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Aldo Busi

Seminario sulla gioventù, il rifiuto del Pci, il padre, l'omosessualità, il (brutto) giornalismo italiano: il meglio delle interviste di Aldo Busi, tagliato e ricucito insieme.

La seconda Frankenstein Interview è dedicata ad Aldo Busi, che domani compie 66 anni, e sono 30 dall’uscita di Seminario sulla gioventù. La prima è ad Alberto Arbasino e la trovate qui. Ogni domanda modificata, è modificata a fin di bene.

*

Alla fine ho capito questo: nessuno sa come intervistare Aldo Busi. E quando dico nessuno, l’arco va dai giornalisti del Corriere della Sera a Barbara D’Urso, da quelli di Repubblica a Alba Parietti. Nessuno sa come pigliarlo: lo pigliano per grande scrittore e ricevono gli sputi di un satiro trallallero; lo trattano da fenomeno da baraccone e sono contraccambiati da citazioni coltissime.

Il fatto è che Aldo Busi è Napoleone e Giuseppina assieme. Lo è fin da quando è nato, il 25 febbraio 1948, a Montichiari, in provincia di Brescia. Lo è quando partecipa all’Isola dei Famosi; e lo è quando scrive il più bell’incipit del secondo dopoguerra, quello di Seminario sulla gioventù, che quest’anno compie 30 anni e fa così: «Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato».

Caratteri: 18 mila. Interviste lette: 32. Arco di tempo: dal 1987 al 2014. Tra le fonti: la Repubblica, Corriere della Sera, l’Unità, La Stampa, Grazia, Il Venerdì, Il Fatto Quotidiano. Tra le firme: Antonio Gnoli, Marco Travaglio, Paolo Di Stefano, Anna Maria Guadagni.

 

Soddisfatto di sé, Busi?

Fin da bambino volevo fare lo scrittore, mi sembra di esserci riuscito. (La Stampa, 1990)

Che bambino era, che famiglia era la sua?

Mio padre non mi ha amato, così come non ha amato i miei fratelli. Aveva un profondo senso dell’onestà, glielo riconosco, ma era un uomo sconfitto che faceva il padre padrone all’interno della famiglia: noi eravamo i suoi schiavi, mia madre compresa. Forse quello che mi fa un po’ rabbia è che non mi abbia mai insegnato niente. Se non insegni a ridere a un bambino, lui non lo impara da sé, a meno che non sia un genio dell’autodisciplina fino ai masseteri (…). Me ne sono andato di casa a 14 anni e sono tornato ufficialmente a 42. Però, andavo avanti e indietro: avevo nostalgia di mia madre. Mi fermavo poco perché qui trovavo anche mio padre, pronto a picchiarmi. Un bambino così selvaggiamente umiliato, come sono stato io, non poteva che diventare un criminale. Ma io mi sono imposto di essere buono, almeno retto. (Grazia, 2010)

Immaginava di vivere di scrittura già da ragazzo?

Non ho mai pensato di vivere di diritti d’autore. Alla fine uno come me è destinato a rimanere solo. Non ho una famiglia alle spalle che mi protegga. Non appartengo ai clan, non sono iscritto ai partiti. Da sempre detesto la figura dell’intellettuale organico. Che cos’è: un suggeritore, un imbonitore, un servo? Sono disorganico a tutto. (La Repubblica, 2009)

Quello che ho scritto di me, nei libri, è, in termini di cattiveria e di diffamazione in senso corrente, infinitamente superiore a quello che chiunque altro può mai sognarsi di dire.

Però ha provato a entrare nel Pci.

Dunque verso i 22-23 anni faccio sguatteraggio in Francia Germania Inghilterra imparo le lingue e frequento scuole serali ho una vita tribolata e rapporti molto conflittuali con i miei. Sono già completamente politicizzato. Mi sono dichiarato pubblicamente omosessuale a 13 anni. Comunque la faccio corta: a 22-23 anni torno in Italia e chiedo la tessera del partito al segretario del Pci di Montichiari. Lui dice sì, ma niente. Dopo dieci mesi gliela richiedo e niente, insomma alla terza volta ho capito che non me la volevano dare. Figurarsi! A quell’età avevo già letto tutto Pasolini che cominciava a dire dei suoi trascorsi di Casarsa, quando fu scoperto con un amico e gli fu negata la tessera. Guarda te che combinazione, mi sono detto. Lì ho capito che non avrei potuto stare se non dalla parte di me stesso. (l’Unità, 1994)

Tutto questo significa essere liberi, per lei?

