Le schegge, il nuovo romanzo dello scrittore losangelino, non è solo il ritorno al suo antico splendore, ma anche l'opera di un autore nuovo, cambiato.
Quel che resta della critica letteraria aveva ben accolto Le schegge (The Shards), l’ultimo romanzo di Bret Easton Ellis, da anni guardato con sospetto non avendo più imbroccato un romanzo dai tempi dell’exploit di American Psycho. Ecco quindi che, benedetta anche dal riscontro del pubblico, questa ennesima sua manifestazione di autofiction è andata rapidamente incontro a un adattamento per il piccolo schermo. Inizialmente era stato annunciato come regista del progetto Luca Guadagnino, presto sostituito però da Ryan Murphy, la firma più prolifica e potente della tv statunitense.
The Shards ruota attorno a un gruppo di studenti all’ultimo anno di liceo nella Los Angeles bene degli anni ‘80; il loro è un mondo fatto di lusso, droga, genitori assenti (in viaggio in Europa, divorziati, distratti), produttori cinematografici, grandi marchi, musica pop (dagli Ultravox ai Duran Duran, tutte le icone degli anni ‘80), sette e serial killer. A narrare questa vicenda è il giovane Bret, già aspirante scrittore alle prese con quello che da lì a breve sarebbe diventato il suo romanzo d’esordio, Meno di zero, già attratto dai ragazzi ma ancora non dichiarato, con una fidanzata di copertura (bionda e scatenata, golosissima di cocaina e sempre arrapata, l’incubo di ogni omosessuale per bene che vorrebbe semplicemente nascondersi all’ombra di una ragazza frigida). Con loro ci sono amici, compagni di scuola, amanti segreti, spacciatori…
Mentre Bret è impegnato nella ricerca di un suo posto nel mondo, la vita di questa compagnia di ragazzotti viene sconvolta da una serie di misteriosi e cruentissimi omicidi; un serial killer è arrivato a LA e sta facendo fuori gli adolescenti. Battezzato “il pescatore a strascico”, il criminale rapisce, tortura e uccide le sue vittime e i loro animali domestici. Tutto vero. Tutto finto, ovviamente.
A dare volto e corpo (e che corpo!) a Bret c’è Igby Rigney, già visto in Midnight Mass, The Midnight Club e La caduta della casa degli Usher di Mike Flanagan; Debbie Schaffer, la sua finta fidanzatina, figlia di un ambiguo e viscido produttore, è Hayes Warner, una cantante pop, mai sentita prima nemmeno nel tinello di casa mia. A formare la coppia d’oro del gruppo, il re e la regina del ballo, Robert e Susan, ci sono invece Graham Campbell e Kaia Gerber (Bottoms, Saturday Night), figlia di Cindy Crawford. A scombinare i loro equilibri un nuovo misterioso studente dal passato fumoso arriva in città, curiosamente proprio in concomitanza con l’inizio degli efferati omicidi seriali, Robert Mallory, provocante e sfacciato, arrogante e magnetico, interpretato da Homer Gere (apparso nella terza stagione di Euphoria), figlio di Richard. Bret è subito attratto da questo enigmatico individuo, ne spia le cosce e il pacco attraverso il tessuto dei pantaloni della divisa scolastica, rendendolo immediatamente protagonista dei suoi sogni bagnati e delle sue ossessioni erotiche, ma presto inizia a sospettare di lui – qualcosa non torna! – ed ecco allora questa personificazione del desiderio sessuale trasformarsi in un temibile antagonista, pronto a portare il caos nella vita vuota e apatica di questi edonisti in erba.
Bret entra in un loop di paranoia, di angoscia, nessuno vede il pericolo che incombe, solo lui ha capito la verità, dice, ma nessuno gli crede, il piano della realtà inizia a inclinarsi, le sue certezze vacillano. È vittima di psicosi? In una spirale di violenza e delirio si compie così il coming of age del futuro romanziere.
