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L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Cosa sta succedendo con TikTok in Italia

La morte accidentale di una bambina a Palermo ha riacceso la polemica sull’accesso alle piattaforme social, e sull’età giusta per poter navigare in rete.

di Studio
25 Gennaio 2021

Negli ultimi giorni si è molto discusso del caso di Antonella Sicomero, la bambina di 10 anni morta a Palermo dopo essersi stretta una cintura alla gola nel bagno di casa. I media hanno subito parlato di un tentativo di partecipare alla cosiddetta #blackoutchallenge su TikTok, una sfida online che consiste nel riprendersi mentre si fanno gesti estremi come strozzarsi, una notizia però non ancora confermata dagli investigatori, che stanno cercando di accedere allo smartphone utilizzato dalla bambina, al momento bloccato. Il padre di Antonella Sicomero, Angelo, ha detto a Repubblica di avere il timore «che qualcuno l’abbia contattata in privato e convinta a fare quella sfida. Ma penso anche che forse in quei cinque minuti mia figlia non è stata più lei». La storia ha immediatamente riacceso il dibattito sulla sicurezza delle piattaforme social e l’età “giusta” per poterne usufruire con consapevolezza, al punto che il Garante per la protezione dei dati personali lo scorso 22 gennaio ha disposto il blocco per gli account di TikTok «per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica». Il blocco durerà almeno fino al prossimo 15 febbraio, quando l’autorità si esprimerà con nuove valutazioni.

Come si legge nella nota, il Garante «già a dicembre aveva contestato a TikTok una serie di violazioni: scarsa attenzione alla tutela dei minori; facilità con la quale è aggirabile il divieto, previsto dalla stessa piattaforma, di iscriversi per i minori sotto i 13 anni; poca trasparenza e chiarezza nelle informazioni rese agli utenti; uso di impostazioni predefinite non rispettose della privacy». Da parte sua, TikTok ha fatto sapere di non aver rilevato sulla piattaforma indicazioni sulla challenge in questione e di aver recentemente implementato le funzionalità dell’app per garantire privacy e sicurezza agli utenti minorenni. All’inizio di gennaio, infatti, la piattaforma di proprietà della cinese ByteDance aveva annunciato che gli account dei minori di 16 anni sarebbero stati resi “privati” di default, introdotto limitazioni a chi può commentare i video creati da utenti dai 13 ai 15 anni e reso disponibili solo ai maggiori di 16 anni funzioni come il Duetto, Stitch e il download dei video.

La vertiginosa crescita in popolarità di TikTok dal 2018 a oggi, un anno dopo l’acquisizione di Musical.ly che per prima aveva introdotto la possibilità di fare lipsync su diverse basi canore, è solo l’ultimo caso di una novità tecnologica entrata, in maniera velocissima, nella quotidianità di milioni di persone del mondo. Il target molto giovane a cui l’app si rivolgeva ha destato sin da subito preoccupazione, considerate anche le precedenti esperienze con Facebook, Instagram, WhatsApp e Telegram fra gli altri, che negli anni hanno avuto moltissime difficoltà a tracciare e arginare i contenuti sensibili per gli utenti più vulnerabili, dai profili pro anoressia ai gruppi creati per bullizzare qualcuno fino alla diffusione di materiale pedo-pornografico.

Per tutti questi motivi, non sono stati pochigli specialisti che si sono espressi su quale sia l’eta giusta per far sbarcare i preadolescenti su internet. Come ha fatto Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, che in un’intervista, sempre su Repubblica, ha fissato la soglia ad almeno 12 anni, paragonando l’arrivo sui social all’attraversamento della strada in autonomia: molti genitori non permetterebbero ai figli di 10 anni di farlo da soli. Se da una parte è più che legittimo cercare di regolamentare le piattaforme tecnologiche, come oggi cercano di fare tutti gli Stati, dall’altra è innegabile che il problema alla base sia di tipo culturale. Esiste un divario tra genitori e figli sulle implicazioni del “vivere” su internet, esiste una generazione che vive con molta più naturalezza la propria vita online e che ha bisogno di nuove regole, esiste infine un problema di comprensione del legislatore di come quelle stesse piattaforme modificano e impattano la vita dei cittadini. Tutti problemi che non si risolvono con un blocco.

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