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Eppure Bartali

Il 18 luglio 2014 è il centenario della nascita di Gino Bartali. Ritratto molto lungo del ciclista e dell'uomo, istintivo e quasi anarchico in sella, fedele e democristiano nella vita, con qualche miracolo (inaspettato) sparso in tutti e due i campi.

Vecchio

Non è strano immaginare che Bartali abbia cent’anni, in fondo li ha sempre avuti. Era nato il 18 luglio del 1914, vicino a Firenze, ed è sempre stato quello vecchio. Era più vecchio di Coppi, di quei cinque anni che bastano a fare dell’uno il giovane e talentuoso gregario, e dell’altro l’anziano e affermato capitano, senza neanche il bisogno di spiegare come va a finire la storia. Nonostante questo, Bartali sopravvisse a Coppi per quarant’anni: Coppi non fu mai vecchio, Bartali arrivò al nuovo millennio. Questo lo condannò a essere il narratore e la memoria storica di quella rivalità, simbolo di un ciclismo e di un mondo che non c’è più.

La sua immagine di corridore è quella di un grande campione che ha superato la trentina, stempiato e brontolone, al quale la Seconda Guerra Mondiale ha tolto gli anni migliori della carriera. L’unico record assoluto che Bartali possiede è uno di longevità: è l’unico ciclista ad aver vinto il Tour de France a 10 anni di distanza. Era soprannominato dalla stampa «l’Intramontabile», mentre in gruppo era semplicemente il «vecchio». La guerra come ladra della gioventù è un topos diffuso, ma in questo caso l’ultima guerra mondiale è anche un crinale oltre il quale è difficile spingere l’immaginazione, quello che separa la fine del “Ciclismo eroico” e l’inizio di quello contemporaneo.

Non è nell’anagrafe che si esaurisce questa spirito arcaico: Bartali è parte di un’Italia più rurale, antica e in estinzione. Curzio Malaparte scrive nel 1949: «Bartali è il campione di un mondo già scomparso, il sopravvissuto di una civiltà che la guerra ha ucciso: egli rappresenta quel romanticismo inquieto e inquietante che ha raggiunto l’apice fra le due guerre e perpetua nel mondo moderno lo spirito eroico della vecchia Europa. Coppi […] rappresenta lo spirito razionale, scientifico […]. In Bartali, nato da una famiglia di agricoltori toscani, prevale il contadino, con la sua mistica elementare, la sua fede in Dio, il suo attaccamento ai valori tradizionali della terra».

Eppure

Eppure uno cerca i contrari della parola “vecchio” e trova: gagliardo, giovane, giovanile, vitale, vivace, vivo. Tutte cose che è facile riconoscere in Bartali, e che ha conservato – a ovvia eccezione del “giovane” – fino alla sua morte. Sono l’opposto delle “caratteristiche psicologiche della vecchiaia”, dice la Treccani, e in effetti basta riprendere il discorso precedente da un’angolazione diversa per ribaltare la descrizione. Bartali è spontaneo, focoso, ha la vitalità del chiacchierone e una vis polemica che conserverà, poco ammaestrata, negli anni. Quando una volta, nel Giro d’Italia del ’47, un tifoso gli grida «falso prete!», lui ferma la bici, gli tira un ceffone, e riparte. La dicotomia tracciata da Malaparte si conclude così: «l’aspetto umano è più sviluppato in Bartali che in Coppi. Bartali è un uomo, Coppi un robot».

È in questa maniera quasi candida che comincia il viaggio del ciclismo nelle farmacie. Bartali ha detto di aver provato la “bomba” una volta e di essersi sentito male.