Smiley Face Killer 2
Un passo indietro. 2020, esce direttamente in DVD e on demand Smiley Face Killer, un film horror diretto da Tim Hunter (regista di cinema e tv già al servizio, tra gli altri, anche di Ryan Murphy su Nip / Tuck, American Horror Story, Glee). La sceneggiatura del film è firmata da Bret Easton Ellis, da un soggetto a cui stava lavorando da tempo: Jake, il bellissimo e aitante protagonista (Ronen Rubinstein), è seguito da un furgone bianco, sente che su di lui incombe una minaccia, un serial killer, ma nessuno gli crede e lui finisce in un trip di angoscia e paranoia. Il film esce nel disinteresse generale, lo scrittore riprende quindi la storia, che evidentemente lo ossessiona da tempo, e ci mette nuovamente mano, trasformandola stavolta in un racconto più personale, intimo quasi, attingendo alle radici della sua formazione, fino a dar forma al romanzo Le Schegge.
«L’inabissamento di Jake e di Bret nell’ossessione e nella nevrosi – scrive Pier Maria Bocchi nel suo libro So cosa hai fatto – Scenari, pratiche e sentimenti dell’horror moderno (Lindau) – è per di più cadenzato da tappe similari, lunghi ed estenuanti pedinamenti, messaggi enigmatici (in Le schegge con audiocassette e bigliettini), lo scollamento progressivo dagli amici. E se in Smiley Face Killer manca il catalizzatore primario del panico che nel romanzo è rappresentato da Robert Mallory […], è emblematico dello sguardo di Ellis il carattere fortemente omoerotico di tutto il film, specialmente per l’insistenza sul corpo di Jake […], osservato nel suo splendore irresistibilmente erotico, florido e perfino sacrale, un carattere di cui si saturano anche le pagine del libro che descrivono Robert tramite gli occhi, i desideri e le pulsioni ormonali di Bret».
Sesso poco e confuso
Disponibili dal 6 agosto su Disney+, i primi due episodi di The Shards ripercorrono fedelmente già molti degli avvenimenti raccontati nel romanzo (il frenetico pedinamento in auto tra Bret e Robert, la storia del trombamico sempre strafatto di Bret, la festa a casa di Debbie con i suoi istrionici genitori a rubare la scena, gli indizi seminati dal serial killer…), confermando un approccio che rispetta la narrazione bulimica, densissima e ricca di accadimenti; nell’insieme però il tutto soccombe sotto un’estetica perfetta, dove nulla è mai fuori posto, tutto è algido. Il lavoro migliore, a livello di casting, è stato fatto su Igby Rigney, che con le sue labbra carnose, i lineamenti del viso quasi infantili e una messa in piega demodè ricorda davvero il giovane Bret Easton Ellis (fisico scolpitissimo a parte, la vanità di un autore nella libertà della fiction non è vincolata da freni e inibizioni, come è giusto che sia), ma non basta per tenere a galla l’intero ensemble.
Il romanzo di Bret Easton Ellis, nelle sue ripetizioni ossessive, nelle sue digressioni deliranti, nella sua ridondanza, restituiva una frenesia malsana e marcescente, dove il sesso tracimava, sempre e ovunque. Qui, al contrario, sembra essere accidentale, un affare da sbrigare alla svelta: lo sguardo non indugia, non insiste, non osa, gli amplessi sembrano incidenti di percorso. C’era inoltre, a sostenere, il climax del racconto un’ambiguità crescente, fitta, in una selva di (astute) incongruenze, in un equilibrio perfetto tra ritmo affilato, lessico torrenziale e un disordine esistenziale.
La serie invece sembra non riuscire a restituire appieno la vitalità spericolata (squilibrata) del romanzo, vittima di un’epoca in cui si può dire tutto ma far vedere niente. Quello che avrebbe dovuto manifestarsi come un sogno libidinoso e allucinante per adulti nostalgici, pieni di rimpianti e traumi, prende la forma di qualcosa pericolosamente simile a un teen drama, con l’obiettivo evidente di conquistare il campo largo. La scarica sovversiva dei piaceri proibiti e della trasgressione viene sostituita da un’idea di bellezza trasognata (perduta, si capisce in partenza, questo è ovvio), un po’ sconveniente, ma, tutto sommato, accettabile.
