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La forza di una valanga

Il film Forza maggiore di Ruben Östlund, le crepe che si nascondono dietro l'amore, la fragilità dell'uomo svelata dalla morte.

Forza maggiore di Ruben Östlund (vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard) si apre con un’immagine icastica di scandinavo orgoglio borghese: una famiglia bella e bionda, in posa per una foto in tenuta da sci. Sentiamo il fotografo che coordina i movimenti, imprime l’allegria che darà adito ai futuri ricordi, crea per quella famiglia lo specchio in cui ritrovarsi negli anni, nelle sfumature dei sorrisi, nei gesti, nell’affetto impacciato di chi cerca di abbracciarsi ostacolato da un’attrezzatura sportiva. Sullo sfondo la magniloquenza dei monti coperti di neve. Il cielo terso. Il pacchetto-felicità di un Occidente vitale e benestante: una famiglia in settimana bianca sulle Alpi francesi.

Il trailer di Forza maggiore

Che qualcosa andrà storto è una tensione sotto traccia che deforma il nostro sguardo rispetto a quell’immagine, anche se – in un certo senso – di fronte a un ritratto sorridente di famiglia, ciò di cui andiamo in cerca è comunque un’ineffabile latenza, una sorta di opacità rivelatoria.

Non vorrei sembrasse un’affermazione da razzismo rovesciato – anche se in effetti forse lo è – ma mi ha sempre inquietato l’apparante beautitudine delle famiglie scandinave, la loro aderenza pratica al reale, l’efficienza dei loro passeggini, le loro scarpe, gli accessori tecnici. O magari è solo invidia, se metto a confronto l’estetica performante di un bambino svedese a quella della mia infanzia. Questo per dire che lo sguardo ironico di Ruben Östlund verso la socialdemocrazia svedese, sintetizzata nel microcosmo di una famigliola benestante, ha su di me un effetto molto più profondo della cattiveria ostentata di un Haneke nei confronti della società austriaca. Östlund non cerca di dimostrare che dietro l’apparente perbenismo si cela il Mostro, o che l’animo umano è malvagio; piuttosto il contrario, ovvero che dietro l’apparente perbenismo si cela altro perbenismo, e che l’animo umano non è veramente malvagio, ma soltanto astioso, egoista e pavido.

Forza Maggiore è la storia di Tomas ed Ebba, e dei loro due bambini piccoli, in vacanza sulle Alpi. Mentre stanno facendo colazione su una terrazza che affaccia sulla vallata, assistono – prima incantati, poi impauriti – a una slavina. La mamma e i due figli si agitano, Tomas li guarda con affetto divertito, è convinto che sia una valanga controllata. Poi però cede al panico. Lo schermo si riempie di neve, diventa completamente bianco, sentiamo le urla del bambino che grida disperato: «Papà! Papà!». Quando riaffiorano dal bianco le immagini, intuiamo che Tomas aveva ragione: non è successo niente, ma lui nel frattempo si è messo al riparo, portando con sé solo il suo iPhone e abbandonando la famiglia. Lo vediamo lentamente riemergere nell’inquadratura facendo finta di nulla. Il resto del film racconta attraverso un crescendo di tensione esilarante il dramma coniugale di Ebba e Tomas, il loro rapporto compromesso dopo che è venuto a mancare il patto tacito su cui dovrebbe fondarsi un matrimonio: prendersi cura della propria famiglia, proteggerla.

«È una valanga controllata»

«In un prodotto tipicamente hollywoodiano» scrive Žižek in In difesa delle cause perse, «tutto, dal destino dei cavalieri della Tavola Rotonda agli asteroidi che colpiscono la Terra, passando per la Rivoluzione di Ottobre, è trasportato all’interno di una narrazione edipica». Dal suo punto di vista possiamo divertirci ad analizzare qualsiasi film, più o meno catastrofista, e vederlo come un grosso sforzo narrativo votato al ricompattamento della famiglia. Da un lato avremo la trama apocalittica (asteroidi, alieni, minacce varie contro l’umanità) dall’altro il dramma familiare. Una trama è funzionale all’altra. La famiglia alla fine è salva, così come pure l’umanità. I padri riconquistano l’affetto di moglie e figli se lo avevano perso. E se non l’avevano perso, possono di nuovo appuntarselo al petto come una medaglietta al valore. Riconfermano il proprio ruolo protettivo. Fanno appunto quello che ci si aspetta da un padre: si prendono carico dei loro cari. Ruben Östlund, in Forza Maggiore, ribalta in maniera grottesca il canone tipico di Hollywood. Tomas si rivela per quello è: un padre assente nel momento del bisogno, nell’avvento del cataclisma, anche se il cataclisma – come previsto – era “sotto controllo”.

large_souBhWxIsuTNsmFiHfdpk1jeYQ4Il film si sarebbe dovuto chiamare Avalanche, ma Forza maggiore in effetti suggerisce un livello in più all’inespressa trama apocalittica. Se nel modello hollywoodiano la catastrofe è metafora del dramma familiare (con precise mire al lieto fine) nel modello svedese di Östlund, l’impossibilità di una reale apocalisse è specchio di un dramma familiare tutto compresso, dove al lieto fine si contrappone un susseguirsi di finali diversi. Solo attraverso l’estenuazione sembra possibile una nuova forma di serenità, almeno quella necessaria per posare nella prossima foto di famiglia. Tutto l’agio esteriore che mostra Tomas nel proprio corpo, nella sua avvenenza pacificata, tradisce un impaccio fanciullesco del suo io interiore, incapace di affrontare in modo dignitoso un confronto drammatico con sua moglie. Non è emotivamente preparato al dramma, può solo imitarlo.

