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AAA cercasi nuova Londra

È iniziata la gara per candidarsi a nuova capitale finanziaria (e non solo) d'Europa: tra Parigi, Francoforte, Amsterdam, Dublino, spunta anche Milano.

All’inizio sembrava più che altro un gioco delle parti. Quando ancora la Brexit era un’ipotesi così improbabile da essere considerata ridicola, e si sviluppava sui media il fallimentare “progetto della paura” inaugurato dall’ormai ex premier britannico David Cameron (se usciamo dall’Ue sarà la rovina, era tutto quello che riusciva a dire), le città di mezza Europa avevano iniziato a farsi avanti, pronte a dire che, in caso di Brexit, avrebbero soffiato a Londra il suo ruolo di preminenza, finanziaria e non solo, nel mondo. Sembrava niente più che un bluff, un po’ perché, appunto, alla Brexit non ci credeva nessuno, e un po’ perché come la rimpiazzi la City di Londra? Il fatto che le grandi piazze d’affari europee bramassero i lucrosi scambi e i ricchi banchieri della City in caso di Brexit era posto alla stessa stregua delle minacce sul crollo dell’occupazione, sulla fuga dei cervelli e delle startup, sugli investimenti stranieri che si sarebbero smaterializzati il giorno stesso dell’annuncio dei risultati. Sembrava un gioco delle parti, appunto, un modo poco credibile per mettere in guardia i britannici sconsiderati che si accingevano a votare.

Frankfurt Stock Exchange Reacts To EU Referendum Vote Result

Quello che sembrava un bluff adesso è una scommessa, perché davvero, a sentire i media internazionali e gli analisti, dopo la Brexit banchieri e fondi d’investimento, startup e multinazionali, cervelli in fuga e lavoratori specializzati si stanno guardando intorno dubbiosi, per capire se c’è da qualche parte un porto un po’ meno turbolento di Londra, dove le cattive notizie economiche e gli accoltellamenti politici sembrano susseguirsi senza sosta. Il bottino più ricco è ovviamente quello della City, dove i banchieri, ha scritto il Wall Street Journal, non avevano previsto il risultato del voto britannico e adesso si affrettano a cercare rifugio oltre la Manica. Morgan Stanley, secondo fonti interne sentite dal giornale americano, ha creato un gruppo di lavoro per valutare possibili trasferimenti, Barclays considera Dublino come sua base europea, Citigroup si è data sei mesi di tempo prima di pensare a un trasferimento verso nuovi lidi. Per le capitali europee, fare concorrenza alla City non è facile. Un conto è dire: «Diventeremo la nuova capitale finanziaria d’Europa» quando sei quasi sicuro, come lo erano sondaggisti e scommettitori, che questo non avverrà mai. Più difficile è creare un ambiente aperto e competitivo come quello che la City ha sviluppato con attenzione nel corso di secoli. In pole position nella corsa per la conquista del cuore dei banchieri londinesi, come è facile immaginare, ci sono le più sviluppate piazze d’affari del continente dopo Londra: Parigi, Francoforte e Amsterdam, più Dublino.

I parigini erano così ansiosi di attrarre le ricchezze della City da aver «steso il tappeto rosso» ai banchieri fuggiaschi (così ha detto il ministro dell’Economia Emmanuel Macron all’inizio di giugno) prima ancora del risultato del referendum. Era appena stata annunciata la vittoria della Brexit che già la regione di Parigi inviava quattromila email a finanzieri e imprenditori britannici invitandoli al trasferimento, l’agenzia governativa Business France pubblicava volantini sulle gioie della vita parigina e una delegazione di Paris Europlace, organizzazione che promuove il business finanziario, faceva le valigie alla volta di Londra per perorare la causa della capitale francese. Parigi è già uno dei più grandi hub finanziari europei, è sede di quattro delle dieci principali banche del continente (BNP Paribas, Crédit Agricole, Société Générale, Groupe BPCE), e la grandeur francese ha sempre visto come un affronto lo spadroneggiare dei londinesi: espugnare la City è quasi una questione d’onore.
Brorsa europea

Secondo il Financial Times sono già in corso contrattazioni in fase avanzata tra grandi gruppi finanziari e l’amministrazione cittadina. Ancora il Financial Times, la scorsa settimana, si è chiesto se Amsterdam non possa diventare la nuova capitale finanziaria d’Europa, e il New York Times l’ha messa in cima alla sua lista delle città più desiderabili in quanto a infrastrutture, offerta culturale, uso della lingua inglese. L’amministrazione ha aperto anche un ufficio apposito, il Brexit One Stop Shop, per assistere i residenti con passaporto inglese.

Dublino, infine, appare una scelta ovvia per la stessa ragione che ha spinto tutte le grandi compagnie tecnologiche della Silicon Valley a installare la loro sede in Irlanda: una tassazione societaria favorevolissima e una serie di vantaggi fiscali per le imprese che automaticamente proiettano l’Irlanda come una meta desiderabile. Dublino lavora da anni per diventare un polo di attrazione per i capitali stranieri e anche gli irlandesi, come i parigini, il giorno dopo il voto britannico hanno inviato migliaia di email per ricordare alla City che non c’era bisogno di trasferirsi sul continente per rimanere nell’Ue. Tra quelle citate finora, Dublino è l’unica capitale che offra un grado di liberalizzazione del mercato quanto meno vicino a quello di Londra. Amsterdam applica un nefasto tetto del 20 per cento sui bonus dei banchieri, i regolamenti tedeschi sono piuttosto restrittivi e la Francia da questo punto di vista è un mezzo disastro. Non solo per l’alta tassazione e una legislazione che cementifica il mercato del lavoro, ma anche per una cultura anti business, e soprattutto anti finanza, che permea tutto l’arco politico. Se il presidente socialista François Hollande è stato il grande fautore dell’aliquota al 75 per cento sui ricchi, il suo predecessore di centrodestra Nicolas Sarkozy disse nel 2008 che il «capitalismo finanziario» stava «snaturando l’economia». Secondo uno studio della Federazione bancaria francese, un salario di 300 mila euro all’anno pagato a un banchiere costerebbe alla banca 352.740 euro a Londra, e 471.799 euro a Parigi.

