Hype ↓
17:38 mercoledì 7 gennaio 2026
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.
Mickey Rourke è indietro con l’affitto della sua villa di Los Angeles e la sua agente ha lanciato una colletta per evitare che venga sfrattato A quanto pare, l'attore deve al suo padrone di casa ben 59 mila dollari di affitti arretrati. Per sua fortuna, la raccolta fondi sta andando bene.
Uscirà una nuovo giocattolo simile al Tamagotchi ma “potenziato” dall’intelligenza artificiale Si chiama Sweekar, può diventare immortale (più o meno), ricordare la voce del padrone e anche rievocare momenti vissuti insieme.
Il Cern ha annunciato che il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle del mondo, resterà spento per cinque anni a causa di lavori di manutenzione Lo stop durerà almeno fino al 2030 e servirà a potenziare il LHC, in modo da usarlo in futuro per esperimenti ancora più ambiziosi.
Una delle ragioni per cui Maduro è stato catturato sarebbero i balletti che faceva in pubblico e che infastidivano Trump Trump avrebbe interpretato quei gesti come una provocazione e avrebbe quindi deciso di dimostrare che le precedenti minacce non erano un bluff.

La missione impossibile di spiegare i giovani ai vecchi

Intervista a Vincenzo Marino, autore della newsletter zio e di Sei vecchio. I mondi digitali della Generazione Z: con lui abbiamo parlato dell'internet della Gen Z, della fama su TikTok e dei bambini che sognano di fare gli youtuber.

22 Marzo 2023

Una buona prova per verificare l’accuratezza di quelle liste con “le migliori 10 (o 8, 15, 12, 20) newsletter da seguire” è controllare che ci sia zio di Vincenzo Marino. zio è, come da presentazione, «la newsletter che cerca di capire cosa fanno i teenager di oggi quando fissano i loro telefoni», non si scivola mai nel moralismo, non c’è un occhio giudicante, ma non si cade mai neanche nell’errore opposto: la lettura edificante dei giovani che salveranno il mondo. Dallo sviluppo dei temi trattati nella newsletter, per Nottetempo è appena uscito Sei vecchio. I mondi digitali della Generazione Z (edizioni nottetempo), un’indagine tra i consumi culturali dei nati tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Dieci, ma, soprattutto, un’indagine sui meccanismi dei nuovi media e su chi ottiene successo. C’è chi, in cambio di piccoli pagamenti, si fa svegliare nelle maniere più assurde, chi diventa, senza alcuna ragione apparente, di colpo popolare grazie a una capra e poi, con altrettanta rapidità, esce dai radar e resta solo a domandarsi il perché, chi diventa famoso attraverso un tormentone nonsense e pure chi ci riesce attraverso dei semplici panini.

ⓢ Mi pare di capire che tu, da un lato, metta in guardia sul fatto che descrivere una generazione sia impossibile. Dall’altra dici che comunque dei tratti comuni della Generazione Z, soprattutto su cosa sia l’intrattenimento, esistano. Quali?
L’urgenza che ho avuto in questo libro, e che da anni mi porto dietro anche nella mia newsletter zio, è chiarire sin da subito che non credo alle categorizzazioni generazionali: nessuno è l’anno in cui nasce e per questo affine all’altro nato nello stesso periodo. Di certo, però, il panorama sociale e culturale con cui si cresce è rilevante, ed esercita — anche se in modo non uniforme — una sua influenza. Per provare a raccontare questo spaccato ho preso in analisi l’offerta dei contenuti digitali: da un lato perché, stando ormai a decine di ricerche, è in rete che i ragazzi sotto una certa soglia anagrafica trascorrono il loro tempo. Dall’altro, perché i fenomeni di internet sono più facilmente analizzabili di altri, sia in termini qualitativi che quantitativi.

ⓢ Cosa ne viene fuori?
Un panorama nel quale spiccano alcune tendenze più di altre, spesso tenute insieme da un filo sottile: l’esigenza dell’essere visibili, del manifestarsi e dell’uso dei social network come piattaforma performativa piuttosto che come rete di relazioni, per esempio, si sposano perfettamente coi casi in cui la fama istantanea di alcuni personaggi esplode per poi volatilizzarsi dopo qualche mese, con la gigantesca offerta di contenuti “motivazionali”, con le liriche – volendo – iper-liberiste di buona parte della produzione rap contemporanea. Da qui una traccia, che non cerca di definire pienamente una generazione, ma che può aiutarci a disegnare qualche contorno.

