Dopo quasi due anni di polemiche, accuse e processi per terrorismo, i Kneecap avrebbero potuto abbassare i toni e mettersi al riparo. Con FENIAN hanno fatto esattamente il contrario.
I Kneecap sono finalmente arrivati in Italia, con un tour estivo attesissimo in tutto il Paese. Di loro abbiamo già parlato in altre occasioni qui su Rivista Studio: ci siamo fatti affascinare la prima volta dalla testardaggine con cui hanno fatto della lingua gaelica (Gaeilge) un condizione imprescindibile, dal modo in cui si sono ostinati a parlare sui più importanti palcoscenici del mondo nella stessa identica maniera in cui parlavano nel loro quartiere a West Belfast. Ora i Kneecap, freschi ancora del successo del loro nuovo album FENIAN, arrivano nei festival italiani: della prima tappa a Segrate, a Unaltrofestival, avrete già visto i video e le foto sui social. Ora li si aspetta al Sequoie Music Park di Bologna, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma e all’Eremo Club di Molfetta (Bari). Quella che segue è la chiacchierata che abbiamo fatto con Naoise Ó Cairealláin, nome d’arte Móglaí Bap, nel backstage, poco prima del concerto a Milano.
ⓢ Prima di diventare i Kneecap, eravate solo tre amici che passavano il tempo a West Belfast. Qual è stato il momento in cui avete capito che questa amicizia poteva trasformarsi in un progetto musicale?
Allora, eravamo a Belfast, era il 2017. Nove anni fa, assurdo! Vivevo con Mo Chara, vivevamo insieme, facevamo festa insieme. Quindi penso che i Kneecap siano nati perché c’era questa nuova identità di cui io e lui facevamo parte, quella di giovani che parlano irlandese e vivono la loro città così com’è. È una cosa che penso non fosse rappresentata nella musica dell’epoca… La gente non sapeva che i giovani parlassero irlandese nella città di Belfast. Parlano irlandese nelle zone rurali, in campagna, ma in città è una cosa abbastanza nuova. Quindi i Kneecap sono nati da qui: noi che ci divertivamo con questa lingua, che parlavamo irlandese insieme. Non c’era molta musica contemporanea che facesse quello che volevamo fare noi, quindi in parte è successo tutto perché volevamo averne di più, di quella roba. E l’unico modo per avere più musica come la volevamo noi era farla noi. Quindi l’abbiamo fatta per divertimento e poi è decollata, e fortunatamente ora sono dove sono.
ⓢ Il vostro sound è un mix di hip-hop old-school, cultura rave e rabbia. Come funziona il vostro processo creativo? E come riuscite a bilanciare le vostre tre diverse visioni creative?
Quando stai insieme a qualcuno tutto il tempo, si sviluppa una specie di sincronia. È una cosa che porta ad avere un rapporto che non è nemmeno basato sulla parola. Questa sincronia, come faccio a spiegartelo… Quando sei con qualcuno tutto il tempo, sviluppi un po’ la stessa mentalità: il tuo orologio biologico si sincronizza, si inizia a parlare allo stesso modo, persino i corpi fisici finiscono per assomigliarsi un po’. Spesso abbiamo un’idea tutti nello stesso momento, capita che io abbia un’idea e gli altri abbiano un’idea, e poi scopriamo che abbiamo avuto tutti più o meno la stessa idea. È perché passiamo così tanto tempo insieme, abbiamo gli stessi input, quindi finiamo per avere gli stessi output.
ⓢ Siete sempre insieme? A parte nel lavoro, anche nella vita privata?
Sempre insieme, siamo amici.
ⓢ Per molto tempo, la lingua irlandese è stata percepita fuori dall’Irlanda come qualcosa di accademico o tradizionale. Voi l’avete portata nei club e sul palcoscenico globale. Cosa vi ha spinto a usare il gaelico? Non avevate paura che potesse risultare incomprensibile e quindi inaccessibile per il pubblico?
