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Lo streaming ha davvero vinto?

La decisione della Warner Bros. di distribuire 17 titoli in sala e su Hbo Max ha aperto il dibattito. Ma per alcuni dopo la pandemia le piattaforme subiranno perdite.

16 Dicembre 2020

Quando alla fine del 2019, a proposito della strana strategia di distribuzione di The Irishman – disponibile per un periodo limitatissimo in sala e dopo pochi giorni in pianta stabile su Netflix – il critico cinematografico del New York Times, A.O. Scott, si chiese se “Lo streaming ammazzerà l’arte del cinema o sarà utile per la nostra nuova vita?”, nessuno immaginava che la “nuova vita” sarebbe arrivata davvero qualche mese dopo. A marzo 2020. Costringendoci a fruire il mondo con modalità diverse. «C’è molto cinema meraviglioso», aveva scritto, Marriage Story, Roma, nel 2020 sono arrivati Uncut Gems e Mank, «ma dovremo restare in casa per vederlo». E poi è capitato per forza, per circostanza. Una questione, quella sulle conseguenze dello streaming sul futuro del cinema, che è riemersa in questi giorni dopo la decisione della Warner Bros. di distribuire i più attesi blockbuster già rimandati al 2021, tra cui Dune e Wonder Woman 1984, sia al cinema che in streaming (almeno in Usa) su Hbo Max, e che ha ricevuto critiche profonde dai registi coinvolti, come Nolan e Villeneuve.

Nel suo articolo, A.O. Scott riduceva la riflessione a una mera differenza di gusto e di prototipo di spettatore, il “cinefilo” e il “pantofolaio teledipendente”. È evidente, essendoci stata una pandemia di mezzo, che il dibattito sia più complesso di così, come emerge dal lungo articolo che Denis Villeneuve ha scritto per Variety: una presa di posizione ragionata nei confronti della Warner Bros., colpevole di aver «probabilmente già ucciso Dune», secondo il regista il suo miglior film di sempre. La decisione, al momento definita “temporanea” dai vertici della casa di produzione, non farebbe altro che riflettere l’accelerazione della trasformazione dell’intrattenimento nell’universo digitale, in espansione ancora prima della pandemia. Un adattamento a una situazione che vede e vedeva le sale paralizzate, anche quando erano aperte o parzialmente aperte, «stiamo solo dando agli spettatori la possibilità di scegliere, il futuro sarà determinato da quanto decideranno di fare», come ha detto John Stankey, Ceo di AT&T che possiede la Warner. Secondo Villeneuve, al contrario, la casa avrebbe mostrato di «non avere alcun amore per il cinema, e nemmeno per il pubblico», ma di pensare unicamente «alla sua sopravvivenza in borsa», di farne una questione di numeri, di prodotti e non di film. A costo di sacrificare i titoli del 2021 pur di salvare Hbo Max, un servizio di streaming che negli Usa è stato un fallimento (al momento conta meno di 9 milioni di abbonati).

Tesi e antitesi, su un’ipotetica vittoria dello streaming si trovano opinioni contrastanti, tra quanti temono che la Warner abbia dimenticato la contingenza, il fatto che un’interruzione momentanea – la chiusura delle sale – venga trasformata in un cambiamento duraturo nel mercato, scaricando tutti i rischi sugli esercenti. E quanti invece reputano la sua decisione il culmine di un processo inevitabile e comprensibile.

Secondo Vulture, parlare di una guerra, vittoria sì o vittoria no dello streaming, ha poco senso. Lo streaming ha già vinto, “Il futuro in streaming è già presente”, e Christopher Nolan è solo incazzato con la Warner con cui ha a che fare dal 2002, per aver usato il suo Tenet come scusa per motivare la nuova strategia, a fronte degli incassi definiti “deludenti” del film (meno di 350 milioni di dollari ai box office mondiali). «Se inserita nel contesto più ampio della transizione dell’industria del cinema verso lo streaming come hub principale per la distribuzione di opere d’arte, non è “strategia”, ma logica», ha scritto Vulture. «Il nostro dispiacere per le sale è soltanto qualcosa guidato dall’empatia. L’incredulità per quanto deciso dalla Warner è simile alla reazione dei tanti che non accettarono la candidatura di Roma, prodotto da Netflix, agli Oscar del 2018». Anacronismo.

Diversa la posizione di Angela Watercutter, che su Wired ha spiegato perché nel 2021 lo streaming potrebbe invece subire un «massiccio raffreddamento». Con noi bloccati dentro casa, Netflix, Disney+, Amazon Prime, Apple Tv, avranno anche ottenuto milioni di nuovi abbonati, il peggiore degli anni è stato il migliore per lo streaming, «ma tra qualche tempo tutti avranno già provato tutto, sceglieranno solo una piattaforma, altri titoli li vedranno al cinema». Da qui dipenderebbero gli sforzi dei servizi per mantenere i propri abbonati (come Disney+ che ha deciso di puntare sui circa 22 progetti tra Marvel e Star Wars che vi approderanno il prossimo anno), un piano per non «soccombere sotto il peso delle nostre esigenze», come ha scritto Variety, a causa delle quali il 2021 vedrà probabilmente la minore crescita di fatturato, per Amazon Prime e Netflix, dal 2015.

Allineato a questa posizione, è anche il Guardian, per cui Ben Child ha ridimensionato la querelle ai film sui supereroi, «avrà ancora senso impegnarsi in produzioni così grandi e costose per lo streaming?», proprio loro che necessitano di effetti speciali (non è un caso che Nolan, che dopo la Trilogia del Cavaliere Oscuro sarà produttore esecutivo per Justice League di Zack Snyder, sia un difensore della sala), impianto stereo, che per “viverli” veramente e non addormentarti prima della fine di Avengers: Endgame li devi almeno guardare all’Arcadia di Melzo. È possibile che Wonder Woman 1984 non otterrà gli incassi sperati. Che chissà quanto tempo dovremo aspettare prima di vedere Robert Pattinson vestito da Batman, quanto prima di un sequel, è possibile che alcune sale non sopravvivano. «Ma pensare che la voglia del pubblico di andare al cinema sia morta del tutto sarebbe sciocco», ha continuato Watercutter su Wired. «Alla fine non sappiamo niente con certezza, sappiamo solo che dipenderà da noi».

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