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19:38 lunedì 7 settembre 2026
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni nella ricerca di tessuti ecologici del futuro e borse di studio per giovani designer. Un'operazione filantropica che continua però a scontrarsi con il paradosso di Amazon.
Si è scoperto che Van Gogh ha firmato solo il 15 per cento della sue opere perché tutte le altre le considerava troppo brutte per firmarle Lo ha rivelato una ricerca del Van Gogh Museum di Amsterdam, la prima dedicata esclusivamente alla firma "Vincent".
Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.
È valsa la pena seguire tutti gli Emmy solo per vedere Rob Reiner vincerne uno storico, da record Ha vinto il premio per Outstanding guest actor in a comedy series per la sua interpretazione nella quarta stagione di The Bear.
L’ultima volta che un partito di estrema destra ha governato in Germania era QUEL partito di estrema destra Con la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt il Brandmauer, il muro che ha tenuto l'estrema destra fuori dai governi dal dopoguerra a oggi, potrebbe crollare.
C’è una casetta che è rimasta miracolosamente intatta nell’inondazione in Nepal e nessuno sta riuscendo a spiegare come sia stato possibile L'hanno ribattezzata "casa miracolosa" e le hanno dato un pin tutto suo su Google Maps, dove ora è classificata come "a prova di alluvione".
A 80 anni Paul Schrader ha provato l’ayahuasca e gli è piaciuta così tanto che ha deciso di farci un film Dopo otto trip consecutivi (otto!) e un mese in Costa Rica, Schrader ha capito che dall'esperienza era necessario trarre un film.

The Idol è già la serie più odiata dell’anno

A Cannes sono stati presentati i primi due episodi della serie di Sam Levinson e The Weeknd, una delle più controverse e detestate della storia recente della tv, anche se non si capisce bene perché.

24 Maggio 2023

Forse due soli episodi non bastano per capire le vere intenzioni di The Idol, ma qualcosa – oltre tutta la musica, il sesso, le scene di nudo, le urla, i pianti disperati e i piedi distrutti dal ballo – si intravede. È una fiammella, ed è una fiammella di disperazione. Non rossa, ma nera. Questa non è la storia di una ragazza qualsiasi. Stavolta Sam Levinson, che ha firmato anche Euphoria, non parte dal basso, ma decide di spostare la sua attenzione altrove. Sull’alto, per così dire. Non parla di chi non ha mai avuto niente e si sorprende di trovare l’amore. Parla di chi, nell’agio e nel lusso, ci è cresciuto. E quindi dagli ultimi passa ai primi, e si concentra sul privilegio, sul successo, su quelle possibilità che non tutti hanno. Insieme a Reza Fahim e ad Abel “The Weeknd” Tesfaye, che in The Idol non è solo uno dei protagonisti ma anche uno dei creatori, fotografa perfettamente la responsabilità che abbiamo come esseri umani di intervenire. O almeno: di non partecipare silenziosamente all’autodistruzione di una persona.

Vengono messi a confronto gli opposti. Chi vuole fare bene, e facendo del bene sbaglia. E chi invece vede una persona unicamente come l’ennesimo investimento da proteggere e l’ennesima occasione per arricchirsi. Ci sono i giornalisti che fanno le loro interviste, che sorridono, che spengono il registratore per dire quello che pensano e che si stupiscono quando l’intervistato, invece, lo vuole acceso. C’è il mondo che twitta, che si inorridisce, che è pronto a gridare allo scandalo ma che non fa niente, non veramente, per fermare lo scandalo. E ci sono le fotografie che circolano online, che catturano l’intimità delle persone, e che all’improvviso sono alla mercè del prossimo. «Questo è chiaramente revenge porn», si sente dire, a un certo punto. È un publicist che parla, interpretato da Dan Levy. Ma lei, Jocelyn, interpretata da Lily-Rose Depp, risponde: «Poteva andare peggio, no?».

