Donne sottomesse
30/04/2012 Articoli

Donne sottomesse

Fifty Shades of Grey, un romanzo spacciato per hardcore senza esserlo. Da Twilight al masochismo

di Violetta Bellocchio Stampa

«La prima volta che siamo stati a letto insieme mi ha tenuto le mani ferme sopra la testa. Mi è piaciuta la cosa e mi piaceva lui.»

Questo sarebbe l’incipit del libro memoriale Nove settimane e mezzo, pubblicato nel 1978, in cui una persona che si firmava Elizabeth McNeill raccontava la sua breve esperienza da partner sottomessa di un uomo dominante. Ne fu tratto un film, pare molto addolcito nel passaggio pagina/schermo. L’avete visto tutti, o almeno sapete cos’è.

Nove settimane e mezzo è un libro che leggerei volentieri. Riesco a vedere un pezzo di me stessa nella persona che scrive «io», ma non è importante. Mi piacciono quelle due frasi. Mi dicono qualche cosa.

Purtroppo per noi, siamo nel 2012, e io ho appena letto Fifty Shades of Grey.

Fifty Shades of Grey è un romanzo spacciato per hardcore senza esserlo. Viene considerato il massimo esempio del filone mommy porn, porno per mammine, dove le “mammine” sarebbero le autrici e le consumatrici insieme, in quanto donne over-30. Lasciamo stare quanto sia misogina e degradante l’etichetta, sia nei confronti di chi certi libri li legge sia dei libri stessi, orribili o fantastici che siano: questo ha scalato le classifiche negli Stati Uniti, si è beccato la copertina di Entertainment Weekly, i diritti per il film sono già presi dalla Universal. Un successone.

Fifty Shades of Grey è una fanfiction di Twilight.

Chiedo perdono, e pazienza, e cerco di articolare in più punti. Andiamo.

La saga Twilight – libri e film – è stata il fenomeno commerciale più facile da deridere degli ultimi vent’anni. Certo, tanta gente prende in giro i furry, ma i furry sono pochi, si considerano perseguitati e forse un po’ lo sono; comunque formano una cultura sessuale di ultra-minoranza. Non spostano copie, non tengono due dita sul polso delle Masse che Comprano Prodotti. Mentre qui abbiamo avuto legioni di ambosessi di ogni età unite dall’amore per trame finto-horror concepite da una casalinga mormone come strumento di propaganda non troppo occulto, dove “vampirismo” = “il sesso uccide”. Ciò detto, la cosa interessante – e temo involontaria – era il filo masochista che scorreva in sottofondo: il vampiro Edward è ossessionato dall’umana Bella, lui la spia, la segue, la controlla, la guarda dormire; e lei si innamora di lui per via di queste cose. (Se mai, cerca di farsi scopare prima dell’inevitabile matrimonio. Niente.) Lo spunto è stato colto da parecchie lettrici, che, quando hanno voluto scrivere storie ispirate a Twilight hanno puntato sul lato sottomissione/dominio. Come Fifty Shades.

La pubblicazione, qui, è stata resa possibile dal fatto che si trattava di una storia AU, alternate universe, con un nuovo scenario per gli stessi personaggi; per trarne denaro è bastato cambiargli i nomi (e poco altro, pare). E’ il primo caso in assoluto? No. Di fanfiction di Twilight diventate romanzi ne esistono decine. Segno che tante piccole case editrici contavano in un simile effetto traino, nei grandi numeri se non nel prodotto-simbolo, e che forse le trame medie di queste storie erano abbastanza generiche da poter essere rivendute come rosa tradizionali cambiando giusto qualche dettaglio.

Sul nuovo boom dei romanzi rosa al tempo dell’ebook ho già scritto, così come sulla teoria e pratica del fanservice nelle narrazioni rivolte alle donne. Vedete lì, poi tornate qui e vi racconto IL LIBRO. L’ho letto tutto perché io non parlo di cose che non conosco. Ci mancherebbe altro, no.