ⓢ Perché tutto si riduce, molto spesso, a delle visioni polarizzate di cosa sono i giovani della Generazione Z?
Non credo di avere una risposta precisa, ma voglio provare ad azzardare: la mancanza di comunicazione tra i media mainstream e il pubblico più giovane, tra chi cerca di studiare i fenomeni legati alla cosiddetta Gen Z e i ragazzi stessi, magari anche tra genitori e figli, è tale da indurre a vecchie semplificazioni. Cosa che suona come un paradosso, se consideriamo i mezzi e le opportunità di cui disponiamo oggi. In più, i contenuti creati “per e da” i nuovi utenti della rete appaiono il più delle volte impossibili da comprendere se non si frequentano assiduamente le piattaforme e non se ne colgono i meccanismi. Portando inevitabilmente a una polarizzazione.

ⓢ Il disagio è una condizione inevitabile del successo su Twitch o TikTok?
Per me l’elemento del “disagio”, inteso nell’accezione contemporanea dell’essere ironicamente in pena per sé o per qualcun altro, intercetta perfettamente uno degli spiriti del tempo – quanto meno sui social: l’urgenza di mostrarsi reali, perfettibili, per come si è. Genuini a tutti i costi. Non a caso i contenuti digitali più apprezzati e consumati sono quelli che appaiono più autentici, quasi come fossero girati per caso, apparentemente senza uno sforzo editoriale o pianificazione marketing. E non a caso la pubblicità, in rete, pare sempre più organica nel suo stile e nel suo linguaggio, adeguandosi al gusto. 

ⓢ Nel libro c’è un bel catalogo di esempi.
Che sia dietro il bancone di una salumeria o a bordo di un tir, essere sé stessi senza un effettivo contenuto – magari anche in condizioni che mostrano un reale stato di disagio: psicologico, economico – sta diventando di per sé il vero contenuto. Sono decine i creator italiani che si sono mostrati volutamente in un momento di sofferenza psicologica, provando a parlarne apertamente o a simularne gli effetti per seguire un trend e creare “content”. Così come sono centinaia i video in cui, per esempio, si sfruttano le condizioni di indigenza dei senza fissa dimora per filmare degli improvvisati “esperimenti sociali”.

ⓢ A proposito della quantità sterminata di contenuti, ne vengono ormai prodotti talmente tanti, e gratuitamente, da essere umani in carne e ossa che l’intelligenza artificiale nell’intrattenimento non serve, è come se esistesse già… è così?
Certi tiktok forzatissimi in cui si cerca di far ridere i propri viewer con battute pensate o raccontate male mi ricordano le barzellette di ChatGPT, senza un senso logico e spiegate pure peggio dalla stessa IA. È una teoria interessante, comunque: se pensiamo all’enorme quantità di video pressoché uguali che vengono pubblicati ogni giorno, per esempio. O al tempo speso in diretta dagli streamer a cercare un argomento di cui parlare, aspettando che succeda qualcosa con cui tirarla avanti ancora per un paio d’ore. Probabilmente stiamo passando dall’“overload informativo” a un presunto “overload dell’intrattenimento”: lo dimostra il successo di piattaforme come TikTok – col suo algoritmo entertainment-oriented. O il fatto che, secondo varie statistiche, fare lo youtuber sarebbe diventato il nuovo lavoro dei sogni.

ⓢ Tu citi un sondaggio secondo il quale il 29 per cento dei diplomati e il 30 per cento dei bambini vorrebbero fare lo youtuber, contro un misero 11 per cento che sogna di fare l’astronauta.
In questo caos, ognuno è spronato a fare una cosa prima degli altri, come gli altri, meglio degli altri, spesso per assecondare meccaniche e trend: è quello che succede ogni anno, per esempio, quando ricomincia Il Collegio su RaiDue. E tutti gli youtuber più importanti d’Italia cominciano a parlarne, influenzando le metriche della piattaforma e migliaia di emuli.