La maggior parte delle persone… sono solo tipo 120 mila persone che lo parlano quotidianamente in Irlanda. Più persone lo capiscono, ma solo 120 mila lo parlano ogni giorno. Ovviamente c’è stato un processo di colonizzazione così lungo, c’erano così tanta vergogna e sentimenti negativi verso la lingua, ecco perché la gente ha smesso di parlarla, perché ti dicevano che eri arretrato, che se la parlavi eri un incivile. I giovani la parlano un po’ di più adesso, c’è meno vergogna a riguardo, meno imbarazzo dato dal fatto che siamo così vicini all’Inghilterra, e a quella cultura occidentale, a quella sfera d’influenza inglese, a quel mondo inglese, a quella musica pop inglese e americana. Quando ero ragazzino guardavamo sempre all’America o all’Inghilterra per la musica, ma ora che siamo più grandi… Ora la gente sa com’è l’America. La cultura americana è piuttosto vuota, penso che le persone stiano guardando più all’interno, non so se mi spiego. Verso la propria cultura, e la lingua irlandese può dare agli irlandesi più sostanza di qualunque cosa l’America abbia da offrire, cultura pop o che altro. Quindi, tornando al gaelico. Ci sono più persone che lo parlano e c’è ancora molta strada da fare, ma quando i miei genitori erano giovani non c’erano scuole di lingua irlandese nel Nord, perché era fondamentalmente illegale. Quindi non potevi impararlo, non potevi andare in una scuola che fosse tutta in irlandese, non ce n’era nessuna prima del 1972. Quindi i miei genitori, gli amici dei miei genitori, hanno aiutato a far partire le scuole. Io sono cresciuto parlando irlandese. Mo Chara, per esempio, è andato alla scuola di lingua irlandese ma nessuno della sua famiglia parla irlandese, perché ai suoi genitori non è stata data l’opportunità di imparare l’irlandese. Quindi le nuove generazioni semplicemente stanno avendo le opportunità. Per dire, la più grande scuola di lingua irlandese in Irlanda è ora a Belfast, quando non ce n’era nessuna appena 40 anni fa. Lo sapevi che nella scuola secondaria si è iniziato a parlare il gaelico solo nel 1991?
ⓢ A Belfast la politica è ovunque. Sarebbe stato possibile per voi fare musica senza parlare di politica, confini e identità, o la musica è automaticamente un atto politico per un ragazzo di West Belfast?
Ovviamente puoi fare musica senza fare politica, c’è un sacco di musica che non parla di politica. Ma penso che ciò che è politico per una persona non è politico per un’altra persona, è soggettivo, sai. Per capirci: il modo in cui noi vediamo l’identità o il modo in cui usiamo la lingua irlandese è un fatto che la gente vede come politico. Ma non lo è davvero. Non dovrebbe esserlo. È solo una lingua. È la lingua nazionale di quel Paese. Poi noi tre abbiamo la consapevolezza che non si possono separare le persone e la politica o la musica e la politica, ed è da lì che viene la nostra musica, questa è la nostra certezza. Penso che la musica mainstream e l’arte mainstream cerchino sempre di tenere lontana la politica perché non vogliono che le persone abbiano questa consapevolezza, cioè che la politica è una parte della vita quotidiana, perché poi le persone, avvicinandosi alla politica, potrebbero iniziare a vedere il cambiamento. E a pretenderlo. È un po’ come quando erano sulla scena gli NWA, o qualsiasi altra band politica: quella era una minaccia più grande per la cultura mainstream rispetto alla musica sulla violenza o sull’edonismo o che altro. Non vedi più davvero musica tipo quella che facevano gli NWA, infatti. Penso che le major virino verso la cultura pop, cioè verso il materialismo. Noi, dal canto nostro, abbiamo capito che se non ti fai coinvolgere dalla politica, la politica si occuperà comunque di te, ti fotterà comunque, quindi tanto vale avere una consapevolezza politica. Così poi possiamo contribuire a cambiare le cose.
ⓢ Nel nuovo album attaccate direttamente Keir Starmer, definendolo un «armatore del genocidio» a causa del sostegno militare a Israele. Di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza, la solidarietà con la Palestina è l’unica posizione possibile per voi. Quando la politica di Londra cerca di censurarvi o ostacolarvi, come gestite questo scontro?
Penso che essere irlandesi e avere il governo britannico che cerca di etichettarci come terroristi… Succede da molto tempo in Irlanda: le persone che conosciamo, i nostri parenti, membri della nostra comunità, sono state incarcerate o etichettate come terroristi già in passato. C’è una lunga storia a riguardo, in Irlanda. Sai, quello che abbiamo passato noi, Mo Chara nello specifico (accusato di terrorismo per aver pubblicamente inneggiato a Hezbollah, sventolandone la bandiera, durante un concerto a Londra, nel 2024; accusa che la magistratura britannica ha respinto, ndr), è stato brutto, ma non so se hai presente il movimento Palestine Action (un’organizzazione britannica pro Palestina che vuole porre fine alla connivenza del mondo con «il regime genocida e di apartheid» di Israele, inserita dal governo britannico nella lista della organizzazioni terroristiche ai sensi del Terrorism Act del 2000, ndr) e quello che hanno fatto di recente: quattro ragazzi di appena 22 anni si sono introdotti nella sede di un produttore di armi e si sono beccati condanne a sei, a otto anni di carcere. La stessa identica cosa succede in Irlanda da molto tempo, ora sta succedendo in Inghilterra perché penso sia un po’ come… Vedi, alla fine il terrore che questi Paesi perpetuano all’estero, alla fine quel terrore si sversa inevitabilmente anche a casa, dentro i confini nazionali. È un po’ come l’America, pensa al modo in cui portano il terrore in Iran o in questo o quel posto del mondo. Ora se lo ritrovano in casa, il terrore, ora hanno l’ICE. Lo stesso vale per l’Inghilterra: l’hanno fatto in Irlanda ma ora lo fanno in casa loro. Fortunatamente, noi abbiamo un buon management, dei buoni amici. una grande famiglia, questo ci ha aiutato a superare tutti i guai con l’Inghilterra.
