Abbiamo incontrato il regista al Festival di Locarno, dove ha presentato il suo nuovo film, Ketticé. Con lui abbiamo parlato di dialetto e berlusconismo, di risse tra ragazze, di Monica Bellucci e Gocciole.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse
L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Tra il 1933 e il 1945 i nazisti sottrassero circa 650 mila opere d’arte in tutta Europa: di queste, secondo le stime del Center for Art Law, 100 mila risultano ancora disperse. A provare a ritrovarle tutte è ora un progetto sviluppato alla Santa Clara University, in California, dove un gruppo di ricercatori ha creato l’A.I. Provenance Assistant, un assistente virtuale addestrato a scandagliare archivi frammentari e multilingue in cerca di tracce utili al ritrovamento delle opere.
A guidare l’iniziativa è il professor Michael Santoro, che ha avviato il progetto dopo essere venuto a conoscenza del lavoro del giudice della U.S Court of International Trade Timothy Reif, impegnato da anni nel recupero delle opere sottratte dai nazisti a Fritz Grünbaum, artista di cabaret viennese e cugino di suo padre. Come racconta Artnet News, i precedenti tentativi dei musei di mappare e ritrovare le opere ancora disperse avevano prodotto solo banche dati isolate tra loro: l’obiettivo di Provenance Assistant è invece mettere ordine in questa massa di informazioni spezzettate, restituendo risposte utili e immediate a coloro che svolgono materialmente la ricerca.
La squadra ha costruito lo strumento partendo dal database dell’ERR Project, che raccoglie le opere transitate per il museo parigino Jeu de Paume, luogo dove i nazisti erano soliti fare l’inventario delle opere trafugate. Tra i casi citati figurano un disegno inedito di Jean Antoine Watteau, finito di recente all’asta, e il Portrait d’une femme, à mi-corps di Nicolas de Largillière, recuperato dai celebri Monuments Men nel maggio del 1945.
Invece di sviluppare un proprio modello linguistico da zero, i ricercatori hanno adattato LLM (Large Language Model) già esistenti, insegnando al sistema a riconoscere termini correlati, varianti ortografiche e traduzioni dei nomi propri. «Il nostro obiettivo non era sostituire i ricercatori di provenienza», ha spiegato Haibing Lu, Information Systems and Analytics professor che, assieme a Michele Samorani, ha costruito l’AI, «ma rendere decenni di archivi complessi più facili da esplorare attraverso una conversazione naturale».
Lo strumento è già online, ma il progetto è ancora agli inizi: il team punta ad ampliare i database consultabili, pubblicare uno studio scientifico e fondare un’organizzazione capace di raccogliere fondi e assumere legali, dato che al momento l’iniziativa non riceve finanziamenti. A dare una mano nella comunicazione è arrivata Wendy Goldberg, strategist con un passato in AOL, secondo cui l’obiettivo è rendere l’intelligenza artificiale applicata alla restituzione delle opere semplice quanto un qualsiasi altro strumento digitale. I ricercatori, intanto, stanno raccogliendo il parere di esperti del settore per capire come affinare il sistema. «Vogliamo arrivare a strumenti che aiutino a identificare le opere più a rischio», ha detto Lu, «in un certo senso non possiamo nemmeno immaginare chi finirà per usarlo».