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Perché non sappiamo più fare la rivoluzione, secondo Vincent Bevins

In Se noi bruciamo ha raccontato tutte le contestazioni e le rivolte dell’ultimo decennio. Abbiamo parlato con lui di rabbia, repressione, e della rara e famosa pars construens.

10 Ottobre 2024

Se noi bruciamo è il secondo libro di Vincent Bevins, pubblicato da Einaudi. È un racconto di tutte le proteste popolari scoppiate negli anni Dieci: in Tunisia, Egitto, Bahrain, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Corea del Sud, Cile. Bevins racconta le speranze e le delusioni di queste proteste, dando voce a chi vi ha preso parte. E si chiede: come possono funzionare queste rivolte? Bevins è nato a Santa Monica, ha quarant’anni, è stato corrispondente dal Brasile e dall’Indonesia per il Financial Times, il Los Angeles Times e il Washington Post.

Come ti è venuta l’idea di scrivere Se noi bruciamo?
Non ho scelto di interessarmi alle rivolte popolari, è un fenomeno esploso fuori da casa mia a San Paolo, in Brasile, nel giugno 2013. Da lì, mi sono appassionato. Nel 2019, subito dopo l’uscita del mio primo libro, ho deciso di ampliare le ricerche. Ho trascorso quattro anni in giro per il mondo, intervistando circa 250 persone provenienti da 12 nazioni diverse e leggendo i libri più rilevanti sull’argomento. Ho scritto Se noi bruciamo in quattro anni, dopo averlo concepito per un decennio.

Pensi sia vero che, come diceva Churchill, la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che sono state sperimentate finora?
Io e Churchill abbiamo una concezione diversa di cosa sia una democrazia. Il mondo è cambiato. Se consideri democrazia soltanto la gestione formale di elezioni periodiche, penso che sia una forma di governo imperfetta. Nel contesto di Churchill ci sta guardarsi intorno e vedere il fascismo, i totalitarismi, e considerarli inferiori. La democrazia, però, non dovrebbe essere soltanto l’esistenza di processi che selezionano i leader, ma un sistema dove i leader rappresentano davvero il popolo, dove gli elettori hanno un potere decisionale, non solo di scegliere se sarà questo o quel partito a governare. Le prime proteste sui generis sono nate alla fine del ventesimo secolo, e sono esplose negli anni Dieci. Oggi gli eletti rispondono alle élite economiche, non ai cittadini. C’è differenza fra i finti processi democratici e le democrazie nel vero senso della parola.

In Italia abbiamo il Movimento 5 Stelle, utile strumento per incanalare la rabbia popolare in un partito tutto sommato innocuo. Hai seguito le vicende italiane negli ultimi anni?
Ho incluso nel libro soltanto le proteste di massa così grandi da rovesciare un governo, o destabilizzarlo obbligandolo a profonde riforme. C’è però un fenomeno parallelo: l’antipolitica come risposta a crisi di rappresentanza nel sistema globale. È successo la scorsa decade in molti Paesi, uno di questi è l’Italia. In Brasile nel 2010 un clown si è candidato alle elezioni con lo slogan: «Votate per me, le cose non possono andare peggio». Questa soluzione, cioè premiare chi dice “votami, sono un outsider quindi farò meglio di chi è già lì, sto sfottendo il sistema, sfrutto un potere alternativo, magari perché sono ricco o una celebrità”, è emersa come strategia politica. È il contesto dove sono nati i 5 Stelle. Comunque, anche se ti presenti alle elezioni gridando che odi il sistema, se vinci poi devi governare. Un outsider non è più illibato delle persone all’interno delle istituzioni. Donald Trump è l’esempio perfetto, come Zelensky, Macron, Obama.

Boris Johnson?
Anche lui. Spesso, chi si definisce alieno alla stanza dei bottoni mente. Boris Johnson appartiene per nascita alla casta che domina il Regno Unito. Donald Trump è un miliardario che finge di essere un imprenditore immobiliare, quando in realtà è un ereditiere che adora stare in televisione. La Brexit è stata alimentata dall’antipolitica, prima di trasformarsi in un autosabotaggio. L’antipolitica, così come il populismo di destra, è una pessima soluzione a problemi reali. È facile dire io non sono parte di questo, io farei meglio. Le cose si possono migliorare anche dall’interno. C’è il rischio altrimenti di scadere nell’autoritarismo alt-right, vedi Bolsonaro in Brasile. Liberiamoci dai partiti politici, dalla lotta e dal dibattito, l’essenza della democrazia, e affidiamoci a un uomo forte, a un gruppo di uomini che rappresenteranno l’intera nazione. Questo è lo sbocco più pericoloso.

Secondo te è possibile immaginare oggi una rivoluzione negli Stati Uniti? Non tipo il 6 gennaio, qualcosa di più sistemico.
C’è una regola generale, nella storia dei movimenti rivoluzionari: di solito, arrivano di fretta e inaspettatamente. La Storia può bussare alla porta quando meno te l’aspetti. Posso immaginare nel mio Paese il collasso di una società che crea un vuoto di potere? È possibile, gli Stati Uniti sono un sistema politico potente ma disfunzionale. Temo però che, se succedesse fra poco, predominerebbero le frange più di destra dell’esercito. Una milizia estremista vincerebbe comodamente terribili battaglie combattute per strada.