ⓢ In questo momento l’Irlanda è al centro della scena musicale mondiale, con il rap, con il rock, con il folk. Perché secondo voi il mondo intero è così affascinato dal sound e dalle storie che arrivano dall’Irlanda in questo momento storico?
Penso che ci sia una crescente autostima, una crescente fiducia in Irlanda, una cosa che probabilmente ha iniziato a esistere già un po’ di tempo fa. Però per molto tempo abbiamo sempre guardato verso l’America, verso l’Inghilterra, come ho detto prima, per ottenere il riconoscimento della nostra stessa cultura. Siccome soffrivamo di questa mancanza di fiducia, la cercavamo sempre all’estero. Ma negli ultimi 20 anni stiamo guardando sempre più verso “l’interno” per avere questo riconoscimento, stiamo cercando l’approvazione degli irlandesi, stiamo creando una cultura e un’arte per la nostra gente, per il bene della nostra cultura invece che per l’esportazione all’estero. Secondo me è questo che attrae le persone, questa fiducia le attira. E anche la varietà, perché non ci siamo solo noi ma anche i Fontaines, i Mary Wallopers, i Gurriers, ci sono così tante band diverse e generi diversi che uniscono tutti. L’Irlanda è veramente affascinante, in questo momento. E secondo me ha tutto a che fare con la fiducia degli irlandesi. Questa è la mia teoria.
ⓢ Il vostro ultimo album vanta un’incredibile collaborazione con Kae Tempest. Com’è nato questo legame e com’è stato fondere il vostro stile con una voce così potente e poetica?
È successo perché stavamo lavorando con Dan Carey, il produttore che ha lavorato con Kae in passato. Volevamo fare una canzone un po’ diversa dal nostro solito e volevamo farla con una cantante speciale. Non la faremo live fino a che non riuscirò ad avere Kae a cantarla, a proposito, perché voglio che la prima volta che la suoniamo Kae sia lì. Penso che quello sia il mondo di Kae, un mondo più emotivo. Quando ho avuto l’idea di fare questa canzone sono andato da Dan e abbiamo lavorato assieme sulla musica. A volte le cose succedono come in una sorta di progressione naturale e Kae… Era proprio lì. È stato perfetto. È stato davvero forte. Ecco com’è venuta fuori la collaborazione con Kae: lei era in studio e ha fatto la strofa. È stato bello vedere una persona diventare vulnerabile mentre canta, in un piccolo spazio come uno studio, poi. È stato un grande privilegio.
ⓢ Avete iniziato solo con una bomboletta spray e un microfono, ora avete un pubblico globale. Qual è il consiglio che dareste ai ragazzi che oggi vogliono iniziare a fare musica?
La vostra salute mentale sarà sicuramente messa alla prova, se fate musica. In irlandese abbiamo questo proverbio: «Tús máith, leath na hoibre», (tradotto letteralmente: l’inizio è metà del lavoro, ndr). Quindi non metterti a pensare alla fine prima ancora di cominciare, pensa che nel momento stesso in cui inizi sei già a metà strada. Se hai intenzione di fare qualcosa, non ci pensare troppo. Basta iniziare a fare musica. Devi solo… devi solo provarci, capisci? Farlo perché vuoi farlo, perché ti diverte. Devi superare quella paura che avverti quando pensi al prodotto finito. Se pensi troppo, ti innervosisci e basta.
ⓢ State finalmente portando il vostro show dal vivo in Italia, Unaltro festival, Sequoie Music Park di Bologna, per poi scenderete verso Roma, Molfetta e Bari. Che cosa vi aspettate dal pubblico italiano?
Penso che il pubblico sarà fantastico. Credo che l’Italia, un po’ come l’Irlanda, abbia una forte coscienza sociale: la politica qui è una parte importante della musica. Ci sono anche degli episodi storici famosi che legano i nostri Paesi, tipo quella della donna irlandese (Violet Gibson, ndr) che cercò di uccidere Mussolini, quella che gli sparò. Se vai a cercare informazioni su di lei, scopri che non era un’attivista politica, credo fosse semplicemente una cattolica e che avesse fatto tutto da sola, perché un po’ matta. Ci ha provato ma non ci è riuscita… Alla fine a Mussolini lo hanno beccato comunque, però. Ma dicevi del pubblico: mi aspetto un pubblico davvero casinista, un’energia pazzesca, da comizio politico, con un sacco di mosh pit e un vero e proprio delirio sotto il palco. Vedremo tra poco.