La libertà per uno scrittore è come la pialla per il falegname. Io la intendo anche come libertà da me, dalla mia ideologia, dai miei estri, dalla parte indicibile… ma non per me… di ognuno di noi. Quello che ho scritto di me, nei libri, è, in termini di cattiveria e di diffamazione in senso corrente, infinitamente superiore a quello che chiunque altro può mai sognarsi di dire. (La Lettura, 2014)

Considera il rifiuto di allora una fortuna o una disgrazia?

Una grande fortuna! Così non mi sono coartato dentro il Sessantotto. L’ho incontrato tra Parigi e Lille dove vivevo saltando i pasti e dormendo sulle panchine, ma gli studenti mi sembrarono di una piccineria… Si lamentavano di cose incredibili per me che vivevo di sguatteraggio, non potevo assolutamente identificarmi con loro, li sentivo ostili. (Ibidem)

Dopo vari giri in Europa (Londra, Monaco, Barcellona) è volato a New York.

Verso i venticinque anni sono a New York a lavorare in un ristorante italiano dove mi licenziano in tronco per aver parlato del comunismo a un altro cameriere. Lavoro non ne ho più trovato, solidarietà nemmeno: gli italiani all’estero sono persone in gamba ma sono quasi tutti di destra. Sono sopravvissuto con l’aiuto di qualche famiglia ebrea: chi mi faceva pulire un parco, chi imbiancare una casa, chi mi dava da mangiare. (Ibidem)

Com’è arrivato alla letteratura?

Io sono entrato nella letteratura dalla porta principale, lavorando duro per anni alle traduzioni degli altri. Non ho avuto bisogno di essere presentato in giro da Italo Calvino, o di scrivere un romanzo finto-fine ‘800. (l’Unità, 1987)

Come descriverebbe il suo esordio, Seminario sulla gioventù?

Come si fa a descrivere una cosa così compiutamente scritta come Seminario, che ho iniziato a scrivere a quattordici anni, che mi sono portato appresso per vent’anni, che ho riscritto quattordici volte, che ha avuto una gestazione lentissima? Ormai sono finalmente desertico nei confronti di questo romanzo. (l’Unità, 1994)

Ho sempre avuto rapporti pessimi con tutti gli editori, anche con Bompiani, Feltrinelli. Lì, con entrambi gli editori, è difficile parlare, non vengono mai al telefono, le segretarie mi dicevano sempre: è fuori. Ma come? Ci sono i cellulari.

Che dopo Aldephi e Mondadori, a 30 anni dalla pubblicazione, passa a Rizzoli.

L’Adelphi l’ha rimosso, non ne ha mai più parlato, si vede che non ne sono mai stati veramente all’altezza, e all’estero gliel’ho venduto io, non loro. Fare questo contrattino con la Rizzoli è stata una fatica: nove mesi ci sono voluti. C’è un burocratismo, una lentezza esasperante. (…) D’altronde io ho sempre avuto rapporti pessimi con tutti gli editori, anche con Bompiani, Feltrinelli. Lì, con entrambi gli editori, è difficile parlare, non vengono mai al telefono, le segretarie mi dicevano sempre: è fuori. Ma come? Ci sono i cellulari dappertutto, c’è la posta elettronica. Ancora ancora m’avessero detto, guardi, è fuori di testa. (La Lettura, 2014)

Cos’è scrivere?

Scrivere è immolarsi, creare è un sacrificio. Chi mi legge sente il profumo del sangue umano. Ai vampiri abituati al collo non puoi più dire mordi un sedano. La mia miniera è scavata fino all’esaurimento. (La Stampa, 1990)

Si confronta mai con altri artisti?

Non ne ho bisogno, sono un bambino perfettamente autistico. E poi gli scrittori di oggi sono morti, superati. (Ibidem)

Anche gli scrittori italiani?

Non abbiamo scrittori italiani. Abbiamo solo scrittori provinciali, perché la trattativa di un microcosmo in sé, come contenuto, non fa di un romanzo locale un romanzo nazionale, quindi occidentale. Fa un romanzetto, insipido, perché è la lingua che non collima. (l’Unità, 1989)

E i giovani autori?