In una delle scene più divertenti e tragiche del film, lo vediamo accucciato a terra con le mani davanti alla faccia che singhiozza. Ebba lo guarda basita: «Non stai piangendo veramente» lo ammonisce. Tomas toglie le mani dalla faccia per ammettere che in effetti no, forse non sta piangendo veramente.

In un’intervista Östlund confessa che per realizzare quella scena ha cercato su YouTube «le peggiori scene di pianto maschile» e ha chiesto all’attore che interpreta Tomas di lavorare su quel senso di inadeguatezza. Nella stessa intervista, il regista ammette ironicamente la propria inadeguatezza in fatto di riferimenti cinematografici. Eppure, che l’ispirazione creativa per il proprio lavoro derivi anche da video su YouTube non fa che rendere il disagio di quel pianto qualcosa che ci tocca più da vicino, senza avere nulla del vezzo amatoriale.

Vediamo Tomas rivelare i propri limiti di spessore emotivo simulando le lacrime, come se in vita sua non avesse mai davvero provato un dolore in grado di generare spontaneamente quell’effetto, ma si fosse comunque sforzato di provarlo, una sorta di addestramento muscolare non dissimile dagli esercizi di potenziamento dei pettorali. La fede nell’applicazione pratica. La stessa che lo lega ai suoi accessori tecnologici da sciatore, o all’iPhone, la stessa che lo rendeva certo che la valanga fosse controllata.

Da spettatori ci possiamo commuovere di fronte alla fragilità di un uomo; di fronte a un uomo che cerca maldestramente di essere fragile, di mostrare il crollo, la nostra commozione è alla ricerca di parametri nuovi. Nel film di Östlund le montagne non franano, e gli uomini nemmeno.

Ma il regista aggiunge un ulteriore livello di distanziamento dal dolore. Lo fa attraverso una coppia di amici di Ebba e Tomas, che – inviatati a cena – sono costretti ad ascoltare il racconto a due voci dell’episodio-slavina. Come in un reality dei sentimenti, i due amici devono empaticamente schierarsi a favore dell’uno o dell’altra. Tomas merita la disapprovazione di Ebba? È giusto che il loro matrimonio vacilli?

Il confronto

Quando gli invitati si ritroveranno da soli in ascensore, e in seguito a letto, dovranno vedersela con gli strascichi che il reality si è portato dietro, praticamente un dibattito post show. In assenza di un loro dramma personale, i due sfruttano quello della loro coppia di amici secondo lo schema tipico di immedesimazione che ci lascia al riparo da un’esperienza reale e da un eventuale effetto traumatico. La questione diventa: “cosa avresti fatto/cosa faresti tu al loro posto?”. Non è necessario occupare davvero quel posto. Anzi provare a mettersi nei panni di un altro, il più delle volte, ci esime dal farlo sul serio.

Ad ogni modo si può anche finire a litigare, a disprezzarsi, per una risposta sbagliata. In fondo è ciò che facciamo continuamente, un’analisi preventiva e misurata di esperienze che forse concretamente non faremo mai: separarsi, tradirsi, fare un figlio, fare un’orgia, rifarsi le tette, andare a vivere in campagna. Usiamo i racconti degli amici, o un film, o meglio ancora le serie televisive per accostarci a un ruolo, per argomentare come ci comporteremmo noi. L’importante è che l’urto del reale non arrivi a colpirci, nel nostro diritto sempre più prezioso a non essere molestati. Coltiviamo l’empatia come la forma più alta di passione.

Nel suo film precedente, Play – una storia ambientata in Svezia dove un gruppo di ragazzini immigrati neri bullizza dei ragazzini svedesi e li deruba dei loro cellulari di ultima generazione – Östlund sintetizza brillantemente il paradosso.

Play, il trailer

In una delle ultime scene (scusate lo spoiler) vediamo il padre di uno dei bambini derubati aggredire prima con violenza pedagogica, poi direttamente con uno strattone, uno dei ladruncoli. Ad assistere al siparietto ci sono due donne, che osservano con riprovazione, ma che si tengono alla debita distanza di sicurezza (il coefficiente spaziale per evitare ogni coinvolgimento). Quando però il padre si allontana, le due donne lo raggiungono. Sono cariche di indignazione. Hanno attivato il loro dispositivo di empatia per il ragazzino nero. Rimproverano l’uomo: non si può spintonare un bambino. Ma soprattutto lo invitano a mettersi nei panni di quel ragazzino immigrato che non ha avuto gli stessi vantaggi di suo figlio. Il padre cerca argomenti dialettici, le due donne continuano ad avere il broncio dell’indignazione, poi vengono mandate a quel paese. E, in effetti, se ne vanno pacificamente a quel paese.

Però almeno loro si sono sforzate, si sono messe davvero nei panni del ragazzino, insomma hanno fatto proprio tutto quello che potevano fare.

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