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Come l’Urban Dictionary è diventato il peggio di internet

Storia del dizionario nato per democratizzare la conoscenza e diventato un collettore di contenuti razzisti e sessisti.

di Dario De Marco

Un lemma di Urban Dictionary

Vi sarà capitato, negli ultimi anni, di finire sulle pagine di Urban Dictionary. Prima per caso, via Google, e poi aprendolo direttamente, per decifrare in modo rapido una parola o un’espressione in slang. Succede spesso, a noi che su internet (e fuori) siamo in una zona grigia, a metà tra raffinati costruttori di meme e/o giovanissimi frequentatori di TikTok da un lato, e il popolo del buongiornissimo che non va oltre Facebook e Aranzulla dall’altro; noi che siamo normie o boomer per i primi, intellettuali elitari per i secondi; noi che più semplicemente abbiamo la fortuna di toccare tangenzialmente certi ambienti, pur senza farne parte appieno. E quindi senza capirne al volo la lingua.

Per esempio: dopo l’attentato di Toronto nell’aprile 2018 il termine “incel” è uscito dalla nicchia in cui si trovava (quella della subcultura incel, appunto) per diventare sempre più mainstream: apice toccato quest’anno con Joker, ditemi se conoscete qualcuno che l’ha visto (e l’hanno visto tutti) senza aver poi pronunciato la parola “incel”, anche solo per dire che non c’entra niente. Però, altre parole di quella cultura non sono così note: per dire, leggiamo “currycel” o “ricecel”, e pur sospettando che siano le versioni etniche di un incel, rispettivamente indiana e cinese, diamo un occhio all’Urban Dictionary. Ricecel: Somebody with the frame of a 12 year old boy and a micro peen who thinks the reason he can’t get laid is because of the media. Ok, weird. Oppure: una volta non so come – o meglio, lo so ma ve lo dico dopo – sono caduto sulla definizione di “cisgender”: Normal. A term that is used as derogatory by the LGBT community who thinks everyone who is normal is the antichrist. People who like their genitalia how it came. E mi si è spalancato l’abisso, perché cliccando su LGBT troverete un’altra definizione traboccante di odio e vittimismo gratuito. Passando di lemma in lemma è sempre peggio, un labirinto di insulti e hate speech. Insomma, il peggio di internet. Com’è possibile? Come è successo che uno strumento utile – che il New York Times ha definito il dizionario del linguaggio istantaneo – sia diventato una tale schifezza? Per capirlo dobbiamo partire dall’inizio, ripercorrendo una storia lunga vent’anni.

Urban Dictionary è stato fondato nel 1999 da Aaron Peckham, all’epoca matricola alla facoltà di informatica della California Polytechnic State University. L’idea era quella di uno scherzo, di un sito parodia: qualche mese prima aveva creato un fake satirico di Ask Jeeves, uno dei motori di ricerca dell’era pre monopoli; ma ovviamente glielo avevano subito chiuso. Aveva quindi creato una parodia di Dictionary.com: «All’inizio era compilato solo da me e da qualche mio amico, per divertimento». Ma poco dopo qualcosa cambia, e il sito diventa aperto ai contributi di chiunque, proprio come oggi. Attenzione alle date: siamo a cavallo del millennio, l’epoca in cui internet è ancora un posto abbastanza anarchico e ottimista, i social non esistono e iniziano a prendere piede i blog personali. È l’era pionieristica in cui i contenuti prodotti dagli utenti non hanno, come adesso, una funzione prevalentemente commerciale sotto l’egida dei big – vedi le recensioni di Trip Advisor o di Amazon – ma si muove sul serio dal basso, con l’idea di democratizzare non solo la conoscenza, ma la sua produzione. Che tenerezza.

Per Peckham presto lo scherzo diventa business: nel frattempo si laurea, trova lavoro da Google, dopo due anni se ne va per dedicarsi completamente alla sua creatura. È il 2008. Ricordando quei tempi, molti siti mettono l’accento sull’aspetto politico dell’idea: Wired per esempio la paragona al lavoro degli etnografi che girano per i villaggi con un registratorino per raccogliere le espressioni dialettali dai vecchietti. Con due differenze non da poco: qui non si tratta di lingue in via di estinzione, ma di gerghi osservati mentre muovono i primi passi; e soprattutto i parlanti non sono oggetto di ricerca, ma sono loro a muoversi e a contribuire. È la filosofia open: un progetto simile nella forma, diversissimo nei contenuti, è proprio Wikipedia, che però nasce solo nel 2001. Peckham sembra cosciente del valore politico: «Un dizionario stampato», dirà al New York Times nel 2014, «viene aggiornato di rado, e ti dice che parole è giusto usare, che pensieri è giusto avere». La lingua ufficiale è il potere, i gerghi sono stati sempre una delle caratteristiche delle subculture, da quelle giovanili a quelle della malavita. Portare a galla queste realtà, farlo live mentre si stanno ancora muovendo, e farlo per opera degli stessi protagonisti: sembrava cosa buona e giusta.

