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15:45 venerdì 15 maggio 2026
Israele vuole fare causa al New York Times per un’inchiesta che racconta le violenze sessuali dei soldati dell’IDF sui prigionieri palestinesi L'inchiesta l'ha firmata il giornalista premio Pulitzer Nicholas Kristof e il giornale ha definito tutto ciò che racconta come «ampiamente verificato».
Sono bastati i primi tre mesi dell’anno perché quasi tutte le città della Pianura Padana superassero i livelli annui di inquinamento da polveri sottili Praticamente tutti i centri urbani della Val Padana, a marzo, hanno già violato le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
L’ultima assurdità in fatto di cibo uscita da internet è il biblical eating, cioè mangiare come si mangia nella Bibbia Una dieta basata solo sugli ingredienti, le preparazioni e le ricette menzionate nella Bibbia. Serve a tenersi in forma e a scacciare il Diavolo, dicono i sostenitori.
A giugno arriveranno in streaming i primi quattro film di Sean Baker, mai distribuiti fino a ora in Italia Sono Four Letter Words, Take Out, Prince of Broadway, Starlet e saranno disponibili a partire da giugno, in lingua originale con sottotitoli.
C’è una copia di Wikipedia in cui tutti gli articoli sono deliri sconnessi e sconclusionati scritti da una AI Si chiama Halupedia e contiene tutte le informazioni su eventi storici come il Grande Censimento dei Piccioni del 1887 e approfondimenti sul mandato gnomico del ragionamento circolare.
Un’operazione segreta dell’Onu ha salvato dalle macerie di Gaza milioni di documenti che ricostruiscono la storia del popolo palestinese dalla Nakba a oggi In 10 mesi, gli operatori hanno salvato milioni di documenti che permetteranno di ricostruire gli alberi genealogici dei palestinesi e di raccontare il loro legame con quella terra.
La lunghissima, tesissima, imbarazzatissima stretta di mano tra Donald Trump e Xi Jinping È durata 14 secondi, nessuno sembrava voler mollare la presa per primo, ovviamente su internet si sono fatte scommesse e meme a riguardo.
Helen Mirren ha esordito come testimonial di Stella McCartney facendo una “cover” di Come Together dei Beatles In realtà si tratta di un bis: Mirren quel testo lo aveva già enunciato alla sfilata di Stella McCartney per la primavera/estate 2026.

L’occidente non sarà più come prima?

La vittoria di Trump ha dimostrato lo scollamento tra establishment e popolo. E, forse, che i big data sono un'illusione.

09 Novembre 2016

Poi tutto è andato storto per Hillary Clinton e la via stretta di Donald Trump per la Casa Bianca si è aperta, grandiosa e impensabile, e Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. L’inversione è avvenuta quando gli Stati più o meno sicuri per Hillary – quelli per cui si diceva: ma figurati se li perde – sono risultati incredibilmente faticosi. Dall’Hilton di midtown a New York hanno iniziato ad alzarsi boati festanti, mentre al Javits Center il pubblico di Hillary cantava e si teneva la mano e sperava e non ci credeva. E così, piano ma con un movimento costante, la vittoria di Trump si è concretizzata.

Ora inizierà l’analisi per capire dove la cosiddetta “Hillary coalition” è collassata, le donne e la loro freddezza sono già le prime indiziate con buona pace per la battaglia dei sessi e del soffitto di cristallo che si spacca (è rimasto intatto, dolorosamente intatto: il Javits tutto di vetro resterà nell’immaginario come il simbolo di un’occasione perduta, malissimo), ma anche i neri, soprattutto in Pennsylvania, elettorato portante di Hillary e dei democratici.

Ha vinto Trump

Trump ha invece dimostrato che la protesta è una cosa vera, e seria (oltre che i big data sono la più grande illusione del mondo). Lo scollamento tra establishment e popolo che già aveva determinato la vittoria della Brexit è una realtà occidentale, così come lo scollamento tra metropoli e aree industriali e agrarie e anche quello tra anziani e giovani. La rabbia poi, regina di questo scossone occidentale, è diventata il traino unico del voto. Gli americani dicono che si è trattato di un’elezione “fact free”, e questa immunità alla verità dei fatti si è rivelata un’arma formidabile nelle mani di Trump: bastava guardare le facce dei commentatori sui network americani per avere la rappresentazione di questo scontro condotto in punta di penna senza alcuna comprensione delle sensazioni dell’elettorato. Il primo a non comprendere è stato il Partito repubblicano che ha condotto una campagna di dissociazione straordinaria – intellettuale, ideologica, personale – che ora dovrà essere gestita soltanto con la compiacenza e la mano tesa di Trump. I repubblicani si ritrovano con la maggioranza al Congresso e con un presidente che hanno disconosciuto, e questo è solo uno dei tanti paradossi che l’America dovrà risolvere.

Finora molto di quello che è stato detto dal prossimo presidente non era stato preso sul serio, un po’ perché lui non è mai stato bravo ad articolare il suo pensiero e un po’ perché si pensava che fosse irrilevante conoscerlo a fondo. Ora invece è tutto quel che conta e il passaggio dalla campagna elettorale e dall’azione di governo sarà fondamentale. S’apre la cosiddetta fase della transizione, e ancora il team trumpiano deve prendere forma: Trump ha sempre detto di fidarsi soltanto di se stesso, mentre oggi anche per lui arriva l’ora della collaborazione. Nel suo primo discorso da presidente, commosso, ha parlato di unità, di un’unica America e del desiderio di ascoltare chi si è sentito solo e trascurato (nota: anche il primo discorso di Theresa May, premier inglese, è stato così: l’ascolto della rabbia, la mano tesa ai dimenticati). Per la prima volta Trump non ha parlato soltanto della «politica dura e pessima», ma dell’unità e del sogno americano, con la promessa di non deludere nessuno (e di raddoppiare il Pil).

Quel che ci interessa di più, abitando dall’altra parte dell’Atlantico, è la politica estera. Sappiamo che Trump vuole smantellare la Nato – o almeno vuole mettere fine alla “beneficenza” che l’America fa all’Alleanza – e che predilige l’asse con Vladimir Putin e con i movimenti europei che fanno da ponte tra occidente e oriente (Nigel Farage, ex leader degli indipendentisti dell’Ukip britannico, è al momento forse il leader che meglio conosce Trump). Sappiamo anche che il processo già complesso di accordi commerciali globali subirà una battuta d’arresto molto lunga. E l’allarmismo di chi diceva che l’ordine mondiale liberale è compromesso ora non sembra più esagerato. Non si tratta di ripensare il rapporto con gli Stati Uniti, come dicono molti europei: è tutto l’occidente che non sarà più come prima.

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