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Cosa raccontiamo alle bambine

Due libri usciti in queste settimane affrontano il problema dell'educazione culturale delle figlie femmine: che idea ci siamo fatti leggendoli.

Quando mia figlia ha iniziato la prima elementare, sono stata convocata dalle maestre: la bambina correva nei corridoi. Forse, hanno suggerito, sarebbe stato il caso di incoraggiarla a giocare con le altre bambine, che sono più tranquille, mentre lei in quel periodo preferiva la compagnia dei maschietti. Mi sono scusata, ho detto alle maestre che le avrei spiegato che non si fa, dopotutto, pensavo, è normale che i bambini, fosse per loro, correrebbero dappertutto, ma è anche giusto che gli adulti gli facciano capire che il corridoio della scuola non è il posto appropriato per farlo. Davanti al suggerimento di incoraggiare mia figlia a giocare con le bambine, per un secondo mi sono chiesta se le maestre avrebbero trovato il correre per i corridoi un comportamento altrettanto problematico se si fosse trattato di un maschietto. Qualche settimana dopo, in un’assemblea, le stesse maestre hanno espresso qualche preoccupazione per il fatto che alcune alunne erano arrivate in classe con dei tatuaggi (temporanei) e con lo smalto glitterato, invitando i genitori a leggere gli articoli dei giornali sulla sessualizzazione precoce delle bambine.

Mai come oggi ci siamo posti tante domande sul come crescere le nostre figlie – sui giocattoli che gli compriamo, sui libri che gli leggiamo, sui cartoni animati che guardano e sull’opportunità di farle sperimentare con lo smalto glitterato – eppure a volte ho l’impressione che le domande più difficili, quelle che comporterebbero risposte più faticose, vengano spesso evitate. In queste settimane sono usciti in Italia due libri che hanno il pregio di portare questo dibattito a un livello più complesso: Cara Ijeawele, Quindici consigli per crescere una figlia femminista, il saggio di Chimamanda Ngozi Adichie appena pubblicato da Einaudi nella traduzione di Andrea Sirotti, e Storie della buonanotte per bambine ribelli: 100 vite di donne straordinarie di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, edito da Mondadori, in cima alle classifiche. Si tratta di due libri molto diversi, il primo un pamphlet di pedagogia egalitaria camuffato, per artificio letterario, in una lettera ad un’amica, il secondo una raccolta di biografie presentate come storie della buonanotte, che però partono da un’osservazione calzante, che centra il problema molto più dei fiumi d’inchiostro che sono stati versati sull’educazione delle fanciulle. E il problema non è se le bambine siano “troppo donne”, esposte a messaggi frivoli o sessualizzanti. Il problema è che le bambine hanno bisogno di avere più fiducia in se stesse.

Young girl having tea party

C’è qualcosa che, a un certo punto, si spezza nelle bambine. Qualcosa che, da quel che ho avuto modo di leggere e osservare, scatta intorno ai cinque, sei, sette anni e che le porta a pensare di essere un po’ meno brave, forti, intelligenti e autonome rispetto ai loro coetanei maschi. Probabilmente, questo qualcosa dipende dal modo in cui le cresciamo. È un fenomeno rilevato in svariati studi: di uno vi abbiamo parlato recentemente su Studio, riguardava un’esperimento di Princeton che dimostrava che, già a sei anni, le femmine sono portate a considerarsi meno intelligenti. C’è chi incolpa gli stereotipi di genere trasmessi dai media, i cartoni animati con svampite fatine mezze nude, c’è chi punta il dito contro i giocattoli, le Barbie, le bambole, i pentolini. Alcuni dicono che bisognerebbe smetterla di vestire le bimbe di rosa e altri fanno notare che persino le favole trasmettono un modello di passività femminile fatto di principesse frignone salvate dal principe.

Eppure un passaggio del libro di Ngozi Adichie rende bene l’idea di quanto la questione sia più sottile, di come alcuni messaggi siano veicolati in modo più indiretto, e non certo intenzionale: frequentando un centro estivo, racconta, un’amica ha notato che «le mamme che accompagnavano le bambine erano molto soffocanti, ammonivano continuamente le figlie, a “non toccare” o a “smettere e fare le brave”; i maschietti invece venivano incoraggiati a esplorare senza tante restrizioni e non gli veniva ma chiesto di fare “i bravi”». La sua teoria è che «i genitori inconsciamente iniziano molto presto a insegnare alle bambine come devono essere, dando loro più regole e meno spazio: alle femmine insegnano a compiacere gli altri, a essere carine. Non sono le stesse cose che insegnano ai maschi».

Hamley's Dolls

Siamo noi a rendere le nostre figlie (e le nostre allieve) più insicure, e il più delle volte lo facciamo in modo inconscio, non tanto regalando Barbie o raccontando storie di principesse, ma mettendole al loro posto come non saremmo portati a fare con i maschietti. Non si tratta di un processo razionale, deciso a tavolino: fatta eccezione per qualche genitore o maestro all’antica, nessuno, credo, pensa che le bambine vadano “tenute tranquille” più dei bambini. È un doppio standard che utilizziamo senza rendercene conto: del resto, che il sessismo, nelle sue forme meno estreme, sia un meccanismo inconscio è evidente. È lo stesso ragionamento fatto da Sheryl Sandberg quando ha lanciato la campagna “Ban Bossy”: se un bambino ha una personalità forte e aspira a essere un leader, gli adulti lo lodano, ma quando le stesse attitudini sono dimostrate da una bambina, può capitare che la rimproverino di essere prepotente, non è una cosa che si fa apposta, però il meccanismo scatta e forse sarebbe il caso di farci più attenzione.