Questi ragazzi che scrivono non hanno conosciuto la fatica di crescere in famiglie povere e analfabete, non hanno avuto bisogno di combattere per i diritti civili, non hanno subìto processi, cause, pestaggi. Vivono per interposta persona o davanti a un video. (Corriere della Sera, 2011)

Quindi che ne è della letteratura?

Basta guardare i primi venti libri in testa alle classifiche. Sono delle terribili schifezze con un lessico che non supera le 400-500 parole. È evidente che siamo alla fine di una civiltà. Io non mi scandalizzo nemmeno. (il Venerdì, 2013)

Eppure El especialista di Barcellona invita gli operai, le commesse, i neoproletari a leggere. La lettura ha veramente un potere salvifico o è una tenera illusione?

Ma certo che lo ha. Ti dà la possibilità di prendere nelle mani la tua vita. L’immobilità rappresenta il trampolino di lancio di ogni moto. Se tu non sei capace a star fermo, non sarai in grado nemmeno di correre. Leggere per aver consapevolezza di sé, per poi diventare cittadino ed essere presente nelle scelte, anche in Parlamento. È come sviluppare una forza contrattuale. (Leiweb.it, 2012)

Bisognerebbe chiedere alle persone che vivono l’impoverimento della lingua se la loro vita ne viene toccata direttamente e in che misura. Se alcuni perdono il significato di espressioni linguistiche, saranno pure cazzi loro o no?

Gli italiani però non sono dei gran lettori.

Ma che si inculino, senta, gli italiani! Sono tutti grandi e maggiorenni (…) non sono mica “minus habens”. Non c’è più niente da fare: non serve la televisione, non servono gli sconti, non serve più nulla, perché manca la civiltà, punto e basta. Se si pensa che nelle scuole italiane studiano ancora Giosuè Carducci e non sanno neppure chi è Emily Dickinson, come si fa? (Alice.it via Wuz)

Come se ne esce?

Bisognerebbe chiedere alle persone che vivono l’impoverimento della lingua se la loro vita ne viene toccata direttamente e in che misura. Se alcuni perdono il significato di espressioni linguistiche, saranno pure cazzi loro o no? Non faccio alcun moralismo da classe colta privilegiata. Io sono un uomo coltissimo, ma non penso di dover fare la morale a chi non sa la lingua italiana. Non ne hanno bisogno. (il Venerdì, 2013)

E la responsabilità civile degli intellettuali?

Ma chissenefrega. Io la mia responsabilità me la sono presa traducendo e scrivendo. (Ibidem)

Insomma questo Stato non le piace.

Assolutamente no. Mi fa proprio schifo. È uno stato che non mi merita. (l’Unità, 1992)

Provocare per lei è un divertimento o una necessità?

Qualche volta mi diverto e quando non mi diverto provoco ancora meglio, perché è una cosa studiata a tavolino per farvi parlare di me. È per questo che quando voglio che i media parlano di me alla fine parlano di me. (Ibidem)

Una volta si è presentato all’esame per giornalisti professionisti, scrivendo un elaborato fuori misura e definendo porciformi gli esaminatori che l’hanno bocciato.

Mi scuso con i suini. Nella cultura occidentale non si butta via nulla del maiale, l’attuale giornalismo italiano potrebbe essere gettato via tutto. Non ridarò più quell’esame. Voglio solo che mi restituiscano l’originale. Il 5 luglio ci penserà il tribunale. (La Stampa, 1990)

Ma perché si è presentato?

È una storia lunga. Da ragazzo sono stato ferito e offeso da giornalisti che si occupavano di omosessualità. L’espressione più gentile che usavano era «lo squàllido mondo degli omosessuali». Mi sono sempre chiesto: chi sarà mai questa gente, che formazione avrà? Cittadino attaccato da decenni, ho voluto verificare: ho frequentato il corso di preparazione, mi sono presentato all’esame. (Ibidem)

Per lei, dunque, cos’è l’omosessualità?

