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04:19 mercoledì 24 giugno 2026
Olivia Rodrigo ha annunciato un festival musicale con una line up di sole artiste donne per raccogliere fondi a sostegno delle donne Si chiama Daisy Chain Fields: sul palco si esibiranno Stevie Nicks, Karen O, Chappell Roan, Mitski, Doechii, le Katseye e tante altre.
Dopo averne licenziati quasi 10 mila, Zuckerberg ha ordinato ai dipendenti di Meta sopravvissuti ai tagli di «ricominciare a divertirsi» Viene da chiedersi: se un dipendente si rifiuta e si presenta a lavoro di cattivo umore, viene licenziato pure lui?
Fatboy Slim ha fatto un dj set improvvisato e gratuito durante una manifestazione contro l’estrema destra a Brighton E ha commentato tutta la giornata così: «Never been more proud of my hometown. More disco, less fascism».
In Albania un milione di persone è sceso in piazza per protestare contro il resort di lusso di Jared Kushner, il genero di Trump I manifestanti, però, non si accontentano più di fermare la costruzione del resort: adesso vogliono le dimissioni di tutti coloro che hanno approvato il progetto.
Loris Messina e Simone Rizzo sono i nuovi Direttori Creativi di Moschino Il loro debutto è fissato per settembre, alla Milano Fashion Week, dove presenteranno la loro prima collezione ufficiale.
Trump sta combinando un grosso, grossissimo guaio con la Reflecting Pool del Lincoln Memorial a Washington Ha speso 15 milioni di dollari per rifarla come voleva lui. Ora l'acqua è verde perché invasa dalle alghe e la vernice del fondo si sta staccando.
A Berlino sta nascendo una nuova scena musicale che mescola il jazz e (ovviamente) la techno Due generi apparentemente lontanissimi e che, non senza una certa sorpresa, a Berlino hanno scoperto che stanno benissimo assieme.
Lo smartworking riduce la socialità e rovina la salute mentale, secondo una delle più grandi ricerche di sempre sul lavoro da casa Quasi 600 mila lavoratori hanno preso parte alla ricerca e i risultati sono stati abbastanza incontrovertibili.

Gioie e dolori di NoLo

Sono iniziati i lavori che trasformeranno via Padova in un «boulevard alberato» e che forse gentrificheranno definitivamente i quartieri a nord di Loreto.

19 Aprile 2021

Dopo più di un anno di reclusione e confinamento chi vive in città dovrebbe aver sviluppato col proprio quartiere un rapporto molto profondo. In un certo senso è stato come trasferirsi in un paese: ogni giorno percorrere quelle stesse quattro strade, incontrando sempre le stesse facce. Sarà per questo che per chi ci abita, l’annuncio dell’inizio dei lavori in via Padova a Milano è stato spiazzante. È come se una persona amata ti dicesse che ha deciso di rifarsi il naso. Magari il suo naso è brutto, ma quando ti sei innamorato di lei ti sei innamorato anche del naso. Chi si è innamorato di Via Padova o ha imparato ad amarla crescendoci e abitandoci negli anni, fa fatica a immaginarla addomesticata, ripulita e disseminata di alberelli in vaso. A partire da oggi, 19 aprile, iniziano i lavori che dovrebbero renderla un “boulevard alberato”: ci vorrà più di un anno, perché finiranno a giugno del 2022. La via diventerà più «sicura e vivibile». Nel programma dettagliato presentato dal comune ci sono marciapiedi più larghi, 230 nuovi alberi (sappiamo anche di che tipo: magnolie, ginko biloba e corbezzolo greco) e otto spazi pedonali recuperati per il quartiere. Col sostegno di Fondazione Cariplo il progetto Tunnel Boulevard trasformerà i passaggi pedonali del sottopasso ferroviario in una “galleria d’arte pubblica”. Ci sarà anche una scritta all’ingresso del ponte: Viapadovamondo.

Il comune ha voluto dare una spinta concreta all’hype che si era creato intorno a NoLo negli anni scorsi e che, per la verità, non si è mai del tutto concretizzato, ma è rimasto un po’ in bilico, una specie di bomba inesplosa circondata dall’ironia dei molti che alla trasformazione del quartiere non credevano. Più concretamente, spiega l’assessore alla Mobilità Marco Granelli, l’obiettivo è quello di «far sì che via Padova connetta i quartieri che attraversa e non li divida». È una questione di strade insomma, che verranno riorganizzate in previsione dei cambiamenti in programma per la mobilità della zona intorno a piazzale Loreto. E infatti, entro questo mese, il comune dovrebbe svelare il suo programma per lo snodo simbolo della storia antifascista di Milano che: «Finalmente smetterà di essere un non luogo», dice Granelli.

