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In difesa delle palme e del caffè americano

Otto motivi per cui la polemica contro l'apertura di Starbucks a Milano è completamente insensata.

Una delle polemiche più animate degli ultimi giorni, fra le più assurde dell’attualità recente, riguarda l’apertura di Starbucks a Milano nel 2018, e il relativo allestimento di un’aiuola di palme in piazza Duomo: la prima questione è finita sul Corriere della Sera, dove l’editorialista Aldo Cazzullo ha firmato un articolo con un titolo addirittura indignato: «Starbucks in Italia umiliazione per un italiano»; la seconda ha generato moniti salviniani e da parte di CasaPound su una ormai inesorabile «africanizzazione» del capoluogo lombardo. Pur trovandoci un po’ presi alla sprovvista dai toni e i contenuti del dibattito, abbiamo deciso di mettere insieme otto ragioni per cui questa su Starbucks e le relative palme milanesi è una polemica non soltanto risibile, ma che non ha ragione di esistere.

 

1.

Certo, l’espresso è un’invenzione italiana, e chiunque abbia viaggiato almeno un po’ per lavoro o piacere sa che gustare un buon caffè all’estero non è sempre una cosa semplicissima. Ma il caffè, l’elemento principale della contesa di questi giorni, non è un prodotto autoctono del nostro Paese, che importa quotidianamente miscele sudamericane o arabiche, e componenti di macchinari per il loro trattamento americani o asiatici, quindi è addirittura il simbolo di una globalizzazione ante-litteram. Non a caso la chiesa, contraria alla sua diffusione, tentò di vietarlo e lo definì per bocca di Clemente VII «la bevanda del diavolo». L’ottima reputazione del caffè italiano è tale perché è riconosciuto nel mondo come un brand, ma il caffè, così come gli spaghetti, conosce numerose e legittime versioni: turco, greco, americano appunto. Come ha detto Massimiliano Pogliano, amministratore delegato di Illycaffè: «Starbucks in Italia? È molto interessante. Il nostro compito è comunicare chi siamo e cosa facciamo, poi il consumatore sceglierà. Non si vince cercando di fermare la concorrenza ma cercando di convincere il consumatore a scegliere te». Il giovane produttore di caffè Luca Carbonelli, intervistato da Linkiesta, ha definito l’approdo italiano della catena americana «una benedizione», indicando in «chiusura e presunzione» i difetti del Made in Italy.

 

2.

Per piantare le palme della discordia, Starbucks ha risposto a un bando che cercava privati interessati a creare una nuova zona di verde pubblico: che la provenienza delle palme piaccia o meno (ma anche in questo caso, forse sarebbe opportuno approfondire la questione), andrebbe comunque perlomeno notato che si tratta di un rinverdimento di una zona quasi priva di verde, un’iniziativa che, senza la multinazionale usurpatrice di turno, in altri casi avrebbe raccolto lodi e plausi.

 

3.

Per molto tempo ci siamo lamentati – intendendo un “noi” piuttosto ampio ma definito, che passa per le élite cittadine e unisce ceti intellettuali, borghesie cosmopolite e osservatori delle realtà estere – del fatto che Milano fosse una metropoli europea e mondiale di seconda categoria. Quando, tuttavia, scelte imprenditoriali come quella di Starbucks premiano la città e il suo momento di rilancio, invece di essere contenti che venga considerata come una grande metropoli occidentale, ricominciamo a vagheggiare l’autarchia.

 

4.

Cazzullo sul Corriere ha chiuso la sua rubrica scrivendo una frase a tinte più che vagamente xenofobe: «Sono però curioso di vedere quanti dei 350 posti di lavoro annunciati a Milano andranno a giovani italiani, e quanti a giovani immigrati». La social corporate responsibility di Starbucks, delineata in un’ampia sezione del sito della società e portata avanti dalle varie attività della Starbucks Foundation, ha fatto parlare di sé nel mondo per le sue policy di inclusione e diversità: tra i titoli-obiettivo, si legge «creare una cultura di appartenenza, inclusione e diversità». Potrà non piacere ad alcuni editorialisti di via Solferino, ma a noi sembra una direzione sostanzialmente positiva.

 

5.

Parlando ancora dell’articolo di Aldo Cazzullo, e analizzando la polemica nella sua naturale dimensione mediatica: in quale altro Paese occidentale potrebbe succedere che il quotidiano delle élite più o meno liberali se la prende in quei termini con l’arrivo di una delle aziende economicamente più solide e prestigiose del globo? Ve lo immaginate, il New York Times che lancia strali contro l’apertura di una catena italiana negli Stati Uniti? E che dire delle altre decine di catene americane già presenti sul suolo italiano? Perché non abbiamo protestato quando ha aperto Domino’s? Non ci siamo sentiti umiliati dalla pizza americana?

 

6.

Lo schema che si è dispiegato il 4 dicembre in occasione del referendum è estremamente simile a quello che si è costruito intorno alla protesta dei taxi e alla questione Starbucks e palme. Esiste un fronte di opposizione che unisce per motivi diversi, ma che finiscono per coincidere, destra populista, grillismo, sinistra radicale e qualunquismo alla Cazzullo. Al di là delle questioni di merito, di cui restiamo sinceramente convinti, solo guardare la composizione di questo fronte protezionista-massimalista-nazionalista-reazionario, dovrebbe suggerire a ogni persona intelligente e sensata qual è la parte giusta dove stare.

 

7.

In diverse analisi e commenti  è stata tirata in ballo, spesso strumentalmente, l’amministrazione comunale milanese. Un articolo pubblicato su un blog del Post sostiene, tra le altre cose, che vedere le palme in piazza Duomo «è per l’hipster lealista la prova di un idillio e di una solidarietà ideale assoluta e quasi inconscia con la giunta Sala». Che si tratti o meno di presunti idilli o solidarietà ideali solleticate in una certa categoria di persone, andrebbe tuttavia notato en passant che attrarre investimenti ingenti come quello di Starbucks a Milano – mosse che, come citato poc’anzi, creano posti di lavoro e portano ricchezza in un centro urbano – è ascrivibile ai doveri di ogni amministratore cittadino. Dove i detrattori di palme e caffè americano vedono turpi asservimenti a logiche pubblicitarie degradanti, noi invece vediamo opportunità da cogliere.

 

8.

Nella zona 1, il centro storico milanese, l’apertura di Starbucks ha un’importanza “strategica” anche per la clientela che frequenta le vie attorno al Duomo: nella zona è difficile trovare un locale grande e dagli spazi comodi in cui fermarsi a prendere un caffè, aprire il computer o chiacchierare con la dovuta calma. Starbucks in Piazza Cordusio potrebbe diventare un punto di ritrovo per una certa classe di giovani lavoratori freelance, tra le altre cose, e dare il buon esempio per nuove aperture nelle zone limitrofe. Quante volte abbiamo sentito dire che in Italia non ci sono bar dove poter lavorare connessi o stare seduti consumando un caffè economico per un numero praticamente illimitato di ore?

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