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15:14 giovedì 4 giugno 2026
Per la prima volta al mondo, una cittadina in California ha votato per impedire totalmente e permanentemente la costruzione di data center È successo a Monterey Park, dove l'86 per cento dei cittadini ha votato per vietare per sempre la costruzione di data center.
A Oxford sta per aprire la prima libreria che vende esclusivamente romantasy Si chiama Bad Girl Books e l'ha aperta Starlin Marot, che prima di diventare libraia faceva la tiktoker. La booktoker, per la precisione. Di romantasy, ovviamente.
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.

Vecchio Cinema Tarantino

Il ritorno all'antico con The Hateful Eight in 70 mm, un film che va “va visto al cinema”, mentre i cinema diventano estensioni di Eataly.

03 Febbraio 2016

«Ultra Panavision 70 è l’eccezionale formato che Quentin Tarantino ha scelto per girare The Hateful Eight. Le lenti anamorfiche catturano le immagini su una pellicola in 70mm, in rapporto 2.76:1. Quasi tutti i film che vedete oggi sono girati in rapporto 1.85:1 o 2.39:1. Per farla semplice, Ultra Panavision 70 offre un’inquadratura molto più ampia e dettagliata. Pochissimi film sono stati girati in questo formato: Ben-Hur, Gli ammutinati del Bounty, Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo, La battaglia dei giganti e Khartoum nel 1966, l’ultima volta in cui è stato utilizzato». Così dice il programma di sala distribuito ai pochi che vedranno il nuovo film di Tarantino nella forma in cui è stato pensato. In Italia si può fare solo in tre posti, dove le proiezioni sono già partite con una settimana d’anticipo sull’uscita ufficiale del 4 febbraio: l’Arcadia di Melzo, la Cineteca di Bologna e il (è obbligatorio dire mitico) Teatro 5 di Cinecittà a Roma. Aggiunge il regista, sempre nel libretto che noi fortunati un giorno venderemo su eBay: «The Hateful Eight non è solo un film da vedere al cinema: è uno spettacolo vero e proprio. C’è il programma della serata e un’ouverture musicale, come a Broadway. Se hai deciso di girare il tuo film in 70mm, è così che devi fare».

È una meraviglia, dicono i cultori. È una mossa pubblicitaria, storcono il naso i detrattori. Certo è che Quentin – un passato da commesso di videoteca, da cui quell’inevitabile imprinting cinefilo raccontato pure da Michel Gondry nel piuttosto insopportabile Be Kind Rewind – ha messo in piedi questo circo non per caso. The Hateful Eight è il suo ottavo film (ci tiene a precisarlo, ha detto che arrivato a dieci si fermerà), è senza dubbio uno dei suoi migliori in assoluto. Ma fa parlare anche per ragioni legate, appunto, alla sacralità della visione, al brivido nostalgico, all’idea di cos’è diventato il cinema (inteso come “l’andare al”) nell’anno 2016.

Siamo figli dello streaming, e difatti fa effetto anche solo il fatto che qui ci sia l’intervallo. Tarantino l’ha voluto nelle proiezioni in 70mm, anzi è considerato – al pari dell’ouverture di Ennio Morricone su fondo rosso con montagne e diligenza – parte del minutaggio totale. La pizza va cambiata e l’opera è anche questo, la pausa pipì e popcorn. Un proiezionista chiamato da Boston, dove di base fa il restauratore di vecchi film, a Burbank, sede di una delle cento sale americane in cui è possibile proiettare la versione in 70mm di The Hateful Eight, racconta a Indiewire quanto è difficile tenere in piedi tutta la baracca: «Molti di questi proiettori sono reperti d’epoca, non hanno i piatti per supportare il peso e la misura di questa pellicola, in molti casi abbiamo dovuto aggiungere pezzi nuovi per adattarli a un formato che non si usa da quarant’anni». I proiettori “rimasterizzati” sono appunto un centinaio solo negli Stati Uniti, le pizze hanno preso a girare in un cosiddetto roadshow, una specie di tour con cui Tarantino ha titillato schiere di cinefili di ventidue anni o poco più: ci si chiede che ne sappiano loro, che sono nati nell’anno di Pulp Fiction, di Ben-Hur visto in Panavision, eppure sui social di tutto il mondo si decanta l’unicità di questa esperienza, pare che ormai non si possa più vivere senza la vecchia pellicola. Sta succedendo anche da noi, chi va a Melzo o Bologna o Cinecittà si sente un prescelto, «Lì lo danno anche in lingua originale!», manca solo Quentin a vendere le Bomboniere Algida.

