Mater Semper Certa
30/07/2012 Articoli

Mater Semper Certa

Balotelli e “la pancia dell’estate.” Quello che i discorsi da bar ci dicono sulla vita reale

di Violetta Bellocchio Stampa

Fino ai primi di Luglio, l’unica storia che conoscevo per sentito dire sul conto del calciatore Mario Balotelli era la semi-leggenda metropolitana per cui lui sarebbe stato picchiato dai suoi compagni di squadra quando giocava nell’Inter. Non era una brutta storia. Mi dimostrava che il calcio era un mestiere pericoloso, mi permetteva di sprecare tre minuti chiedendomi se il gesto si legasse al razzismo o al puro astio tra colleghi, e mi suonava sempre – eh. Un po’ come “fucilato dal suo stesso plotone”.

Oggi la storia che tutti sanno sul conto di Mario Balotelli riguarda il bambino/a che aspetta la sua ex fidanzata Raffaella Fico. Lui dice «non è mio», «l’ho scoperto dai giornali» e «voglio il test del DNA»; lei dice «è suo», «Mario l’ha saputo da me» e «sono contrarissima all’aborto». Si attendono aggiornamenti. Comunque vada, è un successo. Una trama indovinata. Se avete mai sognato di farvi una famiglia solo per dirvi le cose tramite interviste su Chi, siete a posto.

Queste sono storie che piacciono. Arrivano sui giornali per la celebrità di una o entrambe le parti coinvolte, ci restano perché funzionano. La donna di turno può essere presentata come un’approfittatrice o una madre addolorata con la stessa facilità, e lo stesso canovaccio può essere trattato in chiavi diverse, dalla commedia che un tempo avreste chiamato boccaccesca (“ma il preservativo, lui, se l’era messo bene?”) alla tragedia domestica (“poverina!” / “che sgualdrina!”). Le cosiddette “vie legali”, cioé le cause per il riconoscimento della paternità, hanno toccato diversi atleti, tra cui l’assiduo Maradona, e se mi affidassi alla sola memoria potrei maturare l’impressione che l’attore Jude Law sia riuscito a ingravidare qualsiasi donna con cui abbia condiviso una fugace stretta di mano. (L’ultima volta ha detto «non sono stato io!» e a smentirlo è arrivato il test del DNA.) Insomma: ci sono dei precedenti.

I casi celebri, però, non dovrebbero mai fare storia. Se arrivano sulle nostre tavole, è il segno che uno dei due contendenti sta cercando di tirare dalla propria parte “il pubblico”, utilizzando il giudizio morale, la disapprovazione collettiva o una buona dose di slut-shaming per guadagnare punti sulla scala reputazione-risarcimenti-alimenti. Ma i casi celebri veri sono pochi. Molti meno di quanto crediate. Eppure tribunali e DNA vengono trattati come “cose dei famosi”, alla maniera di Scientology o del parto in acqua. O come “roba da fiction televisiva”, il secondo tassello nell’analisi della scena di un crimine.

Questo dice tutto di noi e niente di loro.

Il test del DNA è una cosa che succede. Si realizza in modo indolore, se si attende la nascita del bambino; altrimenti comporta un limitato rischio per il feto, un po’ come (una volta) l’amniocentesi. Cominciano a essere presenti sul mercato test che sciolgono il dubbio intorno alle otto/nove settimane di gestazione, sulla base di campioni di sangue forniti da madre e presunto padre. Non sono troppo economici, ma esistono. Sono comunque lo strumento più affidabile quando c’è da stabilire una paternità biologica. Anche se Raffaella Fico dice «no, il test lo facciamo solo dopo la nascita».

E ora, riportiamo tutto a casa.

Vado a occhio, ma secondo me tra la vostra famiglia e la cerchia degli amici sono capitati almeno tre dei seguenti incidenti di percorso:

1. donna va da uomo, gli dice «sono incinta», lui risponde «affari tuoi»;

2. donna mette al mondo figlio, lo alleva insieme a uomo che non ne è il padre naturale; decidete voi se l’uomo ne è al corrente o meno;

3. donna porta uomo in tribunale perché lui si assuma responsabilità civili ed economiche di figlio che avrebbe contribuito a generare; si arriva al test del DNA;

4. donna si fa mettere incinta tramite omissione o scorretto uso di contraccettivi, per tenersi stretto l’uomo o per riaffermare il proprio staying power qualora lui si dimostri distratto. (Vi lascio immaginare quanto bene funzioni, questa, nb.)

Sono cose che succedono. In Italia, in Europa. Io me le sono viste passare accanto tutte e quattro, e non frequento celebrità. E l’ultimo punto ci porta dritto alla formula magica: Fatti mettere incinta.

