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19:33 martedì 15 settembre 2026
A quanto pare, il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei ha due grandi passioni: i film di Christopher Nolan e le startup tech Lo hanno detto il cognato e la suocera, parenti della moglie Zahra Haddad-Adel, uccisa nello stesso attacco in cui è morto il padre Ali, a diversi media vicini al regime.
Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.
La colonna sonora più incredibile dell’anno è quella di un documentario sulla scena rave ucraina in cui suonano Fred Again, Brian Eno, Aphex Twin, Sega Bodega e gli Idles Si intitola Black Sunflowers, ha debuttato al Toronto International Film Festival l'11 settembre e, anche e soprattutto grazie alla musica, è già uno dei documentari più chiaccherati dell'anno.
Secondo una ricerca pubblicata su Lancet, basterebbe una patrimoniale del 3 per cento sulla ricchezza dei miliardari per salvare la vita a 30 milioni di persone Un minuscolo contributo dei 3 mila miliardari che vivono nel nostro mondo, che collettivamente possiedono un patrimonio di 17 mila miliardi.
Bernie Sanders ha proposto una legge per punire chi sviluppa una “super AI” con la stessa pena di chi sviluppa un’arma nucleare illegale Proposta di legge (che difficilmente verrà approvata) a cui ha dato l'esplicativo titolo di Ban Artificial Superintelligence Act.
Sulle Dolomiti quest’anno ci sono davvero tutti, pure Timothée Chalamet Assieme a suo padre Marc, compagno di un'escursione che l'attore ha dettagliatamente raccontato in un post Instagram.
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.

L’occidente non sarà più come prima?

La vittoria di Trump ha dimostrato lo scollamento tra establishment e popolo. E, forse, che i big data sono un'illusione.

09 Novembre 2016

Poi tutto è andato storto per Hillary Clinton e la via stretta di Donald Trump per la Casa Bianca si è aperta, grandiosa e impensabile, e Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. L’inversione è avvenuta quando gli Stati più o meno sicuri per Hillary – quelli per cui si diceva: ma figurati se li perde – sono risultati incredibilmente faticosi. Dall’Hilton di midtown a New York hanno iniziato ad alzarsi boati festanti, mentre al Javits Center il pubblico di Hillary cantava e si teneva la mano e sperava e non ci credeva. E così, piano ma con un movimento costante, la vittoria di Trump si è concretizzata.

Ora inizierà l’analisi per capire dove la cosiddetta “Hillary coalition” è collassata, le donne e la loro freddezza sono già le prime indiziate con buona pace per la battaglia dei sessi e del soffitto di cristallo che si spacca (è rimasto intatto, dolorosamente intatto: il Javits tutto di vetro resterà nell’immaginario come il simbolo di un’occasione perduta, malissimo), ma anche i neri, soprattutto in Pennsylvania, elettorato portante di Hillary e dei democratici.

Ha vinto Trump

Trump ha invece dimostrato che la protesta è una cosa vera, e seria (oltre che i big data sono la più grande illusione del mondo). Lo scollamento tra establishment e popolo che già aveva determinato la vittoria della Brexit è una realtà occidentale, così come lo scollamento tra metropoli e aree industriali e agrarie e anche quello tra anziani e giovani. La rabbia poi, regina di questo scossone occidentale, è diventata il traino unico del voto. Gli americani dicono che si è trattato di un’elezione “fact free”, e questa immunità alla verità dei fatti si è rivelata un’arma formidabile nelle mani di Trump: bastava guardare le facce dei commentatori sui network americani per avere la rappresentazione di questo scontro condotto in punta di penna senza alcuna comprensione delle sensazioni dell’elettorato. Il primo a non comprendere è stato il Partito repubblicano che ha condotto una campagna di dissociazione straordinaria – intellettuale, ideologica, personale – che ora dovrà essere gestita soltanto con la compiacenza e la mano tesa di Trump. I repubblicani si ritrovano con la maggioranza al Congresso e con un presidente che hanno disconosciuto, e questo è solo uno dei tanti paradossi che l’America dovrà risolvere.

Finora molto di quello che è stato detto dal prossimo presidente non era stato preso sul serio, un po’ perché lui non è mai stato bravo ad articolare il suo pensiero e un po’ perché si pensava che fosse irrilevante conoscerlo a fondo. Ora invece è tutto quel che conta e il passaggio dalla campagna elettorale e dall’azione di governo sarà fondamentale. S’apre la cosiddetta fase della transizione, e ancora il team trumpiano deve prendere forma: Trump ha sempre detto di fidarsi soltanto di se stesso, mentre oggi anche per lui arriva l’ora della collaborazione. Nel suo primo discorso da presidente, commosso, ha parlato di unità, di un’unica America e del desiderio di ascoltare chi si è sentito solo e trascurato (nota: anche il primo discorso di Theresa May, premier inglese, è stato così: l’ascolto della rabbia, la mano tesa ai dimenticati). Per la prima volta Trump non ha parlato soltanto della «politica dura e pessima», ma dell’unità e del sogno americano, con la promessa di non deludere nessuno (e di raddoppiare il Pil).

Quel che ci interessa di più, abitando dall’altra parte dell’Atlantico, è la politica estera. Sappiamo che Trump vuole smantellare la Nato – o almeno vuole mettere fine alla “beneficenza” che l’America fa all’Alleanza – e che predilige l’asse con Vladimir Putin e con i movimenti europei che fanno da ponte tra occidente e oriente (Nigel Farage, ex leader degli indipendentisti dell’Ukip britannico, è al momento forse il leader che meglio conosce Trump). Sappiamo anche che il processo già complesso di accordi commerciali globali subirà una battuta d’arresto molto lunga. E l’allarmismo di chi diceva che l’ordine mondiale liberale è compromesso ora non sembra più esagerato. Non si tratta di ripensare il rapporto con gli Stati Uniti, come dicono molti europei: è tutto l’occidente che non sarà più come prima.

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