoli hanno uno stile molto più scorrevole e informale rispetto a quelli diHaaretz, non disdegna pezzi di colore e lifestyle, ma quando si tratta di giornalismo d’inchiesta non ha nulla da invidiare al più blasonato concorrente cartaceo. È stato +972mag, per esempio, a rendere pubblici per primo le testimonianze dei soldati raccolte da Breaking the Silence, un’organizzazione israeliana che denuncia gli abusi nei Territori occupati attraverso le voci anonime degli stessi militari.

Spesso e volentieri è +972 mag a offrire una finestra impietosa, ma senza mai perdere il contatto con il paese, sulle mille contraddizioni e sulla trasformazione della società israeliana. Con post che a prima vista possono sembrare poco più che aneddotici, le firme di 972 riescono a scavare nel profondo della coscienza degli israeliani più di quanto non lo facciano i grandi vecchi che pure stupidi non sono. Giusto per citare un esempio, c’è un pezzo di Yuval Ben Ami, classe 1976 (e che tra l’altro scrive anche su Haaretz) intitolato When a friend condones a massacre over a pint. Andatevelo a leggere. Riassumerlo equivale un po’ a violentarlo, diremo solo che racconta come ci si sente quando vai a prendere una birra nel centro di Tel Aviv e il tipo di una tua amica comincia a difendere, con convinzione, l’uccisione di civili palestinesi e tu ti trovi lì a dire: “Ma cosa diavolo ci sta succedendo?.”

Forse la differenza tra +972mag e Haaretz sta proprio qui. Nel suo racconto al New Yorker, l’editore del quotidiano israeliano Amos Schonken si chiedeva: “Come si fa a dirigere un giornale quando i tuoi lettori sono sull’orlo di una crisi di nervi?” Invece, gran parte del lavoro di +972mag è dare uno sfogo a questa crisi di nervi. Amira Hass dice di sentirsi un’aliena a Tel Aviv. Yuval Ben Ami, invece, gira per Tel Aviv, racconta Tel Aviv, e rappresenta (almeno una parte di) Tel Aviv. Essere la “coscienza di un paese” significa anche questo.

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