Se Euphoria e The Idol hanno qualcosa in comune è il modo in cui le due protagoniste affrontano il lutto. Da una parte, la scomparsa di un padre. E dall’altra la scomparsa di una madre. Tutti sono tristi, sofferenti, tutti si dispiacciono: ma bisogna andare avanti, no? I figli, in entrambi i casi, non sanno cosa fare. Ma è qui che arriva il paradosso e il vero cambiamento: Jocelyn non è così spezzata; è in bilico, sì, ed è fragile, e i suoi manager hanno paura di rivederla ricadere di nuovo nel baratro. Ma non si droga – non in continuazione. È consapevole di sé stessa – vuole essere fotografata nuda, e odia l’intimacy coordinator che la sorveglia sul set di un servizio fotografico. È il mondo nuovo, quello che vuole tutelare chiunque, ma che non fa davvero niente per riuscirci, che viene rivoltato, messo in evidenza, dissezionato sul tavolo del piccolo schermo. Eccola qui, signori e signore: l’ipocrisia della nostra società. Il carnaio dietro le tende rosse dello spettacolo. Nelle prime due puntate di The Idol, presentate in anteprima al Festival di Cannes e dal 5 giugno disponibile su Sky e NOW, c’è appena un accenno di quello che, poi, sarà. Sì, perché la trama non inizia e finisce con Jocelyn, con la sua confusione e con la sua carriera che non sa in che direzione andare.

Questo è solo il primo passo. Subito dopo c’è lui, Tedros, interpretato da Tesfaye, che si muove piano piano, come uno squalo, e che è pronto a fare la sua mossa. Nessuno lo conosce; nessuno l’ha mai sentito nominare. Ha un club, ed è lì che incontra Jocelyn: è lì che The Idol ha veramente inizio. Intanto, sullo sfondo, nessuno fa niente. Amici, manager, uffici stampa; coreografi, registi. Niente. Tutti immobili, tutti fermi. Vogliono partecipare alla festa. Ma non vogliono avere il potere di farla fallire. Perché è dalla festa che dipende la loro serenità. I soldi sono tutto. Sono l’inizio e la fine. Sono un’ossessione. Sono la battuta finale dopo ogni discussione: ora vai lì, principessa, e fai del tuo meglio; e no, non decidi tu, decido io, perché sono io a investire.

La fotografia di Arseni Khachaturan e di Marcell Rév gioca con i neon, con la penombra. Con cinquanta (e più) sfumature di rosso. A volte illumina ogni cosa, all’improvviso, e lo fa per mettere in risalto i corpi, le forme, le mani che toccano, stringono, che si avventurano in ogni benedetta fessura; lo fa per rendere i vestiti troppo corti ancora più corti, gli occhi pieni di vene ancora più arrossati, e le capigliature perfette ancora più impeccabili. Chiaramente i set e i costumi sono fondamentali. Questa è la storia di una popstar, una che non ha paura di citare Britney, che anzi si dice vicina a lei: condividiamo lo stesso dolore e la stessa visione. E poi, che altro? Ah, sì: in una scena Jocelyn si rilassa guardando Basic Instinct, cullata dalla sua amica-assistente Leia (Rachel Sennott), l’unica, probabilmente, che si preoccupa per lei. E in un’altra, mentre risponde alle domande di Vanity Fair, dice che tutti dobbiamo rispondere a qualcuno, tutti. E quando le viene chiesto «tu a chi rispondi?», lei si prende un momento, si guarda in giro e poi, come nulla fosse, snocciola un «Dio» leggero, flautato.

È tutto così, The Idol. E non è per forza un male. Anzi. Ha una sua identità. E ha la voglia evidente di dire qualcosa. Di affermarla. Non è una lotta impari tra contenuto e forma: c’è bisogno di un equilibrio, e quell’equilibrio, forse, viene fuori nel silenzio, quando le voci si fanno basse e le luci si spengono. La musica è ovunque, anche quando non si sente. Riverbera nei totali e nei campi e controcampi. Dal lutto si passa al fallimento del sogno americano: alle promesse fatte, ai desideri sperati, alle speranze condivise. E ora dove sono finiti? L’arte stessa, pensandoci, non è altro che un modo per invitare le persone a consumare, pagare, spendere, a partecipare al grande gioco, al grande massacro esistenziale, dando via i propri soldi. E gli artisti? Non possono essere fino in fondo sé stessi, perché sarebbe pericoloso. Ma non possono nemmeno seguire ciecamente i loro agenti, perché altrimenti non sarebbero persone. E allora? Allora si sta in bilico, continuamente. È l’equilibrio di cui parlavamo prima.

Jocelyn guarda in camera, sospira, e sorride. E poi si inclina di lato, si scopre le spalle, le braccia e il seno, e fa finta di piangere. È una messa in scena. Non c’è spazio per “momenti umani”: c’è spazio solo per la prossima canzone. Perché bisogna fare, fare, fare. E vendere, vendere, vendere. La verità coincide con il dolore e la sofferenza. E l’idolo, in The Idol, non esiste. È un’idea. Una religione in cui credere e da cui, poi, farsi fregare.

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