Nella preparazione Coppi è la scienza, il rischio calcolato, la pianificazione metodica affidata ai medici e agli esperti. Bartali è, invece, istintivo e intimo: a inizio carriera ha uno stile di vita quasi ascetico, preoccupato dalla propria predisposizione alle malattie – da bambino lo chiamavano “Careggi”, come l’ospedale di Firenze – e dalla necessità di far leva sulla sua migliore dote naturale, la resistenza, la qualità che più va allenata. Poi, con gli anni, abbandona queste abitudini: fa cose oggi inimmaginabili per un corridore, fuma, beve, dorme poco. In bici Bartali è lo scalatore: l’assenza di calcolo, una certa ingenuità propria del ciclista d’attacco, l’irrequietudine di chi è incapace di stare fermo al costo dell’improvvisazione tattica.

Per questo, in fondo, non è difficile immaginare il suo spirito dentro il corpo di un giovane. Già nella sua prima corsa fra i professionisti, la Milano-Sanremo del 1935, è raccontata la sua sprovvedutezza: da una trentina d’anni, seguendo l’esempio francese, le testate sportive avevano cominciato a organizzare corse ciclistiche per vendere più copie. Bartali, da sconosciuto, si era ritrovato in testa alla corsa con il rischio di vincere, eventualità che avrebbe guastato il prestigio e la tiratura. Così Emilio Colombo, il direttore della Gazzetta dello Sport, gli propose un’intervista in corsa: Bartali, con la vanità del neofita, ci cascò. Rallentò, fu ripreso dagli inseguitori e battuto in volata.

«Gino, vederti pedalare è stata per me una delle prime volte in cui ho cominciato a sentirmi vecchio; come una donna che, bellissima in gioventù, guardi sua figlia la sera del primo ballo».

L’anno successivo vinse il Giro d’Italia, e lo rivinse nel ’37, anno in cui fece pace con Colombo. Nel ’38 il Fascismo costrinse Bartali a saltare il Giro per concentrarsi sul Tour de France, corsa internazionale che la dittatura voleva vincere per affermare la supremazia sportiva italiana. Il Commissario Tecnico della nazionale era Costante Girardengo, grande campione del passato che – anche lui ostacolato dalla Guerra Mondiale, in questo caso la prima – non era mai riuscito a vincere il Tour de France. Bartali, appena ventiquattrenne, ci riesce e Girardengo, con lingua e metafore di primo Novecento, gli scrive: «Gino, vederti pedalare è stata per me una delle prime volte in cui ho cominciato a sentirmi vecchio; come una donna che, bellissima in gioventù, guardi sua figlia la sera del primo ballo».

Eroe

La storia è nota dagli anni Ottanta, quando Bartali – dopo quarant’anni – ha cominciato a raccontarla al figlio Andrea, ed è ben narrata in La Strada del Coraggio. Gino Bartali, eroe silenzioso (66thand2nd, 18 euro), documentatissima biografia scritta da Aili e Andres McConnon. Bartali non aveva mai avuto simpatia per il Fascismo, specie da quando i gerarchi avevano cominciato a dettargli l’agenda delle corse. Dopo la vittoria al Tour nel ’38 ringraziò la Madonna anziché il Duce, come invece era costume e come aveva fatto la Nazionale campione del mondo di calcio.

Nel frattempo, con la promulgazione delle leggi razziali, lo scoppio della guerra e l’invasione tedesca, la situazione degli ebrei in Italia si fece peggiore. L’unico modo per sfuggire alle deportazioni e agli internamenti era nascondersi o assumere un’altra identità. Naturalmente supportare “nemici dello Stato”, come gli ebrei erano definiti nel Manifesto di Verona, era mettere in pericolo la propria vita. Bartali nascose una famiglia ebrea, i Goldenberg, in una casa di sua proprietà a Firenze portando loro notizie e viveri quando ne aveva occasione.

