È un progetto del Museo Palestinese di Birzeit: dentro ci sono mezzo milione di foto, documenti, diari, mappe, filmati e lettere, scaricabili da chiunque ed esponibili ovunque.
Al funerale dell’ayatollah Ali Khamenei c’erano proprio tutti, tranne suo figlio e successore Mojtaba
Mojtaba non si è presentato alle preghiere mattutine, ufficialmente per motivi di sicurezza che gli impediscono di farsi vedere in pubblico.
Milioni di persone in piazza, la capitale Teheran che si ferma per il corteo funebre di Ali Khamenei, il leader supremo iraniano ucciso a febbraio durante i bombardamenti israeliani. Solo sette mesi fa, era attraversato da enormi proteste antigovernative e terrorizzato dalla brutale repressione del regime. Adesso quelle scene sembrano provenire da un’altra epoca, da un altro mondo, le proteste sono state stroncate e resta soltanto l’autocelebrazione del regime. Attraversando la capitale da Piazza della Rivoluzione a Piazza Azadi, si cammina in un mare di abiti neri e bandiere, una folla che ha trasformato il lutto in un plebiscito politico contro la guerra di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu. Come scrive il Guardian, tra i cori di cordoglio e i cartelli che che invocavano «Uccidete Trump», la cerimonia si è svolta senza incidenti.
Eppure, in mezzo a un’intera leadership politica decimata ma presente alla Grande Moschea di Mosalla, si è notata immediatamente un’assenza pesantissima: quella del nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei. Il figlio e successore designato del defunto ayatollah non si è presentato alle preghiere mattutine, ufficialmente per motivi di sicurezza (ma secondo diverse indiscrezioni giornalistiche, nella mancata partecipazione c’entrano anche le ferite riportate nell’attacco al palazzo presidenziale dello scorso febbraio). Una prudenza che contrasta con la presenza pubblica dei suoi tre fratelli Mostafa, Masoud e Meysam) e che sottolinea la situazione di altissima vulnerabilità in cui si trova attualmente il vertice della Repubblica Islamica.
Dal palco, il Presidente Masoud Pezeshkian ha colto l’occasione per capitalizzare questa ritrovata coesione nazionale, respingendo al mittente le accuse di Trump sulle «lacrime finte» della piazza. Davanti agli oltre 300 giornalisti stranieri ammessi per l’occasione, Pezeshkian ha definito la folla radunatasi in piazza non come un addio, ma come un «patto per proseguire il cammino». Puntando il dito contro Israele e i suoi alleati occidentali, il Presidente ha trasformato il lutto in un messaggio geopolitico chiarissimo: i tentativi esterni di destabilizzare e rovesciare il governo hanno, paradossalmente, finito per ricompattare un Paese che sembrava sul punto di liberarsi finalmente della Repubblica islamica.