Cinerama Dome Theater In Hollywood, California

Ha senso tutto questo? No, se lo si prende come una mera operazione “una volta qui era tutto Cinemascope”: fa l’effetto, azzardando i paragoni, del candidato alle primarie milanesi Beppe Sala che vuole riaprire i Navigli. Ha senso se si colloca la trovata analogica di The Hateful Eight in un solco che da tempo sta cambiando la percezione che il grande pubblico ha dell’andare al cinema. Voi c’avete Sky (o i torrent piratati), noi vi offriamo un’altra cosa, sembrano dire questi templi del cinema-come-una-volta. Prima è venuto il 3D, poi non bastava più, ci voleva quello strafigo che solo James Cameron conosce, e l’Imax, e il 4K, e mica tutte le sale possono permetterselo, quindi se vai a vedere Star Wars nel cinema sotto casa solo perché è più comodo, ecco, sei uno sfigato. La generazione dei nativi (o pre-nativi) digitali ha ripreso a dire quello che non andava più affermando da un pezzo, ha smesso di accontentarsi di uno screener decente anche se non in alta definizione e di sottotitoli improvvisati ma pur sempre più digeribili del doppiaggio: «Ho visto che si trova anche online, ma Mad Max: Fury Road va assolutamente visto al cinema». Oggi il “va visto al cinema” è di moda al pari di Netflix: la Generazione Pulp Fiction ha sancito che bisogna far convivere la comodità (e l’economia) del bingewatching sul divano con i piani sequenza di Iñárritu solo ed esclusivamente su schermo ad hoc.

Allora le sale – le poche che riescono a sopravvivere, come DiCaprio tra gli orsi – fanno di tutto per adeguarsi. L’Anteo, l’indirizzo più radical chic di Milano, ha appena rilevato l’intero palazzo che lo ospita e che appunto diventerà, se tutto va bene nel 2017, un Palazzo del Cinema per sciuri della cerchia dei bastioni, quasi un’estensione del vicino Eataly. Perché oltre a dieci sale (più due all’aperto d’estate) ci saranno un ristorante, un sushi bar, un negozio, una nursery, e pure una sala in cui si potrà mangiare: per alcuni duri-e-puri è un’eresia capitalistica, per altri è roba che ovunque fanno da anni, «quindi tanto meglio se la facciamo anche noi, basta con questa esterofilia, non è che è bello solo se succede al Village».

Ha inaugurato da un po’ una sala denominata Suite, una trentina di posti, comodissime poltrone reclinabili e aria di privé dove fare l’apericinema

Se a Roma chiude lo storico Alcazar, per palati d’essai, a Milano il Cinema Odeon, di fianco alla Rinascente e dunque con platea più tendente al tamarro, ha inaugurato da un po’ una sala denominata Suite, una trentina di posti, comodissime poltrone reclinabili e aria di privé dove fare l’apericinema: «Quante volte vi è capitato di non riuscire a mettere insieme l’aperitivo e una serata al cinema, il tempo per vedere gli amici e il relax?», si legge sul sito. Certo è che il multisala classico rischia l’estinzione. L’Apollo – sempre in centro, sempre del circuito Anteo, programmazione popolare ma virata alla qualità – lascerà com’è noto i suoi locali al primo Apple Store di Milano. Da Cupertino hanno fatto sapere che manterranno una sala (anche perché vincolati dalla sovrintendenza), ma ancora non si sa se verrà utilizzata per eventi organizzati da loro (come facilmente si presume) o per proiettare i film di Silvio Soldini che piacciono alle signore. La neonata Fondazione Prada ha un bellissimo cinema (s’è pure rubata il fregio di Lucio Fontana una volta affisso sotto lo schermo dell’Arlecchino), propone rassegne arty per ora gratuite e quindi prese d’assalto. È sicuro che, se anche Miuccia facesse pagare (e si immagina che presto lo farà), non resterebbe senza pubblico.

A Natale sono andato in un multisala aperto da poco in una città cinematograficamente molto più civilizzata delle nostre: Parigi. È in zona Place d’Italie, si chiama Les Fauvettes, è di proprietà del gruppo Gaumont-Pathé, i produttori più antichi di Francia: per capirci, i loro primi registi sono stati i fratelli Lumière. Ha cinque sale con programmazione unicamente vintage, preferibilmente pellicole restaurate, in quel momento davano un musical di Stanley Donen e Gene Kelly di fine anni ’40, la trilogia marsigliese di Marcel Pagnol, Lo squalo e non mi ricordo che altro. C’era parecchia gente, e il biglietto costava quanto quello di un film di prima visione: 12 euro. Prima dell’inizio del film che ho scelto, è partita una réclame delle successive rassegne previste: a gennaio, un festival Tarantino. Avranno di sicuro dei proiettori bellissimi.

In copertina e in testata: insegne di cinema sulla Quarantaduesima a New York, 1977 (George Freston/Hulton Archive/Getty Images); all’interno: Cinerama Dome a Hollywood, California, 1981 (Hulton Archive/Getty Images).
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