Inoltre, su richiesta del cardinale Dalla Costa, fu il postino della rete clandestina che forniva documenti falsi agli ebrei fra l’Umbria e la Toscana. Portava fotografie e informazioni necessarie a produrre i documenti che poi riportava indietro, nascosti dentro la canna della bici, svitando il sellino. Per diversi mesi Bartali riuscì a non destare sospetti, approfittando anche della propria popolarità ai posti di blocco: firmava autografi, raccontava aneddoti, chiedeva che la sua bici non fosse toccata perché calibrata per le corse. Nel tempo, però, i sospetti cominciarono a coinvolgerlo: fu fermato e interrogato per due notti da Mario Carità, capo della sanguinaria Banda Carità, conservò ostinato la sua versione e fu rilasciato. Pochi mesi prima della Liberazione andò anche lui in clandestinità. Queste azioni sono state riconosciute nel 2013 dallo Yad Vashem – il centro di ricerca e museo dell’Olocausto – che ha assegnato a Gino Bartali un posto nel Giardino dei Giusti.

Eppure

Eppure il più grande critico della teoria di Bartali come eroe è Bartali stesso. In diverse circostanze ha detto che gli eroi sono altri, quelli che hanno sofferto davvero il prezzo del proprio eroismo. In fondo, diceva, l’unica cosa che aveva fatto era stato infilarsi in tasca delle cose e portarle dove gli dicevano di portarle. Però c’è un altro senso, più profondo, nel quale Bartali non ha le caratteristiche dell’eroe che combatte la sua causa, che corrisponde di più all’immagine della persona per bene, quella che non ha una causa, ma cerca di vivere rettamente la propria vita.

Parlando con Aili McConnon, che ha passato diversi anni a intervistare parenti, compagni, persone salvate da Gino Bartali, viene fuori come ciò che lo spingeva era una ragione più umana, privata, che ideologica: «Sono state due cose: la relazione personale con i Goldenberg e la richiesta del cardinale Dalla Costa, une persona che lui ammirava molto». Anche il contrasto col Fascismo era di pancia più che di testa: «Bartali si è via via reso conto di quanto era negativo il Regime, più la dittatura si avvicinava a casa sua e più sentiva l’influenza che il governo aveva sulla sua carriera».

Sapeva di rischiare, di «stare camminando su un filo molto sottile», che se avesse fatto un’opposizione più manifesta «non avrebbe corso più e non avrebbe potuto far sopravvivere la famiglia» oppure addirittura «avrebbe fatto la fine di Bottecchia» (un corridore morto in circostanze poco chiare alla fine degli Anni ’20). Senza una vera pianificazione – era pur sempre Gino Bartali – ha fatto nella sua vita pubblica «quanto ha potuto permettersi senza esporsi a un rischio immediato». Forse è anche per questo che per quasi cinquant’anni non ha parlato di quei fatti privati, quelli per i quali ha certamente rischiato la vita, perché «queste cose si fanno e basta».

Politico

Nemmeno alla fine della guerra l’intreccio fra ciclismo e politica si dipana. Il Giro del ’46, vinto da Bartali, comincia in ritardo per aspettare i risultati del referendum costituzionale. La tappa con arrivo a Trieste viene annullata per le barricate e le sassaiole dei titini che volevano l’annessione della città alla Jugoslavia. E poi c’è la sfida fra Coppi e Bartali: Bartali ha un altro soprannome, Gino il Pio, è il democristiano; Coppi, divorziato e con l’amante, è per forza di cose il comunista.

È il tempo in cui la prima pagina della Gazzetta dello Sport dà completo risalto al Giro d’Italia anche quando l’altra notizia è la vittoria del campionato di calcio. Il ciclismo è lo sport più popolare, ed è perciò quello a cui si aggrappa la politica per cercare di guadagnare consenso e influenza sulla gente. Le imprese di ogni sportivo sono interpretate anche in chiave simbolica e politica.

Il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, telefona a Bartali che stava correndo il Tour de France per domandargli di vincere la corsa.

L’evento più significativo avviene all’indomani delle elezioni del ’48 vinte con largo e sorprendente margine dalla Dc. Davanti a Montecitorio il Segretario del Pci, Palmiro Togliatti, subisce un attentato. Appena si diffonde la notizia si verificano incidenti, con diversi morti, e manifestazioni in tutte le città d’Italia. Gli uni accusano gli altri del complotto. Non è un’esagerazione dire che il-Paese-è-sull’orlo-della-guerra-civile. Il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, telefona a Bartali che stava correndo – male, aveva 20 minuti di ritardo – il Tour de France per domandargli di vincere la corsa.

