Hype ↓
14:43 venerdì 19 giugno 2026
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.
Un videogioco in cui si gioca a nascondino ha venduto tre milioni di copie in appena una settimana Si intitola Meccha Chameleon e, oltre ad aver venduto tre milioni di copie, è diventato popolarissimo anche su TikTok, Twitch e YouTube.
Ormai gli affitti a New York sono così alti che diverse donne, pur di non lasciare la città, stanno andando a vivere in convento con le suore D'altronde, in una città in cui l'affitto medio è di 3600 dollari, se non ci si affida alla Divina Provvidenza è difficile davvero sopravvivere.
In Corea del Sud sono sempre più diffusi i “siti dopaminici”, cioè siti in cui fingi di comprare cose solo per far provare al cervello il piacere dell’acquisto Siti in cui si ordina cibo da ristoranti inesistenti o vestiti da negozi inventati. Tutto per avere quella scarica dopaminica senza spendere soldi.

Urbanized

L'ultimo documentario di Gary Hustwit, autore di Helvetica è un viaggio a 360° gradi nell'urbanismo

27 Febbraio 2012

Nel 2007 usciva Helvetica, un documentario che ha colpito un po’ tutti per il modo elegante e disinvolto con cui affrontava un argomento come la tipografia, apparentemente ultraspecifico e poco dibattuto nel mainstream. Aldilà delle virtù informative, il primo lungometraggio di Gary Hustwit (che già prima aveva un cv non certo da pivellino) era un film filosofico: si parlava di standard universali e libertà di espressione, di modernismo e postmodernismo, il tutto in termini più eloquenti e cristallini di qualunque libro di Jean-François Lyotard o Fredric Jameson. Un paio di anni dopo, nel 2009, il regista sfornava un altro pregevole documentario, Objectified, concentrato invece sul product design. E adesso, a due anni dal secondo, Hustwit è tornato nelle sale con il terzo capitolo della trilogia, affrontando questa volta un soggetto di portata molto più politica e sociale rispetto ai precedenti: il design delle città. Come da titolo, Urbanized tocca un po’ tutti quei temi urbanistici che stanno facendo discutere sempre di più in giro per il mondo: dal social housing all’infrastruttura, dall’espansione alla riqualificazione, dalla vivibilità alla sicurezza.

Senza annoiarci troppo, il regista ci porta in un viaggio attorno al mondo, mostrandoci orrori del passato e barlumi di speranza per il futuro. In Usa veniamo scarrellati per la spettacolarmente deserta Detroit, “shrinking city” per antonomasia ravvivata però da virtuosi progetti di community gardening, oppure osserviamo dall’alto la monotonia dello sprawl suburbano (tutte quelle casette e cul de sac fatti con lo stampino che Alex McLean fotografa così bene). Ovviamente Hustwit fa anche una fermata speciale a New York, dove discute con i suoi creatori il progetto più chiacchierato degli ultimi anni, la famigerata e già iconica High Line. L’esempio di questo tratto ferroviario dismesso, convertito in un parco con vista panoramica, viene qui usato un po’ come spartiacque per raccontare la svolta epocale dalla pianificazione haussmanniana di Robert Moses (vialoni imperiali che squartano i centri storici, palazzoni e infrastruttura antiumana tipo quella che affascinava tanto Ballard) verso il recupero della strada come spazio pubblico, ispirata dalla sempre più popolare Jane Jacobs. In Sudamerica il regista coglie l’occasione per presentare utopie moderniste (la Brasilia dell’ormai vecchissimo Niemeyer, intervistato e ancora capace di un’invidiabile lucidità) così come innovazioni semplici e socialmente progressiste, che documenta in maniera illustrativa. A Bogotà ci mostra le prodezze infrastrutturali low-cost dell’ex sindaco Peñalosa (bus e piste ciclabili invece di metro), mentre a Santiago de Chile Alejandro Aravena ci spiega il social housing parzialmente partecipativo, dove l’architetto ha seguito le richieste degli abitanti nella fase di design, lasciando a loro un buon margine per migliorie successive.

Per quanto riguarda i problemi delle grandi città, non poteva mancare un’analisi non troppo ottimista della sregolata urbanizzazione cinese, che negli ultimi anni ha pompato ex villaggi di pescatori trasformandoli in città di milioni di abitanti, il tutto senza un grande attenzione per la vivibilità. Si tocca ovviamente anche il tema della sicurezza, con il pannellone CCTV che monitora le favelas brasiliane e un progetto di torrette illuminate in una comunità sudafricana per aiutare la gente a tornare a casa senza problemi. In generale, però, prevale l’ottimismo: la New Orleans toccata dalla tragedia Katrina è spiegata tramite tentativi positivi, da quelli della fondazione di Brad Pitt a progetti molto più astratti di street art come I Wish This Was, che cercano di interrogare la comunità stessa su ciò che vorrebbe diventare. Oltre agli sforzi di noti architetti o sindaci illuminati, infatti, il film dà spazio anche a progetti più bottom-up, come per esempio Tidy Street, che si occupa di far calare i consumi energetici a Brighton tramite graffiti come segnaletica orizzontale.

Come suo solito, Hustwit intervista i protagonisti, strappando loro citazioni parecchio dense. Se da una parte c’è Norman Foster (impegnato nella realizzazione del mega eco-sobborgo di Masdar City ad Abu Dhabi) secondo cui “se non sei ottimista non sopravvivi professionalmente come architetto”, dall’altra c’è il critico Michael Sorkin, che avvisa come “le città [siano] il risultato di lotte”. E a proposito di proteste, uno dei capitoli più corposi del documentario riguarda proprio la lotta dei cittadini di Stuttgart contro il progetto Stuttgart21, un mega progetto di riqualificazione dell’area della stazione fortemente criticato dalle comunità residenti.

Uno dei pregi della narrazione di Hustwit è la sua semplicità, la capacità di raccontare i concetti più importanti attraverso interviste ed esempi concreti, senza sottofondi musicali o voice-over drammatici alla Michael Moore. Del resto Urbanized è un film parecchio ottimista, che si entusiasma (come del resto i due precedenti) per la pratica del design stesso, senza perdersi più del necessario in questioni interessanti ma collaterali. Al contrario del percorso narrativo di Helvetica (dove si assisteva all’affermarsi del font, al suo rifiuto, e infine al suo recupero e rielaborazione) con Urbanized, più che un cerchio che si chiude, il regista ci mostra una curva che si sta tutt’ora arricciando, una forza centrifuga che lui ci tiene a documentare. Se le città sono un’ossessione contemporanea, e lo saranno sempre di più, con questo film Hustwit riesce a dire un sacco, senza parlare troppo.

Articoli Suggeriti
Tutto casita e chiesa: l’improbabile ma non impossibile crossover tra Bad Bunny e Papa Leone a Madrid

In questo fine settimana il Pontefice e la popstar più famosa del mondo saranno entrambi a Madrid. E le rispettive "diplomazie" stanno facendo di tutto per favorire un incontro.

Dua Lipa ha pubblicato gratuitamente su YouTube il film concerto di Radical Optimism nonostante avesse ricevuto offerte milionarie dalle piattaforme streaming

Si intitola Dua Lipa - Live From Mexico, dura due ore e in nemmeno una settimana ha già superato i due milioni di visualizzazioni.