In Italia, al confine della cortina di ferro, negli anni ’70 il Partito comunista aveva il 30 per cento dei voti, e movimenti rivoluzionari di estrema sinistra ottennero un grande potere. Secondo alcune teorie, questi sommovimenti popolari morirono quando l’eroina venne introdotta nel mercato italiano dalla Cia per assopire i giovani, e spegnere le loro velleità rivoluzionarie. È realistico immaginare un simile disegno manipolatorio dietro al boom dei social media, perfetto strumento per depotenziare le proteste, confinandole sul telefono?
Non servono dietrologie, sappiamo per certo che negli ultimi vent’anni l’esplosione di aziende che sviluppano social media, guidate dal profitto e dalla pubblicità, ha profondamente trasformato la percezione umana del senso di comunità, del mondo, della politica. Siamo cambiati, da un punto di vista cognitivo, dal costante rapporto con i social media. Non è internet in generale ad aver inquinato il modo in cui le persone interagiscono, la colpa è di un modello d’impresa nato in California che prevede l’appropriazione di infrastrutture pubbliche da parte di un gruppo di oligarchi che hanno scoperto la formula per massimizzare i profitti: aumentare il tempo che passiamo incollati allo schermo del telefono. 

C’è anche l’influenza politica, vedi il caso di Elon Musk.
Elon Musk usa il potere economico per cambiare il discorso pubblico. I social media sono stati creati negli Stati Uniti, una delle società più individualiste. È molto semplice spiegare cos’è accaduto, quanto sia stato un fenomeno sconvolgente. È difficile levare internet a questi oligarchi, riprenderlo, creare un movimento democratico per rendere pubblico ciò che avrebbe già dovuto essere esserlo. Immaginiamo cent’anni fa, ai tempi dell’invenzione del telefono: cosa sarebbe successo se le persone che sostenevano di averlo inventato, invece di fornire servizi ai cittadini, si fossero arrogate il diritto di manipolare le tue conversazioni per tenerti in linea più tempo possibile, magari mettendo la pubblicità a metà chiamata?

Hai fatto a lungo un mestiere da sogno, il corrispondente dall’estero. Che cosa ne pensi del citizen journalism?
Gli strumenti che fornisce internet sono un’aggiunta positiva all’ecosistema dei media. È un bene che una persona comune, non stipendiata da un’organizzazione, possa registrare l’intervista a un attivista di un movimento locale e pubblicare il video online. Nel frattempo il giornalismo professionistico, una parte importante della democrazia e della civiltà negli ultimi cinquecento anni, sta morendo perché non c’è più un modello di business sostenibile. Il giornalismo come vocazione, qualcosa che fai perché servono delle abilità e una dedizione a tempo pieno, sta sparendo. Dovremmo trovare dei modi per salvarlo. È difficile, penso ci sia bisogno di progetti politici, non di un piano aziendale. Non si può creare un modello economico innovativo, ci vuole un movimento per proteggerlo. Se non lo creiamo, il giornalismo scomparirà. E, dato che sta morendo, qualsiasi cosa che testimonia la prima bozza della storia va bene. Il problema è che il citizen journalism sembra rispondere alle stesse logiche dei social media, spesso viene messa in risalto la cosa più scioccante, strana o scandalosa. E questo non per colpa di quello che il giornalismo partecipativo è o può essere, è colpa dei social media. C’è il rischio che le aziende di marketing e pubblicità prendano possesso dello spazio che una volta era dei giornali, spacciandosi per attività editoriali.

Se dovessi ritrovarti leader di una protesta popolare, quali sarebbero le tue prime tre richieste all’autorità?
Idealmente, ci potrebbe essere un tumulto se il governo commettesse abusi evidenti. Bisognerebbe rispondere organizzando gli attivisti in un sistema democratico all’interno del movimento per eleggere i rappresentanti e responsabilizzarli. Sarebbe necessario creare una lista di riforme. E, ovviamente, ci vuole una forte partecipazione popolare. Così quando vai dal governo con le tue domande, dopo una preparazione strategica, puoi dire: guarda, ho questo milione di persone, sono dietro di me e li rappresento davvero. La prima cosa che chiederei è tre pasti gratis al giorno nelle scuole pubbliche. Ci sono persone affamate in America. Potremmo chiamarlo il Black Panther Breakfast Program. Il governo non può rifiutare, e miglioreremmo gli Stati Uniti.

L’Italia in confronto è un paradiso socialista, qua tutti i bambini hanno pasta e pizza gratis a scuola.
Anche il Brasile. Questo è un buon modo di negoziare. Chiedi una cosa grande, che non riuscirai a ottenere, ma fai nascere una conversazione.

“Siate realisti, chiedete l’impossibile”, come dicevano nel ’68.
Nel 2020 molte persone in America hanno chiesto di abolire la polizia. Una richiesta troppo radicale per essere accettata, ma che ha fatto nascere un dibattito sullo status quo. Non puoi sperare di sfamare tutti i bambini del mondo, ma puoi accendere la scintilla che mette in moto un dibattito. Pasti gratis a scuola, e cercare di rendere gli Stati Uniti un Paese che non si senta al di sopra delle leggi internazionali. Sarebbero due belle conquiste.

Aggiungerei, come terza, ospedali gratis. Ultima domanda: pensi che il cambiamento climatico sarà la forza che, in futuro, ci obbligherà a cooperare?
Lo spero. Ci sono molte possibilità in questo scenario apocalittico, tra cui l’inevitabilità di una collaborazione globale. Molti ostacoli la impedirebbero, ci vorrebbe un lavoro profondo, al momento improbabile, fra agenti internazionali. Le catastrofi climatiche aumenteranno l’immigrazione verso le nazioni più ricche, che potrebbero rispondere con violenza. Questo sarebbe catastrofico per la maggioranza dell’umanità, che casualmente non è nata nel mite bacino nord atlantico.

Questa intervista è tratta dal nuovo numero di Rivista Studio, “C’era una volta l’America”: compralo in edicola oppure sul nostro store, cliccando direttamente qui!

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