La telefonata è certamente avvenuta, come la richiesta di De Gasperi. Quanto poi l’inaspettata e provvidenziale vittoria di Bartali abbia effettivamente scongiurato la guerra civile, come raccontato dalla leggenda, è ovviamente discutibile. Di sicuro è vero il contrario, che la telefonata di De Gasperi ha motivato Bartali che era vicino al ritiro. Del resto il fatto che l’epica sportiva abbia traboccato nella storiografia fino a impadronirsene dà la misura di quanto, per l’atmosfera culturale del tempo, quella vittoria avesse un significato politico e fosse capace di spezzare la tensione nelle folle accampate a protestare. Bartali, al riguardo, ha detto: «non so se ho salvato il Paese, ma almeno gli ho ridato il sorriso».

Eppure

Eppure Bartali ha sempre cercato di stare lontano dalla politica: «A me la politica non faceva né caldo, né freddo. Non era il mio mestiere». Aveva certamente un senso religioso molto forte, che inevitabilmente veniva tirato in ballo nella contesa partitica, ma il suo schierarsi con la Dc – per quanto ostentato, come una forma di fedeltà – era evidentemente pre-ideologico, più candido, non intellettuale.

Anche il modo di districarsi, senza affermare un credo politico opposto, dall’abbraccio fagocitante del Fascismo dimostra lo scetticismo di Bartali rispetto a qualunque affermazione di un’ideologia forte che non fosse fondata sul trascendente. Per questo pur avendo regolari rapporti con i politici del tempo, rimaneva sempre una diffidenza verso un mestiere così diverso dal proprio e dalla propria indole. Di qui la celebre battuta sugli italiani che «sono un popolo di sedentari. Chi fa carriera ottiene una poltrona».

Dopo la provvidenziale vittoria al Tour del ’48 «mi chiamò Andreotti, mi chiamò Einaudi, mi chiamò De Gasperi, e loro mi dissero “chiedi qualunque cosa, anche una coppa d’oro alta così, noi te la daremo”, io gli dissi “levatemi un anno di tasse”, “non si può”».

Il suo carattere era poco politico, per nulla misurato, vicino alla gente per farla felice, ma anche, eventualmente, per prendersi a male parole. Quel rapporto franco, sanguigno, con le persone era parte del legame che un personaggio così smaccatamente autentico aveva instaurato coi suoi tifosi. Quando il Papa in persona gli chiese di candidarsi alle elezioni con la Democrazia Cristiana, Bartali rifiutò commentando: «Sono cattolico, dire di no al Papa è come dire no al Padreterno, ma devo rifiutare per rispetto dei miei tifosi».

Scorbutico

Se lo chiamano “Ginettaccio” ci sarà un motivo. Uno che possiede quel nome, Gino, che fuori dalla Toscana assomiglia già a un ipocoristico (una specie di soprannome), ha bisogno di un suffisso, peggiorativo per di più? Non ce ne sono tanti di personaggi che hanno ricevuto lo stesso trattamento: quanto è inconcepibile Robertaccio o, peggio, Baggiaccio? Pantani non sarebbe mai Marcaccio, come stona Giannaccio Rivera.

Bartali è il personaggio scorbutico, scontroso, brontolone. Dà l’impressione di essere uno che ce l’avrebbe col destino, se non credesse alla Provvidenza. Uno la cui citazione più nota dice: «L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!». Ma l’immagine che più lo racconta è Bartali che irrompe nella stanza di Coppi per vedere se il rivale prende farmaci o siringhe. È la diffidenza che lo accompagna sempre, assieme al rifiuto categorico che l’altro sia più forte. C’è una puntata del Musichiere del ’59 in cui i due campioni scherzano e si prendono in giro: l’ultima parola ce l’ha Bartali che dice a Coppi di aver vinto tanto grazie alle “droghe eccitanti”.