In un video realizzato per quella campagna, Beyoncé e Condoleezza Rice dicevano che «dobbiamo dire alle ragazzine che è ok essere ambiziose» ed è precisamente questo lo spirito di Storie della buonanotte per bambine ribelli: 100 vite di donne straordinarie: attraverso le vite di regine e scienziate, atlete e capi di Stato, artiste e scrittrici, si vuole mandare il messaggio che sognare in grande è una cosa (anche) da femmine, anche se magari se sei femmina diventa un po’ più difficile. «È importante che le bambine capiscano gli ostacoli che le aspettano lungo il cammino, ma è altrettanto importante che sappiano che questi ostacoli non sono insormontabili», recita l’introduzione. Il libro ha suscitato parecchie critiche, soprattutto per la scelta dei soggetti: a qualcuno non è piaciuta l’inclusione di Margaret Thatcher e Hillary Clinton, ma sinceramente pare una critica pretestuosa, perché va bene che non basta essere donne per essere un modello, però mica ci hanno messo dentro Lucía Hiriart Pinochet. Nelle sue intenzioni, Storie della buonanotte per bambine ribelli rappresenta un passo infinitamente avanti rispetto al dibattito sulla pedagogia femminista in Italia: finalmente qualcuno che, anziché porsi domande su come rendere le nostre figlie meno di rosa vestite e su come evitare che siano precocemente sexy, si sta facendo domande su come renderle più toste, anzi, sul come non colpevolizzarle quando e se vogliono esserlo.

A Great Read

Però ci sono due aspetti di questo libro che mi hanno messo a disagio. Il primo è che, nonostante il titolo, non sono storie adatte alla buonanotte. È un compendio che ricorda più certi racconti edificanti dei biografi latini che delle “storie” così come le intenderebbe un bambino. Spiega, non racconta: Astrid Lindgren «era forte, coraggiosa, non aveva mai paura di stare sola ed era capace di fare tutto»; Marie Curie «avrebbe potuto diventare molto ricca con le sue scoperte, invece scelse di rendere disponibile i frutti della sua ricerca a tutti, gratuitamente». Ho provato a leggerlo a mia figlia prima di andare a letto: «Queste storie non mi incuriosiscono, perché sono abituata a storie diverse, dove ci sono personaggi veri e fantastici e gli capitano delle avventure», ha detto. Ogni bambino ha i suoi gusti e non è detto che la mia faccia testo, ma apprezza Roald Dahl, le riduzioni dei classici greci di Laura Orvieto, e le favole dei fratelli Grimm.

Ed è proprio l’atteggiamento di contrapposizione con le favole à la Grimm a rappresentare il secondo problema di questo libro. «Molte fiabe invece di rafforzarti ti indeboliscono perché ti mettono in testa degli stereotipi», aveva detto Cavallo in un’intervista a Studio prima dell’uscita del volume e, leggendolo, ho avvertito un tentativo di rimozione, di epurare le storie della buonanotte del loro lato più oscuro (ma necessario) che non m’è piaciuto. Sui cliché Cavallo ha ragione, le favole ne sono piene, però non credo indeboliscano le bambine. «Gli stereotipi non sono sempre negativi, in alcuni casi è giusto appropriarsene e affrontarli, anche per poterli decostruire», mi ha spiegato Laura Bonato, un’antropologa dell’università di Torino che studia il rapporto tra favole antiche e moderne (ha pubblicato un saggio sulle leggende metropolitane, Trapianti, sesso, angosce. Leggende metropolitane in Italia).

Sulking Schoolgirl

«Prendiamo Shrek, un film bellissimo, che ha fatto un’ottima decostruzione della favola, con il principe azzurro che è un’idiota, l’orco che è il vero principe e la principessa che è il contrario della principessa che si fa salvare: non avrebbe funzionato se i bambini non avessero conosciuto bene questi stereotipi», dice. A chi dice che, a furia di principesse indifese, si rischia di indebolire le bambine, Bonato risponde che «tanto per cominciare non tutte le principesse sono indifese, nella versione originale Cenerentola tagliava la testa alla matrigna» e che «i bambini capiscono benissimo la differenza tra realtà e finzione, dire che le storie sulle principesse promuovono il maschilismo è come dire che Harry Potter promuove la stregoneria».

Non sono le storie della buonanotte a rovinare le bambine, sono i piccoli doppi standard quotidiani che mettiamo in atto inconsciamente. Per questo è importante leggere Quindici consigli per crescere una figlia femminista. Avere in casa una copia di Storie della buonanotte per bambine ribelli può essere una buona idea, però il mio consiglio è di non leggerlo ai vostri figli prima di andare a dormire, ma di tenerlo su uno scaffale, come alcuni genitori fanno con gli atlanti o coi dizionari, pronti all’uso per quando i figli fanno domande. E se vi dovesse capitare, come è successo a me, che vostra figlia vi chieda se «è vero che le donne non possono fare il sindaco», leggetele i capitoli su Margaret Thatcher e Hillary Clinton, che non sono state sindaco ma sono state molto di più.

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