La trama: Anastasia “Ana” Steele è una studentessa prossima alla laurea; incontra per caso Christian Grey, così bello e così fantamilionario; lui la corteggia dicendole «stammi lontano, non sono l’uomo giusto per te», lei si innamora, lui le propone di diventare la sua sub, sottomessa, e passare i weekend insieme, in quella che lei chiama «la Stanza Rossa del Dolore». Appurato che Ana è vergine, Christian la scopa in modalità canonica tre-quattro volte, poi partono i giochetti. Alla fine lui le tira sei cinghiate e lei se ne va. Addio. Lacrime.

(nb - tranquilli, alla fine del sequel lui le chiede di sposarlo, nella stessa rimessa per le barche dove un tempo l’aveva chiavata da dietro appoggiata al divano.)

Fifty Shades parte con la classica struttura del rosa all’antica – ragazza ordinaria viene travolta da ragazzo sofisticato che la porta a scoprire mondi incredibili – ma in realtà, del genere, usa molto di più un altro meccanismo chiave – ragazza indomabile si scontra con ragazzo arrogante e vince su di lui restando se stessa. (Aaaaw.) Eh già: Anastasia può essere intrigata dal mondo sado-maso, ma dice di fare certe cose solo perché piacciono a lui, e lavora perché il rapporto diventi «qualcosa di più». Il sogno di ogni sexpert contemporaneo racchiuso in una pupazzotta che dovrebbe fare da avatar per qualsiasi lettrice donna. Ma qui ti si chiede di accettare un’eroina che non solo è arrivata intatta ai 21 anni, ma non sa cosa sia un orgasmo, non si è mai masturbata, è totalmente ignorante riguardo a corpo, biologia, contraccezione. (E no, non ha ricevuto un’educazione religioso-fondamentalista: lei è così e basta.) E poi, quale sottomissione? Anastasia rifiuta quasi tutto quello che per Christian è roba quotidiana. Nella Stanza Rossa del Dolore ci si entra un totale di tre volte (simmetrico): la prima a mo’ di giro turistico, le altre due per consumarci rapporti la cui componente “bizzarra” non è lontana da quello che voi con ogni probabilità già fate o avete fatto a casa vostra. (Non vi sto sopravvalutando.) Insomma: lei cede mezzo millimetro, lui la guarda ammirato e dice «adoro il suo temperamento, Miss Steele». (Per gli esperti: è come quando nelle storie di Sookie Stackhouse la gente comincia a dirle «ti trovo anche intelligente».)

Poi: criticare la prosa di questo libro è come sputare su una persona in ginocchio, ma una delle ragioni del suo successo è stato il replicare Twilight, nel tono medio (di base non succede niente / ripetizioni di frasi quali «the ghost of a smile» o «my heart beats a frantic tattoo» / descrizioni estenuanti della bellezza di lui / ossessione per il lusso dilatata a co-protagonista) oltre che nel tipo di eroina messa in scena (si sente scialba ma tutti la amano al primo sguardo; ha i difetti “carini” del prototipo, per cui è timida, goffa; sul piano fisico gli equivalenti sarebbero “gambe troppo lunghe”, “fianchi stretti”.) E le parti zozze, allora? Facilissimo: l’estrema standardizzazione di un Harmony medio, con la variante dell’imene frantumato dopo pag. 83.

Forse chi legge un rosa a settimana gradisce una narrazione così, o la sopporta come un male necessario. Però. Qui non ci sono pulsanti mascolinitàventri vellutati; metodo Twilight, no?, e vai di vagina chiamata «downthere». Ho rotto la mia regola d’oro personale - nel mio porno nessuno è vergine cristo – e in cambio ho ottenuto una distanza estetica raggelante rispetto a qualsiasi minuto reale di un corpo umano. Ma ho tenuto duro, perciò sono stata ricompensata da pag. 298, dove, sapendo che Ana ha le sue cose, Christian con mossa fulminea le acciuffa il cordino del Tampax e glielo sfila.

Sono convinta che questo fosse una strizzata d’occhio a una celebre fanfiction di Twilight dove lui si nutre del sangue mestruale di lei, ma non ho ottenuto riscontri, per cui archiviate tutto alla voce Regola 34. In compenso, un’occhiata a Google mi ha rassicurato che altri hanno avuto lo stesso dubbio.

E ora che sapete quello che c’è da sapere su Fifty Shades of Grey, romanzo, passiamo al lato sociologico dell’operazione. E’ brutta, ve lo anticipo.

