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Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.
La Filarmonica di Berlino lancerà il suo festival letterario e la prima ospite sarà Han Kang Il 7 settembre la scrittrice terrà una lettura della sua nuova opera, La scatola delle lacrime, accompagnata dai musicisti della Filarmonica.
È disponibile in streaming Roma illegale, il documentario sulla leggendaria scena rave romana degli anni ’90 Uscito nel 2021, il film di Andrea Scarcella arriva finalmente in streaming, sulla piattaforma OpenDDB.
In Norvegia la crisi climatica sta facendo emergere dal permafrost cadaveri vecchi di secoli I corpi dei cacciatori di balene a Likneset, la Punta dei Cadaveri delle Isole Svalbard, stanno emergendo dai ghiacci che si pensava eterni.
Netanyahu ha detto apertamente di aver ordinato all’IDF di occupare almeno il 70 per cento della Striscia di Gaza Questo nonostante sia formalmente in vigore un cessate il fuoco che già garantiva a Israele il controllo sul 53 per cento della Striscia.
In Toy Story 5 c’è anche Bad Bunny e si è scoperto che interpreta il personaggio Fetta di pizza con occhiali Personaggio al momento molto misterioso, di cui sappiamo solo che è una fetta di pizza, che indossa occhiali da sole e che è «estremamente cool».
C’è un tracker di voli aerei che segue solo i voli sui quali c’è qualcosa che non sta andando per il verso giusto Variazioni di altitudine, turbolenze, manovre inaspettate, rotte sbagliate: tutto quello che non vorremmo succedesse mai in volto, a portata di clic.
Il Tribeca è il primo grande festival al mondo a inserire in concorso un film fatto interamente con l’AI Dreams of Violets racconta le proteste in Iran del gennaio 2026, è costato 2 mila dollari ed è stato realizzato in tre mesi usando solo AI.

Quanto conta lo stile di un giornale

Come le testate, in Italia e all'estero, si costruiscono un'identità a partire dalla lingua.

25 Agosto 2017

Quando un mio conoscente ha iniziato a scrivere per l’Economist, mi ha raccontato, tirandosela un poco (probabilmente io avrei fatto lo stesso), che il suo nuovo giornale dava mandati ben precisi su come scrivere un articolo, una sorta di cencelli che richiedeva che ogni pezzo fosse composto da: almeno un venti per cento di storia, almeno un venti per cento di analisi e almeno un venti per cento di umorismo. Immagino che l’idea fosse rendere fluidi i pezzi, ma ancora di più uniformarne lo stile, rendendoli facilmente riconoscibili e identificabili. Insomma fare capire che quello è un pezzo dell’Economist, scritto secondo le regole dell’Economist, un messaggio che arriva al pubblico senza mai essere esplicitato: nessuno, fatta eccezione per qualche media nerd, mentre legge un articolo si mette a pensare “si vede proprio che è stato scritto così e cosà”, però alla lunga il linguaggio e lo stile si consolidano e, almeno agli occhi del lettore abituale, contribuiscono a costruire un brand, un’identità.

Quello citato qui sopra è un caso forse un po’ estremo e non escludo del tutto che il mio conoscente stesse un po’ esagerando. In Italia, per quello che ho avuto occasione di osservare, siamo abituati a codici meno rigidi, o se non altro meno espliciti: non mi è mai capitato di scrivere per una testata italiana dove il caporedattore mi mandasse una guida stilistica (mi chiedo, tra l’altro, da persona a cui capita di commissionare ed editare pezzi, come reagirebbe un giornalista italiano davanti a direttive tanto perentorie; un mio collega sostiene che si offenderebbe, o magari si limiterebbe a ignorarle). Questo però non significa che i codici stilistici non esistono. Tra i media italiani che hanno uno stile più immediatamente riconoscibile, mi vengono in mente il Post, con i suoi titoli “spiegato bene”, che non a caso vengono parodiati; Vice Italia, che ha iniziato traslando in italiano un certo tipo di linguaggio americano ed è finito per creare un linguaggio proprio; e, naturalmente, Dagospia, con la sua tendenza, evidentemente voluta, a utilizzare perifrasi al posto dei nomi.

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Altri media, poi, hanno convenzioni forse un po’ meno evidenti. Personalmente, associo a un certo stile tipicamente da Foglio l’utilizzo del verbo “spiegare” al posto di “dire” oppure di “raccontare”: una fonte non dice o racconta qualcosa, la spiega, e questo contribuisce a conferirle autorevolezza. Per paradosso, Internazionale, che nella sua edizione cartacea è composto quasi esclusivamente da articoli in traduzione, ha uno stile piuttosto riconoscibile: è una scelta ben precisa, dettata dall’esigenza di rendere omogeneo un giornale composto da testi in origine particolarmente eterogenei, e perseguita con un’attenzione al dettaglio (un lettore particolarmente attento, per esempio, potrebbe notare che Internazionale utilizza il verbo “cominciare” molto più spesso di quanto non utilizzi “iniziare”). Non a caso, è uno dei pochi media italiani a impiegare dei copyeditor, oltre a degli editor.

Verrebbe da chiedersi a che cosa servono queste minuzie. Anche nei luoghi più insospettabili, qualcuno comincia a pensare che il gioco non valga la candela. S’è parlato molto, per esempio, della decisione presa da parte del New York Times di eliminare proprio i copyeditor: questo, ha fatto notare qualcuno, significherà, tra le altre cose, che non ci sarà più qualcuno al desk che si prenderà la briga di sostituire la parola “dad” con “father” e il risultato sarà anche che il Nyt potrebbe perdere un certo formalismo nello stile che lo distingueva da altre testate analoghe. Avete notato che i paragrafi del New York Times sono molto più lunghi di quelli del Washington Post? Magari no, però è assai probabile che, se leggete spesso i media anglofoni, sappiate distinguere un articolo di un quotidiano da quello dell’altro.

Certo, l’omogeneità stilistica – che non richiede necessariamente copyeditor per essere mantenuta, anche se la loro presenza aiuta – è un obiettivo stilistico perseguito da molte testate; però in alcuni giornali ricopre un ruolo di maggiore piano. Di recente The Baffler ha pubblicato un articolo dedicato allo stile del New Yorker: da nessuna altra parte, in America, la parola élite è scritta con l’accento acuto e il verbo “reëmerge”, o riemergere, ha la dieresi (il New York Times, per dire, utilizza lo spelling quasi-proletario “re-emerge”). Nel caso specifico del New Yorker, però, un approccio all’ortografia decisamente snob è parte integrante dell’identità della testata: basterebbe davvero poco per scardinarne l’immagine.

Immagine in evidenza (Getty); all’interno: la protesta dei copy editor contro i tagli al New York Times.
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