La gentrificazione è un processo che ormai conosciamo bene: da una parte c’è il desiderio di riqualificare una zona, dall’altra il rischio di snaturarla. Nell’ultimo anno almeno quattro persone che conosco hanno comprato casa a NoNoLo (per fortuna non si chiama davvero così), la zona a nord di NoLo (nome che invece ormai è penetrato nei nostri cervelli, tanto che neanche ricordiamo da dove viene: qui raccontavamo com’è nato). NoNolo è la prosecuzione di via Padova (se ho ben capito, noi le piante in vaso non le vedremo: dovrebbero arrivare all’altezza di via Giacosa) e, nella nostra concezione, si espande verso Turro, Gorla e il quartiere Adriano. Le persone che conosco e che hanno comprato casa qui sono quelle che hanno potuto anticipare, grazie ai genitori, una somma abbastanza contenuta (qualche decina di migliaia di euro) e stipulare un mutuo lungo quasi quanto la loro aspettativa di vita, oppure sono quelle che, sempre grazie ai soldi dei genitori, hanno potuto acquistare un appartamento tutto in una volta a meno di 200 mila euro, perché in questa zona si trovano case che costano ancora così. Sono persone che lavorano (o non lavorano) nel campo della creatività ma senza essere riusciti a fare soldi: la loro mentalità li porta a inorridire di fronte all’idea di una scritta come Viapadovamondo all’ingresso di «una galleria decorata dagli artisti di strada» e a conoscere molto bene i rischi e i danni della gentrificazione («Ci trasformeranno in Isola», mi scrive un mio amico e vicino di casa, una frase che per qualcuno potrebbe suonare positiva, per noi non lo è). Ma i trentenni spennacchiati di NoNoLo e di NoLo, con i loro stipendi mesti o i lavoretti da free-lance che vanno e vengono, non riescono neanche troppo a nascondere il barlume di speranza che per la prima volta si accende dentro di loro mentre si scambiano su Whatsapp il link dell’articolo “A Milano parte la rivoluzione di via Padova”. Grazie agli alberelli e ai marciapiedi, l’acquisto che hanno fatto per necessità e amore del buon senso – con entrate così basse, continuare a pagare un affitto sarebbe stato controproducente – potrebbe trasformarsi in un investimento decente. Nel peggiore dei casi, per la prima volta nella loro vita, non andrebbero a perderci.

Il rischio è che la trasformazione danneggi i lati positivi di questo quartiere, primo tra tutti il suo mix di culture e provenienze. Forse ci ritroveremo a piangere guardando il documentario Milano, Via Padova, di Antonio Rezza e Flavia Mastrella (l’aveva trasmesso il cinema Beltrade, gioiellino di NoLo: si può riguardare qui) che esattamente 10 anni fa, nel 2011, documentava in modo geniale, allo stesso tempo tragico ed esilarante, la ricchissima mescolanza – Senegal, Egitto, Marocco, Ecuador, Perù, Turchia, Bangladesh, Cina – e la complicata, caotica, sgangherata, contraddittoria ma alla fine, in qualche modo, possibile convivenza tra culture diverse. Sono interviste a corpo libero nella via «citata più volte dai circuiti mediatici come quel quartiere un po’ Molenbeek e un po’ Brooklyn» (così viene definita nella presentazione del film), intervallate dai canti degli stranieri che vivono e lavorano nella zona e degli anziani italiani (quasi tutti del sud: immigrati anche loro).