ⓢ In questo panorama l’unica chance di sopravvivenza per i vecchi media è quella di diventare generatori di “reactions” per i nuovi media? Non solo Il Collegio, anche il Grande Fratello o Sanremo sono già generatori di meme, trend, parodie e altro.
Quello delle “reaction”, oggi, è sicuramente il modello per eccellenza: permette di allargare la conversazione e di ricreare contenuto, a potenziale beneficio dello show in questione – almeno in termini di awareness, si direbbe nel marketing – e di chi il meme lo crea. Alla fine, citi programmi televisivi che non hanno tanto in comune, se non la fama (anche) digitale che sono riusciti a ottenere. L’unico elemento che forse li associa è la centralità dei protagonisti, le individualità dei personaggi, che con i loro profili possono fare da moltiplicatore della platea potenziale, e declinare naturalmente uno show mainstream in un content digitale – penso per esempio alla fama social di alcuni protagonisti del Grande Fratello, o ai concorrenti-tiktoker del Collegio, o ancora a Sanremo e alla partecipazione sempre più assidua di fenomeni musicali cresciuti in rete. Nella macchina iper-personalizzante dei social, le individualità finiscono spesso per essere premiate. Lasciando ai creatori di contenuti – specie di quelli televisivi – davanti a una sfida: come trovo il modo per diventare rilevante su internet, cercando di non rincorrere le personalità che su di essa sono già diventate famose? Qual è la formula magica? E come faccio a monetizzarla?

ⓢ Alcune delle dinamiche che descrivi, pur se tipiche della Gen Z, si diffondono anche in altre fasce d’età. Perfino gli anziani oggi fanno i video ai bambini che scartano i regali invece di “godersi il momento”. È una mutazione antropologica?
Probabilmente sì. Penso all’impulso immediato che, per esempio al ristorante, muove quasi automaticamente la mia mano verso il telefono appena arriva quello che ho ordinato. O ancora, penso alle centinaia di braccia incerottate che potevi trovare su Instagram nelle prime settimane della campagna vaccinale: contenuti che la piattaforma ha in qualche modo incoraggiato, rendendoci – inconsapevolmente o meno – portavoci di una causa, influencer. In Sei vecchio, una delle tesi di fondo che cerco di far emergere è: sono i giovani, ma siamo tutti. I linguaggi delle nuove generazioni saranno forse inaccessibili per chi non ha modo o voglia di provare a capire, il loro modo di approcciare al reale è certamente influenzato dalla loro esistenza online più del nostro, ma le piattaforme e gli strumenti sono gli stessi. E modellano pian piano le nostre diete culturali, le nostre relazioni sociali, le nostre abitudini, le nostre velleità.

ⓢ Nel libro non entri nel merito di chi usa i social per le “buone cause”. È impossibile evitare le dinamiche di cui abbiamo parlato e di cui scrivi? (Perdita del controllo, spersonalizzazione, dipendenza, etc).
Assolutamente, c’è modo di usare i social in modo sano ed esistono diversi esempi in merito: mi viene da pensare a chi sta provando a fare del buon giornalismo attraverso Instagram e TikTok, sfidando però un oceano di distrazioni in cui ognuno è potenzialmente in grado di distrarci con qualsiasi altro mezzo. Sono dinamiche che cambieranno, probabilmente, con l’aggiornarsi delle piattaforme e i loro relativi algoritmi: quello che è diventato TikTok oggi, e quanto sia ormai rilevante dentro e fuori dalla rete, era quasi inimmaginabile tre anni fa – ossia quando usavamo i social media in modo ancora diverso, se ci pensi. Poi: chiaramente è complicato immaginare scenari futuri. Ma la sensazione che ho è che l’offerta social di oggi – caratterizzata da una certa facilità nel poter diventare famosi e virali in modo quasi casuale – abbia intercettato una domanda preesistente, umanissima, ancora non pienamente ascoltata prima: il desiderio di essere visti da più persone possibile, nel modo più semplice possibile, e amati per quello che si è. Magari questo non cambierà più. E sarebbe un po’ spaventoso.

Articoli Suggeriti
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano

S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.

Béla Tarr era talmente diverso che si è inventato un cinema che solo lui poteva fare e nessuno potrà mai imitare

A 70 anni è morto una leggenda del cinema europeo e dell'arte del Novecento, un uomo che con la macchina da presa ha cercato di compiere due missioni: dire la verità e fare la rivoluzione.

Leggi anche ↓
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano

S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.

Béla Tarr era talmente diverso che si è inventato un cinema che solo lui poteva fare e nessuno potrà mai imitare

A 70 anni è morto una leggenda del cinema europeo e dell'arte del Novecento, un uomo che con la macchina da presa ha cercato di compiere due missioni: dire la verità e fare la rivoluzione.

Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount

L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.

Con il suo finale, Stranger Things si è dimostrato all’altezza di tutti i classici che lo hanno ispirato

Dopo dieci anni, e con un'ultima, grande sorpresa, è giunta al termine quella che è senza dubbio la serie Netflix più rilevante e amata di sempre.

Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film

Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.

Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki

Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.