Non sono vissuta in un periodo dove “fatti mettere incinta” era un consiglio reale, un esempio di saggezza trasmesso dalle madri alle figlie e dalle amiche scafate a quelle che piangevano sempre. Lo associo alla borghesia, ai tornei di bridge e alle passeggiate sul Faxhall, che la classe operaia, ai miei occhi, ha più un problema di bocche da sfamare. Essersi fatta mettere incinta, però, è anche una delle accuse standard rivolte a una donna incinta, a prescindere dalla realtà del concepimento, nel discorso da bar che inizia con mater semper certa est e termina con – non lo so, Belen e Stefano in spiaggia forse? E può scattare una lieve differenza verbale: se ti ci sei fatta mettere, vuol dire che ci stavi provando tu e basta (e quindi hai scippato la volontà all’uomo); se ci sei rimasta, di solito c’è stata una leggerezza comune. Oppure ci avete provato tanto. Siete andati in Spagna, magari in Olanda.

L’ossessione per lo stabilire chi è il vero papà, comunque, non è iniziata ieri. Ci ha regalato gemme di brutta cultura di massa, come la You Are Not The Father Dance. Ci ha offerto almeno una teoria evolutiva, quella secondo cui, appena nati, gli umani somiglierebbero di più al padre naturale, in modo che, vedendo subito qualche cosa di sé nel viso del bambino, il maschio si senta meglio disposto a dire «eh sì, sono stato io». Intanto, però, culture molto lontane tra loro si affidavano (o si affidano ancora) al principio della matrilinearità, per cui è tramite la donna che passano le cose serie, dal cognome all’eredità. Anna Momigliano mi spiega che all’origine «la ragione per cui l’ebraismo vecchio stampo (che pure è abbastanza patriarcale per definizione) riconosce la discendenza matrilineare» era proprio il desiderio di aggirare questioni biologiche, impossibili da determinare con esattezza, lì e allora. Oggi è un modo per assicurarsi la trasmissione della fede/pratica religiosa. Il bagaglio dei valori, se volete.

Il mantenimento materiale, oh. Quello è un discorso diverso.

I figli sono un argomento controverso, per una che non ne ha, e non si spaccherà la testa cercando di averne. (Guardiamo i lati positivi: non mi sentirò mai diagnosticare un “utero ostile”, e non dovrò spiegare ai piccoli Jesse e Tara Maria da dove gli derivi esattamente quel bel temperamento solare. E no, non ce l’avete solo voi, il diritto di dare nomi stronzi a bambini invisibili.) Ad ogni modo, non mi piace la retorica della maternità come naturale vocazione femminile. Ma mi piace ancora meno la cultura della genitorialità come atto eroico per ambosessi, convalidato da tanti obblighi – i labor videos, l’ossessione per la pancia perfetta, scegliersi o dimostrarsi l’uomo ideale… – e tanti tagliandi futuri, a partire dalla protezione dei minori.

Di certe storie, soprattutto, non mi piace il messaggio. Hanno conseguenze pericolose, come l’idea per cui la vita del figlio – anche ipotetico – vale più di quella della madre e del padre, ma anche l’idea per cui il figlio è un dramma inevitabile, che rovina la festa altrui già prima di nascere. (E la parola che inizia per A non viene mai pronunciata, se non per dichiararsi “contrarissimi”: contenti voi.) Passano il messaggio per cui il maschio è naturalmente propenso a fuggire, negare tutto, dimostrarsi inadeguato e subdolo, mentre la femmina è quella che insegue, pretende, va dall’avvocato, strepita come Santippe nelle vignette della Settimana Enigmistica. Tante cose non mi piacciono, ma a qualcuno piacciono. E pure tanto. Altrimenti non saremmo qui, ad aspettare col fiato sospeso di vedere come si risolve la pancia dell’estate.

Una volta c’era la corsa al delitto dell’estate, e io non me ne perdevo una puntata mentre definivo “morbosi” gli inviati del TG5 asserragliati fuori dal cancellino di Garlasco. Adesso mi sembra che anche la morbosità attraversi la strada quando ci vede.

 

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Violetta Bellocchio

Scrittrice

Violetta Bellocchio cura la rubrica "Donne e Web" per Grazia e la rubrica "Decoder" per E - il mensile di Emergency. Collabora a D - la Repubblica delle donne, Link Magazine, Italic. Il suo primo romanzo è Sono io che me ne vado. Il prossimo libro uscirà per Mondadori nel 2013. twitter @violetta_b
   
  • Christabel

    Ottima analisi. Purtroppo hai ragione, il messaggio che passa è agghiacciante per entrmabi i sessi (comunque Tara Marie non è male come nome…just kidding!).