Via Padova fotografata da Guido Borso, dalla serie Casbah Flow © Guido Borso

In questi 10 anni via Padova è cambiata, ma neanche troppo: i bar sono quasi tutti cinesi, i minimarket bengalesi sono aperti giorno e notte. Le macellerie sono dei magrebini, che hanno rilevato anche molti forni (sotto casa mia hanno preso il posto di un’edicola gestita da una coppia di anziani e un mostruoso negozio di abbigliamento). «Spesso è l’italiano a doversi integrare, tra un ristorante sudamericano col menù in spagnolo e gli avvisi sui portoni in cinese», scriveva l’Avvenire nel 2018 in un articolo dedicato a un altro documentario: «Qui abitano lavoratori, prostitute, piccoli criminali, studenti, transessuali e famiglie da ogni parte del mondo. I passeggini sono ovunque. La mattina non è raro trovare qualcuno steso per terra a smaltire la sbornia. La sera i mezzi militari dell’operazione “Strade sicure” non fermano certo lo spaccio e la prostituzione, ma danno serenità a una strada che non sembra aver bisogno di dormire». Il film si chiama Prossima fermata via Padova. Storie di migranti del ’900 (anche questo trasmesso dal Beltrade nel 2018, adesso si trova su Mubi) ed è di Giulia Ciniselli, regista che qui ha vissuto trent’anni e cresciuto i suoi tre figli. Via Padova, spiega col suo documentario, è sempre stata una via di migranti: anche quando non era ancora incluso nella città di Milano, il comune di Crescenzago ospitava gli stranieri del primo ’900. Pugliesi, calabresi, campani, siciliani, contadini emiliani e dalla bassa Padana.

E adesso, cosa succederà? Se via Padova diventasse un quartiere dove far pascolare i creativi in cerca di svago domenicale? È davvero possibile che faccia la stessa fine di Isola o Paolo Sarpi? «Via Padova è il quartiere in cui sono cresciuto e ancora vivo e lavoro. Esco spesso di casa senza un piano preciso e vago su e giù per la strada in una sorta di dérive per i vicoli e le conversazioni e le facce delle persone», sono le parole che usa il fotografo Guido Borso (classe 1990, per noi ha scattato, tra le altre cose, la cover story di Marracash) per descrivere la serie Casbah Flow, da cui sono tratte le foto di questo articolo. «Aggiungere verde, allargare i marciapiedi e far andare ad una velocità moderata le macchine è una figata. Spero però che il cambio urbanistico e di viabilità non trasformi troppo la personalità e il carattere della strada. Non vorrei fosse come quando la sciura pulisce a fondo la propria casa per poi nascondere il mucchietto di sporco sotto il tappeto».

Nell’attesa di scoprire se sia tutto un bluff o se davvero andare a correre sulla Martesana diventerà un’impresa impossibile (nel weekend sta già diventando molto difficile, presa d’assalto com’è dalle famiglie a passeggio e dai gruppi di amici che bevono spritz nei bicchieri di plastica o si aggirano intorno alla Tipografia Alimentare come se potesse miracolosamente aprire da un momento all’altro), non ci resta che monitorare con apprensione la rassicurante presenza delle trans, rimaste al loro posto anche durante il lockdown. Viene da chiedersi anche fin dove arriverà l’onda della “rivoluzione” di cui titolano i giornali. Perché se già i confini di NoLo continuano a non essere proprio chiarissimi c’è da capire cosa succederà al resto di via Padova: il progetto coinvolge solo l’inizio, che è una porzione abbastanza piccola.

Il messaggio, almeno quello, però, è molto chiaro. Nonostante la batosta del Covid, Milano è pronta a riorganizzarsi, ricostruirsi: a volte cambiare è l’unico modo per sopravvivere. Il libro da leggere per accompagnare le riflessioni sulla città in trasformazione è il romanzo di Fabio Guarnaccia Mentre tutto cambia (Manni Editori, 2021), storia di quattro adolescenti che si preparano a passare un’estate di noia e caldo terribile in una casetta diroccata vicino alla discarica abusiva che è diventato il loro quartiere dopo la chiusura delle fabbriche (siamo tra Gorla e Greco, quindi non proprio a NoLo, ma è il mood “la Milano che cambia” che ci interessa: il libro è ambientato nell’estate del 1989). Sembra un romanzo di formazione, è in effetti lo è, ma con un colpo di scena. Un giorno come un altro i protagonisti trovano nel loro quartier generale il cadavere di un ragazzo morto di overdose durante la notte. E quello che decidono di fare col corpo, continuerà a perseguitarli per sempre e li trasformerà in persone diverse. È un libro che parla del senso di colpa, dell’incontro con la morte e del territorio incerto, indefinito ma cruciale dell’adolescenza. Ma parla anche di una città che non c’è più.

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