Ma appunto, a cosa servono stipendi faraonici e ricchi bonus se poi non c’è modo di spenderli? Per decenni Londra ha offerto un ambiente multiculturale e stimolante ai suoi banchieri. Al confronto, Francoforte è una noiosa cittadina di provincia e Dublino troppo piccola per ospitare tutti gli operatori finanziari della City. Per questo forse i 101 ristoranti stellati Michelin di Parigi (contro gli appena 15 di Francoforte) hanno un peso maggiore di tutte le tentazioni anti business di Hollande. La qualità della vita, lo stato del mercato immobiliare, l’offerta culturale di una città sono importanti tanto quanto la tassazione e le infrastrutture.
Altre città stanno tentando di attirare il possibile esodo post Brexit. La governatrice della provincia di Madrid, Cristina Cifuentes, ha detto che la capitale spagnola è «la porta d’ingresso per i mercati latinoamericano e africano», e per questo non dovrebbe essere esclusa dalla corsa.

E poi c’è Milano: secondo l’Aibe, l’associazione delle banche estere in Italia, potrebbe diventare la capitale finanziaria del sud Europa. Il premier Renzi e il nuovo sindaco Giuseppe Sala puntano ad approfittare della Brexit per attirare in città non tanto banchieri, quanto agenzie comunitarie che servano da richiamo internazionale. Più precisamente, l’Agenzia europea per i medicinali e l’Autorità bancaria europea. Entrambe hanno sede a Londra, probabilmente saranno costrette a trasferirsi e sono contendibili. Attrarre queste due agenzie è la strategia promossa anche dalla Spagna. Lo ha detto la potente vicepremier Soraya Sáenz de Santamaría, le cui dichiarazioni aprono un confronto interessante e tutto a latitudini meridionali.
Borsa europea Brexit
Ma Londra non è solo finanza, grandi banche e agenzie europee rimaste orfane. Nessuna altra città d’Europa ha una scena di startup, tecnologiche e non solo, tanto vivace e promettente. Qui le candidate al rimpiazzo cambiano, e in testa c’è Berlino, che da tempo è la capitale creativa e innovativa d’Europa, forse anche più di Londra stessa. «Dear start-ups: keep calm and move to Berlin», recitava un cartellone pubblicitario esposto su un camion che circolava per le strade di Londra a inizio luglio, finanziato dal Partito democratico libero tedesco. Berlino punta in particolar modo alle aziende del settore fintech, quelle che forniscono servizi e prodotti finanziari ad alta tecnologia. L’ex cancelliere dello Scacchiere britannico George Osborne, appena pochi mesi fa, diceva che Londra diventerà presto la «capitale mondiale del fintech», ma dalle colonne del Financial Times questo mese il ministro dell’Economia della città di Berlino, Cornelia Yzer, rispondeva che ci sono decine di compagnie del settore che intasano le caselle email dell’amministrazione cittadina chiedendo di trasferirsi da Londra in Germania. Tra queste due pesi massimi come TransferWise, società di trasferimento di denaro fondata dall’estone Taavet Hinrikus ma basata a Londra e valutata oltre un miliardo di dollari, e Revolut, milionaria app per i pagamenti online.

Altre capitali puntano a detronizzare Londra dal primato innovativo. Una mappa fedele dei mercati più interessanti può essere tracciata in base a quali città attirano più società tecnologiche di rilievo. Un elenco abbastanza esaustivo l’ha fatto Quartz. La stessa Berlino ospita startup di successo come Rocket Internet e Soundcloud. Poi c’è Dublino, che ha dalla sua tutta la Silicon Valley. Amsterdam è sede di un’importante società fintech come Adyen, e infine Stoccolma, dove hanno sede Spotify e Mojang, produttore di uno dei videogiochi di maggior successo del decennio, Minecraft.

Le fiorenti compagnie tecnologiche britanniche (per non parlare delle banche d’affari della City) usano per oltre un terzo personale straniero, in buona parte proveniente da altri Paesi europei. Nonostante le tirate dei sostenitori della Brexit contro l’immigrazione intracomunitaria, è questo esercito di ingegneri e broker (ma anche di medici e ricercatori), oltre che di designer, artisti e lavapiatti provenienti da tutta Europa ad aver contribuito in maniera determinante alla vivacità economica del Regno Unito nell’ultimo decennio. È questo l’ultimo bottino che le grandi capitali europee proveranno a spartirsi, l’immigrazione spesso ad alta specializzazione che affolla Londra da sempre, con gran scorno dei londinesi. Tutti, dagli ingegneri spagnoli che lavorano nelle startup londinesi agli imprenditori ai banchieri di Morgan Stanley, aspettano che dai negoziati tra Londra e Bruxelles arrivi il fischio d’inizio del fuggi fuggi generale. Esattamente come la Brexit non era prevista da nessuno, oggi tutti sono pronti al grande esodo da Londra. Ma il sostituto perfetto è quasi impossibile da trovare, i negoziati europei potrebbero richiedere molti anni, e niente è certo nel processo della Brexit. La gara per trovare la nuova capitale di fatto dell’Europa, intanto, è già iniziata.

La Borsa di Francoforte il giorno dei risultati del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea (Thomas Lohnes/Getty Images)
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