Una grande leva critica sul mondo. Qualcosa che anzitutto mi ha fatto diventare il più grande scrittore italiano del ventesimo secolo… e poi mi ha dato quel minimo di buon senso. Primo, per disintroiettare il mio cattolicesimo. E poi per disintroiettare qualsiasi forma di ideologia prefabbricata, soprattutto a sinistra. (l’Unità, 1994)

Io non ho mai avuto una relazione in vita mia. Neanche di qualche ora. Per me il sesso è sempre stato una fiammata, magari quattro o cinque fiammate di seguito, rapide, senza tanti ghirigori.

Però ha sempre avuto rapporti conflittuali con la comunità omosessuale.

Lo sa perché sono così odiato dai gay? Ma perché ho svelato i loro altarini, li ho messi a nudo sguantandoli, rivoltandoli cioè come un guanto, un dito dopo l’altro fino a mostrare la parte nascosta, la lanetta pelosa che s’infila sotto le unghie. Beh, con le donne faccio lo stesso. Dopo le checche, loro sono infatti gli esseri più nemici di se stessi. Poveracci entrambi: si sono inventati l’idea di un uomo che non c’è. Di un maschio-totem. Che, tra parentesi, ne ha anche le scatole piene di sentirsi oggetto di un desiderio così fantastico da non essere poi in grado di mantenere le promesse. (La Stampa, 1994)

Le sue relazioni come sono state?

Io non ho mai avuto una relazione in vita mia. Neanche di qualche ora. Per me il sesso è sempre stato una fiammata, magari quattro o cinque fiammate di seguito, rapide, senza tanti ghirigori. (Grazia, 2010)

Vive ancora da recluso, perché?

Fuori incontri gente che è convinta di avere la verità in tasca e pensa di illuminarti. Ma questo non è il paese dei Lumi. Non vedo alcuna speranza di miglioramento. Per questo ho smesso di scrivere. (la Repubblica, 2009)

Che cos’ha fatto in questi anni di silenzio?

Sono stato benissimo. Non ho fatto una bella mazza di niente. Non ho scritto, non sono andato in televisione, non ho avuto sfoghi sessuali. In compenso ho cambiato tantissime stanze d’albergo in Europa. Non c’è stata cosa più bella che staccarsi da tutto e chiudere il rubinetto. Così se mi faranno fuori non ci sarà nessuno che mi rimpiangerà. (Ibidem)

Ha fatto però un sacco di tv. Qual è il suo rapporto con la televisione?

Molto preciso. Ci vado solo se sono pagato. Non la guardo, ma non penso che sia di pessimo gusto parlare di quello che succede in televisione. Anche perché in televisione non è mai successo nulla. (l’Unità, 1992)

Tranne quando ci va lei.

Non mi sono mai assoggettato all’ideologia del contesto in cui mi trovavo, nemmeno a Mediaset. (e comunque, bisogna dirlo, lì pagano bene). La tv è il linguaggio di acculturazione degli italiani: come fa uno scrittore a non andare a conoscerlo? All’Isola dei famosi ho avuto un cachet di 424 mila euro e ho preteso di cambiare due clausole del contratto: volevano che non facessi alcun accenno alla politica e critiche alla religione. Hanno accettato la mia proposta. Allora in prima serata ho attaccato il Papa, perché ogni omofobo nasconde un omosessuale. E siccome avevo parlato di B., Simona Ventura ha invocato la par condicio. Mi ha chiesto: chi è il segretario del Pd? Ho risposto: inesistente. Avevo la palla di cristallo. (Il Fatto Quotidiano, 2013)

Com’è invecchiare?

Invecchiare oggi è un lusso. Bisogna essere molto intelligenti per farlo. Bisogna capire che le cose non vissute sono altrettanto importanti ed escludere alla radice la retorica del rimpianto. Dobbiamo essere grati al corpo che viene meno come a chi non ci ha amato. Che favore ci ha fatto! (Grazia, 2010)

Cosa la fa dannare di più?

Non basta vedermi, voglio sapere come sono visto. È questo il mio inferno. La mia follia mentale che fa sì che io sia equamente distribuito fra tutti i miei personaggi. (la Repubblica, 2010)

Cosa la emoziona di più?

Pensare che tra 100 o 200 anni, un ragazzo come potevo essere io a 15-16 anni, da qualche scaffale sperduto, tiri fuori Seminario sulla gioventù e resti folgorato come sono stato folgorato io per certe letture. (l’Unità, 1989)

 

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