A intervalli regolari – diciamo ogni cinque anni? – ci viene riproposta la favola del masochismo come nuova frontiera del sesso per signore e signorine. La linea ideologica è questa: tutte le donne hanno conquistato potere e autonomia, perciò obbedire a un uomo è la fantasia definitiva, l’anello d’acciaio chirurgico che conduce al palazzo della saggezza.

A parte l’ovvio - tutte chi? perché dovete dire tutte? perché se no non vi entra il titolo? – e a parte il fatto che viviamo in un mondo dove Rihanna vende milioni di dischi, la parte peggiore è la ciclicità di questa roba. Sembra ieri che al cinema arrivava Secretary (ve lo ricordate?, ragazza masochista diventa schiava dell’avvocato per cui lavora; alla fine si sposano, e lei disubbidisce alle regole fissate da lui, in modo da garantirsi una succulenta punizione.) Secretary, ragazze e ragazzi: cazzata col fischio il cui rapporto «articoli di giornale vs. consumo reale del prodotto» si assestò sul 30:1, però almeno ogni tanto faceva ridere. (“Sorridere”? Me la passate, “sorridere”?) Mentre qui è tutto tragicamente preso sul serio. E allora vai di TENDENZA, con articoli di fondo commissionati a personaggi tipo Katie Roiphe, per assicurarsi il parere femminile sull’argomento.

(Tra parentesi, Katie Roiphe: saggista diventata semi-celebre per un testo pubblicato a 26 anni, The Morning After, in cui sosteneva che il grosso degli stupri erano in realtà rapporti consensuali, e che dietro ogni donna abusata da un fidanzato o da un conoscente si celava una tipetta troppo svelta a togliersi le mutande che poi diceva «oh no! un’altra scopata occasionale! quanto me ne pento!». Dov’è il vostro post-femminismo adesso.)

Sarebbe meglio fermarsi su quella che Louise Kaplan in Perversioni femminili considerava la prima eroina davvero deviante della modernità, Emma Bovary: “perversione” non era tradire il marito, né essere animata da confusi propositi di ascesa sociale, né rifiutarsi di “stare al proprio posto”, ma provare piacere nell’annullare la propria personalità dentro un’idea di Amore Assoluto, cambiare se stessa per appagare l’uomo di turno. Questa sì che è una tentazione. Altro che dialogoni sulla natura del dominio, sul sottile confine tra piacere e dolore, canti gregoriani in colonna sonora e lui che suona il pianoforte all’alba, ed è così colto, intenditore di vini, he knows so much about these thi-i-i-ings. E poi, Santo Dio, possibile che in 359 pagine di “esplorazione sessuale senza limiti” lui non solo non glielo mette nel culo, ma non le viene in faccia nemmeno una volta?

Ecco, vedete? Ci sono cascata. Mi sto atteggiando a quella che qui dentro e là fuori ne ha fatte di ogni, signora mia, mentre la sottomissione non è la mia cultura. Ma i rapporti di potere, quelli li conosco. Come li conoscete voi. Al netto dello scambio di fluidi, sono la spina dorsale di qualsiasi storia cerchiamo di raccontare, la tensione che anima i generi più diversi, i personaggi più diversi.

Mentre leggevo Fifty Shades non ho pensato a quanti capolavori della letteratura mondiale avrei potuto gustare nelle stesse ore. Ho pensato che avrei potuto guardare Misty Beethoven, avrei potuto rileggere Il mio giardino segreto, avrei potuto leggere una fanfiction dove Tom Hardy fa il panettiere, avrei potuto dare la caccia su eBay a una copia di 9 settimane e 1/2 – il libro. Tutti prodotti che mi dicono qualche cosa del periodo in cui sono stati realizzati, se non della persona responsabile. Che dentro hanno una tensione. Una fiamma.

 

 

 

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Violetta Bellocchio

Scrittrice

Violetta Bellocchio cura la rubrica "Donne e Web" per Grazia e la rubrica "Decoder" per E - il mensile di Emergency. Collabora a D - la Repubblica delle donne, Link Magazine, Italic. Il suo primo romanzo è Sono io che me ne vado. Il prossimo libro uscirà per Mondadori nel 2013. twitter @violetta_b