Anche in un’occasione così preparata vengono fuori i due personaggi: Bartali completamente fuori tempo, rincorso dall’orchestra, ma a proprio agio; Coppi ligio al testo e alla metrica, ma evidentemente fuori posto.

La rivalità con Fausto Coppi fu quella che marcò i contorni del carattere di Bartali, quantomeno nell’immaginario pubblico. Quando correvano entrambi si riferivano l’uno a l’altro come «quello là», ed era chiaro che fosse stato Bartali a tracciare il binario di questo rapporto ostile che la retrospettiva ciclistica ha cercato alle volte di smorzare e alle volte di sottolineare. Bartali, però, ha sempre rifiutato il ruolo di Coppi come contraltare, citando ogni volta tutti gli altri corridori del loro tempo, come a non voler dare un ruolo esclusivo al rivale («se vince qualcun altro mi dispiace», «ho capito a chi lei vuole alludere», «nonò!»).

Anche in vecchiaia, quando gli anni passati avevano ammorbidito la rivalità, Bartali ha sempre mostrato un’insofferenza a chi considerava più forte Coppi o, peggio, a chi chiedeva a lui per sapere di Fausto. Ed è probabilmente più autentico e significativo che il ricordo di una rivalità non soltanto ciclistica venga trasmesso senza essere edulcorato dal tempo che è passato: è per questo che è utile avere un immaginario. La domenica successiva alla morte di Bartali i tifosi della Fiorentina hanno esposto uno striscione che diceva: “Ciao Ginettaccio, ora fatti rendere la borraccia”.

Eppure

Eppure la borraccia. È iconografia pura, è l’immagine più famosa dello sport italiano, il passaggio della borraccia fra due avversari: ma chi l’ha passata a chi? Intanto, come si vede, non è una borraccia ma una bottiglia d’acqua; poi la foto non è spontanea, ma è stata messa in scena con il consenso di Bartali e Coppi. Infine è Bartali a passare la bottiglia a Coppi, come recita la prima didascalia con cui fu pubblicata la foto.

Un anno di sport del 1952, la rivista sulla quale uscì la foto: la didascalia recita “LA FOTO DELL’ANNO – Giro di Francia 1952: Bartali passa l’acqua alla maglia gialla Coppi”.

Come può essere che sia stato Bartali, con quel caratteraccio, ad accettare di fare una foto simile, tanto più una che ritraesse lui – e non Coppi – a dare la bottiglia? Anzi, Bartali ha sempre giocato sulla risposta domandando all’interlocutore «Sei un coppiano? Allora l’ha passata Coppi. Sei un bartaliano? Allora l’ho passata io», come a sottolineare che il valore non fosse nell’essere il capitano dell’altro (colui che riceve la borraccia) ma nell’esserne il gregario (colui che la dà). Probabilmente la risposta è che l’immagine caricaturale che conosciamo di Bartali è, come sempre, ingenerosa. Forse Bartali era più malinconico che rabbioso, sicuramente irascibile ma dando l’impressione di essere uno di quelli con cui litighi tutti i giorni e poi pensi «dài, lo sai che è fatto così». È strano che Paolo Conte lo descriva con un «naso triste come una salita / quegli occhi allegri da italiano in gita», perché a vedere diverse foto di quando correva sembra molto di più avere il naso allegro e gli occhi tristi.

Sicuramente è stata anche questa inquietudine a rendere così amato il personaggio più vicino alla gente dello sport più vicino alla gente. Ed è probabilmente impossibile per noi che viviamo in un’altra epoca capire perché, e soprattutto quanto, Bartali fosse considerato uno-di-noi dalle persone, anche dai coppiani, anche dai comunisti, (anche dai francesi che s’incazzano). Disse una volta a Gianni Mura: «Io non ho messo da parte tanti soldi, ho anche fatto degli investimenti sbagliati. Ma una stretta di mano e un bicchiere di vino in ogni paese d’Italia ce l’ho garantiti».

 

Tutte le immagini Hulton Archive / Getty Images

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