La crescita nel secondo decennio di vita è stata esponenziale: 6 anni fa Urban Dictionary poteva vantare 130 milioni di visualizzazioni mensili ed era al 77esimo posto nel ranking di Quantcast. Un anno dopo contava 7 milioni di definizioni e tre milioni di download dell’app; nel 2017 è arrivato nei primi 25 siti degli USA, e oggi ha 8 milioni di definizioni (c’è da dire che questo numero è così alto perché molte parole hanno decine se non centinaia di definizioni: dato che ognuno può proporre la propria, e poi vengono visualizzate in base ai voti dei lettori, si innesca una vera e propria gara, spesso a chi la spara più grossa). Un successo che non si misura solo in cifre, ma anche in riconoscimento sociale: nel 2013 escono articoli che riportano come il sito sia stato usato in vari tribunali americani per dirimere alcune controversie. E ovviamente in soldi: nonostante Peckham si sia sempre rifiutato di dichiarare quanto gli frutta, certo Urban Dictionary è un brand, che vende giochi, tazze e magliette personalizzate, oltre ad aver dato l’agio al fondatore di pubblicare vari libri che sono una mera compilation di definizioni. E comunque, secondo CelebrityNetWorth.com il suo patrimonio personale si aggira attorno ai 100 milioni di dollari: non Jeff Bezos, ma neanche un morto di fame.

Però, a un certo punto, inizia ad andare tutto in vacca. In modo rapido e inesorabile, si passa da definizioni semplicemente disturbanti o politicamente scorrette (come “moobs”: tette dei maschi) che possono rientrare ancora nella funzione informativa, a una vera galleria di orrori: Obama è un «Jimmy Carter di cioccolata», sua moglie Michelle una tipa mascolina che Barack, «essendo gay, ha sposato perché l’ha scambiata per un uomo». Serena Williams è «una grossa e muscolosa scimmia», e parliamo sempre di definizioni nei primi posti della classifica, che quindi non solo qualcuno ha scritto, ma che migliaia di persone hanno acclamato. Per mettere le cose in chiaro, Urban Dictionary definisce il razzismo «una totale stronzata» e il sessismo così: «Come il welfare per i neri. Ora smettetela di piagnucolare e tornate in cucina». E hai voglia a fare capriole interpretative e a immaginare layer meta-ironici; o il sabotaggio di isolati troll. Cosa è successo, allora? Niente, cioè il solito: la legge di Gresham applicata a internet. La celebre teoria secondo cui la moneta cattiva scaccia quella buona, nelle relazioni online trova una puntuale espressione: e non nel senso che dice il politologo Tom Nichols nel suo saggio sulla fine della competenza (La conoscenza e i suoi nemici, Luiss University Press, 2018), ché dell’improvvisazione al potere non se ne può più ma altrettanto dell’elitismo di ritorno e del burionismo. Ma nel senso che in qualsiasi discussione o ambiente online – un thread di commenti in un blog, un dibattito su Facebook o Twitter, un subreddit – quando l’aria si fa malsana le persone normali vanno via, perché hanno altro da fare o non vogliono farsi il sangue amaro, mentre gli odiatori restano. E finiscono di inquinare.

E Aaron Peckham, che dice? Niente. Non risponde a chi lo ha cercato, negli ultimi tempi. E si guarda bene dal fare come Fredrick Brennan, il quale dopo aver inventato 8chan, e avergli permesso di prosperare raccogliendo la peggiore feccia, cose troppo hard anche per 4chan, quando ha visto che il suo sito era diventato il brodo di coltura per suprematisti bianchi e terroristi, prima lo ha abbandonato e poi ne ha caldeggiato la chiusura. Quando ancora tutto doveva andare in malora, ma qualche dubbio già si avanzava, Peckham rispondeva così: «Nei primi anni provavamo a tenere certe parole fuori. Ma era impossibile, perché gli autori ricaricavano le stesse definizioni, o usavano ortografie diverse. Oggi, non penso che sia giusto rimuovere parole offensive». Era già l’ammissione di una sconfitta, o peggio una dichiarazione di connivenza. Nel 2011, parlando con il Guardian, specificava: «Pubblichiamo definizioni di persone famose, non di persone comuni. Respingiamo i nonsense, gli scherzi personali, qualsiasi cosa scritta tutta in maiuscolo. Le offese basate su razza e sesso sono ammesse, i contenuti sessisti e razzisti no». A parte la capziosità del distinguo, il seguito prova che aveva torto.

Quindi, ormai tutti lo sanno, e nessuno può farci niente. E il peggio è che questa caduta a precipizio nei contenuti è avvenuta negli ultimi 4 o 5 anni, cioè gli stessi anni in cui il sito ha avuto la crescita strabiliante che abbiamo visto, con relativa esplosione su Google (questo è il motivo per cui ormai si finisce su Urban Dictionary anche cercando parole assolutamente non slang come “cisgender”). Certo, ogni tanto una vittoria di Pirro: come quando nel 2018, dopo varie pressioni e petizioni, sono riusciti a far rimuovere la parola “aboriginal”, già in partenza offensiva per i nativi australiani. Il migliore epitaffio sarebbe quello che, con prevedibile ironia, il sito si è scritto da solo. La più votata definizione di Urban Dictionary su Urban Dictionary dice infatti che «doveva essere un dizionario di contenuti inseriti dagli utenti. Invece, è diventato uno stupido forum di barzellette, opinioni, sesso e qualsiasi cosa tranne la vera definizione di una parola».

Nel 2019 cade il 20esimo anniversario del sito e nel 2020 arriva il momento in cui la sua profezia sarà verificabile. Nella già citata intervista del 2010, infatti, chiedevano a Peckham di leggere nel futuro, e dire cosa sarebbe successo dopo dieci anni. E lui rispose così: «Avremo un chip nelle orecchie che usa Urban Dictionary per tradurre quello che gli altri dicono in parole comprensibili a noi. Le conversazioni orali saranno indicizzate, e monetizzate, da Google». Beh, possiamo dire che aveva previsto tutto, o quasi, tranne la cosa che lo riguarda più da vicino.

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