Secondo le stime ce ne sono solo un centinaio in tutto il mondo. E in Silicon Valley sono disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarseli.
Una ricerca ha dimostrato che le civiltà non crollano per le catastrofi ma perché iniziano a consumare troppo, che è proprio quello che sta succedendo alla nostra civiltà
I ricercatori hanno precisato anche che i futuri in cui ci salviamo non sono impossibili, ma «richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi».
Da quando abbiamo inventato le armi nucleari abbiamo realizzato la possibilità di annientare il genere umano. Ma l’olocausto nucleare, scopriamo adesso grazie a una ricerca scientifica, non è nemmeno la peggiore delle ipotesi che gli esseri umani hanno deciso di testare. Un gruppo di ricercatori guidati dall’astrobiologa Celia Blanco del Centro di Astrobiologia spagnolo ha costruito un modello che immagina dieci possibili futuri per la civiltà umana nell’arco dei prossimi mille anni, incrociando variabili come consumo di risorse, fragilità istituzionale e politiche governative. La conclusione principale è terrificante nella sua semplicità: le civiltà non crollano per via delle catastrofi. Crollano perché consumano più di quanto producono, lentamente, gradualmente, finché la struttura non regge più. Ed è proprio quello che stiamo facendo. Da un pezzo.
Come rileva lo studio, pubblicato su El Paìs, gli scenari in cui la civiltà umana ritrova stabilità esistono nel modello, vengono chiamati “Età dell’oro” e “Fuori dall’Eden”, ma sono la minoranza, e Blanco non li considera i più plausibili. «Non perché siano impossibili, ma perché richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi: una vera post-scarsità, una governance globale distribuita e l’assenza di rischi esistenziali». All’estremo opposto ci sono scenari come “Il Grande Fratello ti osserva” e “La spada di Damocle”, dove potere concentrato e fragilità politica innescano crolli ripetuti. In mezzo c’è la maggioranza dei futuri possibili: civiltà che oscillano, che cadono e si rialzano, che trascorrono lunghi periodi in stati di inattività prima di riorganizzarsi.
La variabile che determina la differenza tra una civiltà che persiste e una che scompare non è la gravità del crollo, ma la capacità di ricostruirsi. «Una società che cade ma si rialza rapidamente può persistere all’infinito – spiega Blanco – Una che subisce un crollo minore ma perde la capacità di ricostruirsi può scomparire». Conoscenza preservata, infrastrutture che sopravvivono, tempo di riorganizzazione, sono questi gli strumenti. E sono tutte leve su cui si può agire adesso, prima che vada tutto vada più a rotoli di quanto non stia già andando a rotoli tutto.